Cartolina da Locarno 78
Chi frequenta attivamente i festival conosce bene quella tempesta emotiva che ti travolge dopo la chiusura. C’è chi torna a casa indossando ancora con orgoglio il badge al collo e chi lo stringe tra le dita come fosse un rosario, lo sguardo basso mentre si trascina il trolley tra i ruderi del festival, negli spazi vuoti e assolati dove le impalcature sono già quasi smontate. A metà agosto, poi, in una cittadina che durante il resto dell’anno raramente si anima, è probabile che il down serotoninico sarà ancora più drastico (consigliabile una buona dormita e integrare con del triptofano, magari un po’ di cioccolato). Se si è riusciti a dormire almeno quattro ore a notte e non si è bevuto troppo l’ultima sera, forse il cervello è già abbastanza lucido per abbozzare un bilancio critico delle innumerevoli immagini sfrecciate davanti agli occhi, mentre il cuore è quasi certamente appesantito dall’amarezza di uscire da quella dimensione gratificante e assolutamente immersiva che investe ogni accreditato. Una bolla stimolante da cui si esce positivamente storditi, con tante idee in testa in più e qualche nuovo contatto in rubrica. Una bolla, sì, ma non una fuga dalla realtà, perché di questa realtà si fa continuamente esperienza in sala, attraverso i film e le parole di chi i film li fa.
Da neofita del festival di Locarno, le prime impressioni di questi quattro giorni — i più torridi dell’anno, naturalmente — sono quelle di una realtà autenticamente cinefila, senza per questo essere esclusiva: una dimensione più accessibile, piccola e intima rispetto a Venezia e Cannes, ti permette di vivere in modo più rilassato il festival, senza l’ansia di folli sistemi di prenotazione e lunghe code, senza la FOMO legata a programmazioni fittissime o alle ingombranti presenze dei grandi divi. A Locarno di grandi ne passano eccome — quest’anno Golshifteh Farahani, Emma Thompson, Willem Dafoe, quel pazzo di Jackie Chan, Lucy Liu, Alexander Payne. Quello che manca — fortunatamente — è il divismo: in qualche modo questi grandi sono umanamente meno distanti e più sinceri. Non per niente Emma Thompson ha detto che Locarno è il suo festival preferito (da verificare che non lo abbia detto in altre occasioni, ma è troppo carina per non fidarsi), Payne ha conversato piacevolmente con quanti volessero farlo e si è visto qualche film come tutti noi normali spettatori, Vickie Krieps era ogni sera a bere al Paravento. L’aria che si respira — che quest’anno era così calda da forzarti a passare la giornata in sala scegliendo film alla cieca e scoprendo così delle bellissime sorprese — è frizzante e stimolante, ti fa sentire davvero parte di una grande famiglia che condivide l’amore sfrontato per il cinema, dove per cinema si intende proprio quel bellissimo rito collettivo di unire i nostri personali e diversissimi sguardi in un’unica direzione. Da questo punto di vista, Locarno ha un qualcosa in più rispetto a tutti gli altri festival: le proiezioni in Piazza Grande. Non solo cinema all’aperto, ma un’esperienza fisicamente e mentalmente rinfrescante ed immersiva, un vero e proprio spettacolo da cui è impossibile non farsi emozionare, da quando sulle case che circondano la piazza avanza il leopardo imponente e silenzioso fino ai titoli di coda, da cui si distoglie lo sguardo per vedere in alto le stelle e in basso la marea di persone che lascia lentamente la piazza applaudendo. È, soprattutto, una bellissima forma di resistenza — la presenza, quest’anno, di Jafar Panahi ne è l’esempio più potente — a ricordarci che il cinema è vivo, vitale, necessario, e che è il grande pubblico a mantenerne viva la fiamma.
A Locarno ad essere celebrato in tutte le sfumature possibili è indubbiamente il cinema d’autore, ma chi ha avuto la fortuna di osservare molto da vicino le tante anime che lavorano per far funzionare questa meravigliosa macchina sa che il cuore pulsante di un evento come questo sono loro. Le persone che realizzano i film e chi i film li vede, certamente, ma soprattutto chi permette che il festival venga realizzato così com’è, sacrificando sonno ed energie ma coltivando tanto amore e spirito collettivo. Di questa esperienza mi restano innumerevoli bellissime immagini, nuove autrici e autori da approfondire segnati sul taccuino, qualche dubbio, un po’ di gadget leopardati, tanta gratitudine per tutti i mestieri legati al cinema e soprattutto per chi ha vissuto questo festival con me.
Ora del grande leopardo vediamo lentamente scomparire la coda, a ricordarci con gioia e malinconia l’appuntamento per un’altra grande edizione. Insomma arrivederci, au revoir, auf wiedersehen, goodbye. Al prossimo anno, al prossimo ferragosto passato in sala, mangiando un’insalata confezionata della Coop sui gradini di fianco al PalaCinema.

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