Vietato chiudere gli occhi – 25 anni di The Blair Witch Project, dal cult all’analog horror
Sullo schermo c’è una ragazza in lacrime. Il suo viso ravvicinato occupa quasi del tutto l’inquadratura: gli occhi azzurri, le narici contratte e dilatate dai singhiozzi. Chiede scusa, è tutta colpa sua, è lei che ha deciso di portare avanti il Progetto. «Ho paura di chiudere gli occhi, ho paura di tenerli aperti», dice. Dopo qualche giorno, sparirà per sempre. E dopo 25 anni, The Blair Witch Project (Daniel Myrick ed Eduardo Sánchez, 1999) continua a terrorizzarci: sta registrando?

Quando approda sugli schermi del Sundance Film Festival, il film non convince. Troppo amatoriale, la telecamera traballa troppo, non sembra succedere quasi niente. Eppure, è solo l’inizio di un fenomeno di culto che rivoluziona il genere horror conosciuto e amato fino a quel momento, non tanto grazie a una trama avvincente quanto ai metodi di rappresentazione e di promozione della pellicola stessa.
L’idea di base è semplice: tre ragazzi si avventurano per i boschi di Blair, con l’intento di girare un documentario sul racconto folkloristico di una strega esiliata secoli prima, tra interviste e testimonianze. L’originalità sta tutta nell’esecuzione: lo spettatore scopre la storia attraverso i loro filmati, ritrovati nella foresta senza alcuna traccia dei loro corpi, come indicato nelle didascalie iniziali. Heather, Mike e Josh riprendono la loro spensieratezza, l’eccitazione del progetto, fino a che non scoppiano le prime tensioni, con le prime confusioni sulla mappa, la perdita della rotta, il ritrovamento di strani cumuli di pietre e sculture in legno appese agli alberi. Si arriva alla frustrazione, e poi alla paura – provata nella notte dopo aver sentito quelle che sembrano urla e risate – e alla sparizione di uno dei tre, fino agli ultimi cinque, tesissimi minuti, nella casa abbandonata nel bosco, con impronte di mani di bambini sui muri.

«I’m just telling a scary story, but it’s not true», dice una signora con una bambina in braccio in una delle interviste. E poi, nascondendosi il viso, aggiunge sottovoce: «It’s true». Suggestione creata da un’ossessione per una leggenda metropolitana o avvenimento reale? Su quest’interrogativo gioca tutto il processo di realizzazione prima e di marketing dopo. In The Blair Witch Project a far paura non sono immagini demoniache, scene splatter o jumpscare improvvisi dopo minuti interminabili di anticipazione, ma la pura e semplice “realtà”. Perché quando l’orrore entra il più possibile in contatto con il reale, significa che non c’è via di scampo: il singolo spettatore, chiunque di noi, potrebbe essere il prossimo e, l’orrore potrebbe essere per davvero dietro l’angolo, e non più solo nei film.
In tutto ciò gioca un ruolo chiave il found footage, ovvero il “girato ritrovato”. Non è la prima volta che viene usato nel contesto horror (prima di Myrick e Sánchez ci aveva già pensato Ruggero Deodato con il suo Cannibal Holocaust nel 1980), ma è la prima volta che riesce ad avere un successo e un’influenza così grande, divenendo un vero e proprio punto di svolta nella storia dell’horror. Alle sue prime distribuzioni, il film viene addirittura definito un documentario vero e proprio piuttosto che un mockumentary. Inoltre, l’uso della telecamera a mano – che dalla sua invenzione è sempre stata promossa come rivoluzionaria per catturare tutti i momenti che andrebbero altrimenti perduti, andando oltre l’immobilità della fotografia – viene completamente ribaltato a vantaggio del medium cinematografico e narrativo: la telecamera è il mezzo che più di tutti cattura la realtà e se tutto quello che cattura è impresso su pellicola da parte di una persona comune (che non abbia a che fare con mezzi filmici dal punto di vista professionale come un regista o un operatore), allora tutto quello che si vede dal reportage ritrovato di questi giovani è reale e le loro visioni demoniache non sono solamente visioni.

Eppure, nel film non si vede niente. Certo, le riprese di notte, la crescente tensione tra i protagonisti, i “regali” che ricevono una volta che è sorto il sole (la lingua di Josh, il ragazzo che sparisce all’improvviso) e l’ultimissima scena rientrano perfettamente nella definizione di horror, ma a parte quello non c’è molto altro. Dove sta l’orrore, allora? L’orrore (come conferma anche Rogert Ebert) è nel non visto, in tutto ciò che è sconosciuto e in quanto tale va a scavare nel più profondo dell’inconscio umano. Il che è ironico, considerato quanto questo film sia ossessionato dal concetto di vedere, di osservare in prima persona, sia nella storia che nella tecnica filmica.
Heather, Mike e Josh, come San Tommaso, non credono se non vedono e, di conseguenza, se non riprendono. La videocamera (in 16 mm, come quelle utilizzate per i filmini amatoriali di famiglia) diventa non solo un’estensione dell’occhio, una soggettiva che vuole riprendere tutto con un’ossessione quasi voyeuristica, ma anche una prospettiva di immedesimazione per cui lo spettatore non può far altro che pensare di vedere realmente tutto ciò che vede la telecamera: è un nuovo livello di immersione nella finzione/non finzione del Progetto di Blair. È quasi come se la telecamera stessa fosse una dei protagonisti, costantemente coinvolta anche quando lo spettatore si dimentica della sua esistenza — come nelle scene dei litigi, dove i due ragazzi intimano a Heather di spegnerla e lei, fermamente, risponde sempre che «stiamo facendo un documentario».

È quasi come assistere all’orrore in prima persona. È come quando, di fronte a un incidente stradale, in quanto esseri umani distogliamo lo sguardo ma in quanto spettatori siamo portati a guardare. L’horror, con la rappresentazione di un accadimento finito in maniera misteriosa, se non in disgrazia — con gli ultimi momenti in vita di una persona impressi in maniera permanente su pellicola — passa dal piano della finzione, della sospensione dell’incredulità, al reale, alla testimonianza documentaria che esiste in quanto tale.
A contribuire al funzionamento di questo meccanismo, come già menzionato, è stata la campagna di marketing del film — dai volantini “Missing” distribuiti allo stesso Sundance al sito web www.blairwitch.com (ora purtroppo inattivo), che nei primi mesi di distribuzione arriva fino a 80mila click. Come lo definirà Bernard Weinraub, The Blair Witch Project è il primo film “dell’Internet” che riesce a diventare “virale” proprio grazie alle speculazioni su di esso.

Speculazioni che durano molto poco, vista la creazione di un intero franchise dopo il successo immediato del film: i due seguiti Book of Shadows (che, come un altro famoso sequel, The Human Centipede 2, si concentra sull’ossessione di alcuni fan per lo stesso film originale) e Blair Witch (che invece prova a lavorare sull’utilizzo delle nuove piattaforme) acciaccano un po’ l’atmosfera da “true story” dell’originale, ma in compenso danno propulsioni creative a un intero filone cinematografico, con nuovi film horror che vengono prodotti in seguito con la stessa tecnica e con nuove trame (come la saga di Paranormal Activity e quella di The Ring).
L’impatto di The Blair Witch Project come idea originale è tangibile ancora oggi, con le nuove saghe appartenenti al genere analog horror, tra i più recenti fenomeni di YouTube: prendendo ispirazione dai fenomeni virali delle creepypasta degli anni 2000-2010 e dai videogiochi (e gameplay) della saga di Five Nights at Freddy’s, l’analog horror si manifesta attraverso i mezzi di comunicazione di fine anni ‘90 — camere a mano, filmati sgranati, televisioni analogiche e così via — i cui glitch, specie per la generazione cresciuta a cavallo tra gli anni ‘90 e gli anni 2000, causano ora un vero e proprio senso di spaesamento, un’inquietudine che si può solo definire uncanny (“perturbante”, dalla definizione di Masahiro Mori dell’uncanny valley e dal fenomeno di Reddit omonimo).

L’analog horror riprende la tecnica del found footage attraverso i cosiddetti “catalogues” o “files”, montaggi di filmati “ritrovati” che riportano registrazioni di repertorio, pubblicità, cartoni animati distorti, riprese di sicurezza e così via. Spesso si avvalgono di un sito Internet nel quale la lore (cioè la storia di sottofondo e l’elenco degli avvenimenti che raccontano i files) viene approfondita e chiarita, oppure messa in questione per l’ennesima volta per far aumentare l’hype agli spettatori esattamente come il sito di Blair Witch. È un genere che funziona meglio su certi dispositivi piuttosto che altri — le serie su YouTube ne sono una dimostrazione, tanto per la loro gratuità quanto per il fatto che da YouTube spesso nascano situazioni inquietanti dal giorno alla notte (come l’affaire Logan Paul nella foresta dei suicidi in Giappone), o per il fatto che anche solo il caricamento di questi montaggi sia realizzato da una persona comune, “da uno di noi”, che aumenta l’immedesimazione; Netflix ci ha provato, una volta, con Archive 81, ma la serie è stata cancellata dopo solo una stagione.
Non sfugge, quindi, come il Progetto di Blair continui a farsi sentire anche in media e trame che non gli appartengono più e, soprattutto, come continui a spaventare generazione dopo generazione: basta vedere la recente campagna pubblicitaria dell’anticipatissimo Longlegs, nelle nostre sale da novembre. La strega vive tra di noi, e l’unica cosa che possiamo fare è non chiudere gli occhi.

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