Retroscena di ‘Animali Randagi’ – Intervista a Maria Tilli e Fabrizio Franzini
Uscito nelle sale il 27 giugno, Animali Randagi è il nuovo film di Maria Tilli prodotto da Rai Cinema e Eagle Original Content. La storia inizia nella provincia abruzzese semideserta, dove Luca (Andrea Lattanzi) e Toni (Giacomo Ferrara) sono due paramedici guidatori di ambulanze che nel loro tempo libero giocano con alcol e droghe. Si troveranno ad accompagnare clandestinamente un malato terminale, Emir (Ivan Franek), nel paesino serbo di cui è originario, perché è lì che ha scelto di morire. Sull’ambulanza salirà anche Maria (Agnese Claisse), la figlia che Emir non vede da anni. Parte così il loro road trip.
Già solo leggendo la trama si può intuire che in Animali Randagi le scelte stilistiche siano particolarmente tangibili. Che siano consapevoli o spontanee, può dircelo solo chi ha lavorato al film. Lo abbiamo chiesto a Maria Tilli, regista e sceneggiatrice, e Fabrizio Franzini, sceneggiatore.
Il film è il racconto di un viaggio che ha uno scopo ben preciso, quello di accompagnare Emir a morire. Dove si parla di eutanasia, si parla necessariamente di accettazione. Da dove nasce l’esigenza di parlare di una storia di accettazione?
M: L’eutanasia non è affrontata in modo tematico, il film si presenta più come il racconto delle relazioni tra i personaggi. Un po’ per mia vocazione, un po’ perché credo che troppe volte vediamo l’eutanasia come il problema di un uomo paralitico, che non può più avere niente dalla vita e che quindi accettiamo di veder morire. Mentre Emir è un uomo che cammina ancora sulle sue gambe e che si deve confrontare con la paura della morte, una cosa che riguarda tutti. Quindi l’eutanasia c’è, ma ci si concentra su come la paura della morte cambia le relazioni. Io vengo da una provincia contadina e lì si è abituati a stare tanto a contatto con la morte: animali morti, morti esposti in casa… La guardo quindi da un punto di vista più antropologico. Da qui nasce il racconto dell’eutanasia come accettazione.
F: Siamo partiti dall’idea che Emir fosse convinto della sua scelta, di conseguenza tutti i suoi rapporti con gli altri personaggi dovevano necessariamente passare per l’accettazione, che a sua volta è un elemento fondamentale per il raggiungimento della libertà. Al giorno d’oggi è difficile mettersi nei panni dell’altro e noi abbiamo cercato di fare esattamente questo. Volevamo far provare le emozioni di Emir nel modo che pensavamo essere il più fedele possibile, mostrare quali sono i passaggi che una persona vive in quelle situazioni e il percorso di accettazione ed empatia che deve fare chi gli sta intorno.

Ivan Franek (Emir) e Agnese Claisse (Maria) in una scena del film
Perché la provincia abruzzese? Maria, quali sono le cose che ti ha permesso di portare nel film e che non avresti potuto trovare altrove?
M: È la provincia in cui sono cresciuta, per me è sempre avvolta da un alone di magia. Pensa che il cortometraggio con cui entrai al centro sperimentale, Senza aggiunta di conservanti, aveva come soggetto tre vecchie signore abruzzesi che la notte lavoravano i pomodori. Venne fuori un racconto quasi horror, suggestivo, proiettato addirittura alla Casa Italiana Zerilli-Marimò di New York. Nei miei ricordi di infanzia c’è tutto questo immaginario, molto affascinante. Spesso siamo abituati in Italia al racconto di una provincia industriale, incattivita perché è stata inquinata dalla fabbrica. Io invece ho voluto raccontare una provincia contadina, dove il mondo rimane sospeso tra leggi arcaiche e realtà contemporanee e dove si ritrovano esattamente Luca e Toni.
Non si può fare a meno di notare che le uniche figure giovani del film siano i protagonisti. Luca e Toni, almeno nel posto in cui vivono, sembrano essere circondati esclusivamente da anziani. Come mai?
M: Sicuramente fa parte di una mia visione, è qualcosa di autobiografico. Sono cresciuta un po’ in un mondo di vecchi, con mio nonno che mi portava in campagna. Nel film, Toni vive con i nonni che non escono di casa e diventa un filtro tra la sua generazione e la loro, è stato qualcosa che ho voluto raccontare senza neanche troppa consapevolezza. E poi sì, mi piacciono molto i volti dei vecchi, trovo che siano dei paesaggi a se stanti.
Il film tocca varie tematiche: la droga come mezzo di svago con Luca e Toni, la morte con Emir, l’ambientalismo con Maria. Non ci sono però mai delle vere e proprie micce che esplodono, sono trattate in maniera molto delicata e spesso con dialoghi brevi. Perché questa scelta?
M: Non so se sia stata una scelta. Volevamo fare un film corale, in cui l’ambulanza di Luca e Toni potesse diventare una capsula della contemporaneità. Ed è poi vero che nella contemporaneità è tutto fruito in maniera superficiale, non si entra mai in profondità e non c’è quasi mai una visione antologica delle cose. Parlare di qualcosa diventa più un fattore identitario che un fattore etico. Maria è ambientalista, sì, ma lo è attraverso delle chiacchiere da bar. Luca dice di essere randagio, ma non è mai uscito dalla porta di casa. Per me l’unico personaggio con una certa profondità è Toni, che parla ancora meno degli altri ma ha un mondo interiore che Giacomo Ferrara è riuscito a trasmettere.
F: Credo che sia dovuto al tema. Nel film lasciamo portare avanti le relazioni tra i personaggi attraverso lunghi silenzi e sguardi, piuttosto che attraverso i dialoghi, perché è molto complicato parlare di certe cose e ci sembrava una scelta verosimile. Anzi, i dialoghi diventano quasi un elemento di leggerezza. Ci sono delle esigenze quando si parla di temi simili che ci hanno spinto in questa direzione, dal nostro punto di vista c’era bisogno di un linguaggio più intimo e più posato.

Giacomo Ferrara (Toni) in una scena del film
Nel film ci sono scene complesse da un punto di vista attoriale. A volte sono coinvolti animali in modo molto specifico, e posso immaginare non sia facile gestire il set in quei casi. Maria, in che modo ti sei preparata al film? Che tipo di lavoro hai fatto con gli attori?
M: Abbiamo parlato tanto, sono venuti con me in Abruzzo, abbiamo visitato posti e conosciuto persone insieme. Ho una visione della regia molto umana, uno dei miei registi preferiti da questo punto di vista è Cassavetes. Credo sia molto difficile dare delle indicazioni precise agli attori, il grosso che fai con loro è inafferrabile. L’ho imparato mentre giravo Sembravano applausi, il documentario in cui ho seguito Marcello Fonte prima, durante e dopo le riprese di Dogman. Lì ci sono varie scene dedicate alla direzione di Matteo Garrone, dove ci si rende conto che il rapporto tra attore e regista è irrazionale, deve scattare un’intesa.
Animali Randagi è un film scritto da 3 sceneggiatori: voi due e Matteo Corradini. In che modo avete lavorato?
M: Con tante riunioni. Anche Matteo e Fabrizio sono venuti in Abruzzo e alcune parti le abbiamo scritte proprio lì. Ad esempio la scena con la battuta «non date da mangiare agli animali randagi» l’abbiamo inserita perché ci è stata detta davvero mentre camminavamo in montagna. Sicuramente abbiamo provato a far accadere il film mentre lo facevamo, non lo abbiamo scritto a tavolino.
F: Siamo stati a stretto contatto. Abbiamo respirato le atmosfere in cui è cresciuta Maria ed è servito molto perché quando tornavamo a Roma a scrivere, avevamo bene in testa quello che sarebbe stato il contesto. Come sceneggiatori ognuno di noi ha le proprie peculiarità e abbiamo trovato subito una quadra su come lavorare. Quando si scrive un film in più persone ci sono dei momenti in cui capita di aprirsi molto, magari si raccontano situazioni intime per far capire il proprio punto di vista, come vorresti che ragionasse un personaggio. Bisogna esporsi a chi scrive con te, è difficile ma è un bell’esercizio. Direi che il team ha funzionato.
Si parla sì di eutanasia, ma di eutanasia clandestina in un paesino serbo dell’Est Europa. Cosa ha comportato questa scelta in fase di scrittura? Che tipo di ricerca avete fatto?
M: Non volevamo fare una storia sull’eutanasia in cui il protagonista è un privilegiato che sceglie di farlo in via legale. Doveva essere una questione etica, prima che economica. E in più volevamo raccontare una persona un po’ fuori dagli schemi, anche perché abbiamo visto tanti documentari e il percorso per scegliere l’eutanasia è molto complesso, bisogna superare diverse prove.
F: La fase di ricerca è stata particolarmente difficile. Abbiamo letto articoli e testimonianze, visto documentari… E lo abbiamo fatto prendendoci i giusti tempi, perché è necessario entrare dentro quelle storie. Il problema è che si tratta di una tematica di cui non si parla parecchio, soprattutto quando clandestina, per cui le informazioni erano poche. Avevamo tante punte di iceberg, tutto il resto della struttura lo abbiamo dovuto costruire noi. È stato un bello scoglio da superare, sia in termini emotivi che di quantità dei materiali.
Quanto ci è voluto dallo sviluppo del soggetto all’inizio delle riprese? Quali sono le principali difficoltà che avete incontrato e quali sono le realtà che vi hanno supportato?
M: Siamo stati abbastanza fortunati. Io stavo presentando a vari produttori un altro film, che poi non ho mai girato. Quando ho conosciuto Giuseppe Saccà, lui mi ha chiesto se avessi altri soggetti e io feci il pitch di questa storia un po’ su due piedi. Poi abbiamo sviluppato il soggetto vero e proprio con Chiara Leonardi e, una volta finito il periodo del Covid, Giuseppe ci ha chiesto di realizzarlo. Dopo neanche un anno eravamo sul set. Abbiamo avuto fortuna, ci ha dato una bella carica. È stato veloce, ma credo anche che per imparare a fare film bisogna poterli fare senza lasciar passare troppo tempo, data la velocità con cui oggi cambia il linguaggio delle immagini.
F: La produzione ci ha aiutato molto. Ci hanno lasciato grande libertà sin dal principio e siamo andati avanti senza particolari restrizioni. Anzi, ci hanno aiutato in diverse occasioni a inquadrare la storia, è stato un bel modo di lavorare. C’era un’atmosfera che ci ha permesso di andare avanti con sicurezza.

Andrea Lattanzi (Luca) in una scena del film
Si dice che uno sceneggiatore non dovrebbe stare sul set, perché quasi sicuramente quello che vede non è quello che aveva immaginando mentre scriveva il copione. Fabrizio, Animali Randagi è come lo avevi immaginato?
F: Devo dire che la cosa che mi interessava di più era che il cuore del film restasse quello che avevamo pensato e l’obiettivo è stato raggiunto, anzi, alcune scene sono migliori di quelle che mi ero immaginato. Credo che la sceneggiatura debba essere una bussola per il set senza ingessarlo o costringerlo. Sì, a me piace scrivere in modo meticoloso, aggiungendo i dettagli, ma so che serve ad indicare solo la direzione. Se una volta arrivati sul set ci sono delle esigenze particolari di location, di macchina, attoriali o di altro tipo, le cose devono cambiare. Poi io, lavorando anche come montatore, sono abituato a prendere il lavoro di altri e a rimaneggiarlo se serve, non ho grande timore del fatto che qualcuno cambi il mio.
Maria, qual è la soddisfazione più grande che ti ha regalato Animali Randagi?
M: Vederlo in sala e sentire che le persone ridono quando pensavi che avrebbe fatto ridere e si emozionano quando volevi che si emozionassero. La soddisfazione più grande del fare un film è la condivisione con lo spettatore, non penso ci siano premi o riconoscimenti che possano essere comparati. L’esperienza della collettività è la cosa più bella.
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