Mad Max – La rivoluzione di George Miller
Inseguimenti folli su automobili ruggenti e roboanti, inquadrature distorte e frenetiche, personaggi improbabili e psicotici che si inseguono a velocità incalcolabili, uno scenario desertico e polveroso dove a regnare è solo e costantemente la strada, battuta da auto esageratamente modificate e marmitte prepotenti.
È l’inizio di Mad Max (1979), noto in Italia col titolo Interceptor. Quella appena descritta è una sequenza iniziale che disturba e inquieta oggi, figurarsi nel 1979. Lo spettatore si trova catapultato, quasi sbalzato fuori, in una realtà straniante che non può riconoscere, completamente estranea ad ogni sua conoscenza pregressa. È il primo traumatico impatto con l’universo creato da George Miller; un universo (quasi) post-apocalittico in cui un gruppo di psicopatici motociclisti semina anarchia e violenza per le strade. Queste sono protette e pattugliate da una piccola compagine di resilienti poliziotti, a loro volta a bordo di moto o automobili potenti. A distinguere le loro divise fatte di pelle, ferro e decorazioni punk da quelle degli psicotici rivali c’è solo un piccolo distintivo.
Il protagonista del film, uno dei poliziotti, è Max Rockatansky (Mel Gibson), detto Mad Max, che prova a far rispettare l’ordine a bordo della sua auto, Interceptor. A più riprese si trova a dover fare i conti con i motociclisti, finché loro si accaniscono contro la sua famiglia e Max si trova costretto a inseguire e maturare la sua vendetta contro degli assassini senza morale alcuna.

Mad Max è un film che cambia tutto creando un’estetica mai vista prima, che farà scuola alle generazioni successive e che rimane comunque qualcosa di irriproducibile. Le altre pellicole che verranno negli anni a seguire non abbassano l’iconicità di quella che diventerà una saga a tutti gli effetti, anzi mantengono una coerenza invidiabile fino a toccare una vetta qualitativa altissima con Mad Max: Fury Road, lavoro per cui ci sono voluti trent’anni di attesa ma che è valso ogni singolo secondo di quel lasso di tempo. Fury Road porta a pieno compimento l’idea di “film muto con i suoni”, ovvero l’idea originaria da cui si era mosso Miller nell’ideazione di Mad Max: un’idea di cinema puro, purissimo, in cui basta mostrare e non raccontare.
Nessuno di questi, però, si avvicina alla straordinarietà del primo film che atterra sul pianeta-cinema come un marziano. Innanzitutto, viene dall’Australia, un luogo non di certo celebre per la sua tradizione cinematografica e vede alla regia uno sconosciuto che, fino a poco prima, praticava come medico nei centri di pronto soccorso di Sydney. È tutto abbastanza strano?
Miller sa bene cosa siano le morti violente e le ferite da scontri automobilistici e partorisce l’idea di base, coinvolgendo l’amico e aspirante produttore Byron Kennedy, conosciuto in un corso cinematografico. Insieme all’aiuto in fase di sceneggiatura di James McCausland il progetto è pronto, ma, per un progetto così ambizioso e per di più proposto da due dilettanti, la portata del budget è un problema. Alla fine, sarà intorno circa ai 300mila dollari, una cifra quasi irrisoria, praticamente da b-movie, genere dentro il quale la pellicola è tutt’ora inserita.
Gli attori stessi non sono noti al grande pubblico e Mel Gibson si ritrova per caso nei panni del protagonista, grazie a una serie di fortunati eventi. L’attore americano, prima di allora, aveva recitato in un solo film e si era presentato ai provini di Mad Max per accompagnare un amico con un occhio nero rimediato in una rissa la sera prima. La produzione, vedendolo, gli disse di ripresentarsi perché era in cerca di volti strani e anticonvenzionali da inserire nel cast. Quando Gibson si ripresentò, i segni della lotta erano ormai spariti e il suo volto pulito, ma allo stesso tempo ruvido e glaciale (Max, non a caso, è un personaggio silenzioso, dalle poche parole), gli valsero la parte del protagonista. Il ruolo di Max è quello che lo consegnerà alla storia e che l’attore si porterà dietro per tutta la carriera come una seconda pelle.

Mad Max, visto a 35 anni dalla sua uscita, è ancora qualcosa di talmente distorto e visionario da essere scomodo per uno spettatore che fatica tuttora a catalogarlo, inserirlo in una griglia mentale, e quindi continua ad esserne fagocitato, intrappolato. Miller, come abbiamo anticipato, voleva realizzare qualcosa che fosse un “film muto con i suoni”, con quei rumori assordanti che travolgono costantemente la pellicola, all’interno di un moto cinetico irrefrenabile e angosciante. C’è qualcosa di futuristico, quasi un’ode illimitata della velocità.
Miller crea un calderone in cui rimescola le sue esperienze mediche, la crisi energetica che tanto angosciava i primi anni Settanta e la moda dei motociclisti, arrivati in Australia dopo che erano già in voga negli Stati Uniti (Easy Rider, per capirsi). Altrettanto numerosi sono gli spunti cinematografici presi a modello e inseriti in una narrativa che li rielabora creando qualcosa di diverso e unico. Sergio Leone, e quindi Akira Kurosawa, fino a un ampio uso dei cartoni animati Looney Tunes, ma senza alcun filtro, con uso della violenza che è non è mai celata o edulcorata, come invece accade nell’animazione dove viene trasformata in effetto comico.
Per di più, fin da subito, Miller si dimostra inaspettatamente abile e consapevole di quelle che sono le potenzialità della macchina da presa, recuperando e utilizzando al meglio le migliori lezioni di maestri come John Ford e Alfred Hitchcock. Quando la moglie e il figlio del protagonista vengono brutalmente uccisi in mezzo alla strada, il tutto avviene al termine di lunghissimi minuti di suspense che sono una brillante esecuzione di quello che insegnava il regista di Notorious.
L’uccisione della famiglia di Max, per di più, va in controtendenza con le regole classiche di Hollywood, conducendo la storia verso un finale in cui non può esistere nessun tipo di happy ending. Max, in questo modo, diventa a pieno titolo un lupo della steppa, senza più nulla da proteggere e quindi da perdere. La chiusura del film non può che essere quindi cupa e distruttiva, tanto che è stata spesso anche censurata in diverse parti del mondo.
Mad Max sarà un apripista formidabile, un esempio di cosa voglia dire rielaborare migliaia di spunti e fonti diverse creando un prodotto nuovo e originale e non un collage senza capo né coda, e quindi un film che apre un varco inedito su quelle che sono le possibilità del genere distopico e post-apocalittico, rimanendo qualcosa di futuristico.
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