Le Deuxième Acte – A margine della finzione, a margine della realtà | Cannes 77
Dove finisce il cinema e dove inizia la vita? Cosa è finzione e cosa non lo è? Quand’è che possiamo parlare di realtà? Va un po’ così durante e dopo la visione dell’ultimo film di Quentin Dupieux, Le Deuxième Acte, titolo francese che apre la 77esima edizione del Festival del Cinema di Cannes. Prendiamo i personaggi in scena. Tutti e quattro ci vengono presentati come protagonisti di una commedia romantica: lei (Léa Seydoux) sta con lui (Louis Garrel), che però vuole disfarsene perché non ne è attratto e prova a scaricarla all’amico (Raphaël Quenard), alla presenza del padre di lei (Vincent Lindon). Chiaro, no? Ma siamo in realtà già oltre. Perché già nel primo lunghissimo piano sequenza comprendiamo che abbiamo a che fare con una messinscena. Tanto Quenard quanto Garrel si rivolgono alla macchina e a un qualche membro della troupe invisibile dietro di essa. E tutti sono attori che si preparano a incontrarsi in un ristorante, Le Deuxième Acte, appunto, per mettere in scena quella che è forse la sequenza cruciale del loro film. Ma il confine tra l’una e l’altra, tra realtà e finzione è molto più sfumato e indistinguibile di quel che sembra.
Interessa poco il gioco cervellotico del tentare di comprendere come le due siano posizionate, dove si intercambiano, quanto rilevare che il reenactment funziona come lente di un posizionamento critico verso le immagini odierne del cinema. La commedia in cui i personaggi stanno recitando è diretta da un’intelligenza artificiale che, apparendo con le sembianze e la prossemica di un volto del tutto anonimo sul display di un computer, si dice soddisfatto al 92% del risultato delle riprese. Fa complimenti meccanicamente e ripete come un mantra che il parere degli attori non verrà in alcun modo preso in considerazione. È l’orizzonte ormai consolidato di un cinema in provetta, più che algoritmico, corporativo, in cui Dupieux fa sentire acutamente il suo sguardo critico contro la deriva dell’industria cinematografica verso la rete sempre più ineludibile delle intelligenze artificiali (che proprio un anno fa furono la causa di un corposo sciopero a Hollywood e non soltanto).

Un attore che per la prima volta farà da comparsa all’interno del film è terrorizzato. Deve versare del vino nei calici dei commensali ma trema di continuo e sembra esplodere fino a decidere di farla finita sparandosi un colpo di pistola in testa. Coupez, cut. È la fine? Quand’anche le riprese sono interrotte, non si smette di recitare. Un’altra messinscena, un altro livello: si tratta ora di attori che interpretano attori che recitano in una commedia. Ciononostante, anche qui, in questa supposta realtà, qualcuno continua a indossare dei baffi finti, e qualcun altro solletica il sospetto che anche stavolta dietro le immagini ci sia un membro della troupe, che cioè le immagini non siano mai davvero quel che sembrano.
Sempre pienamente anarchico e mai come ora tanto lucido, Dupieux si interroga sull’equivoco insito nell’idea di realtà. È con gli occhi e l’immaginazione che la generiamo, come il cinema, o ha a che fare con la corporeità delle cose da cui non possiamo sottrarci? Risposta non c’è – non c’è mai, in Dupieux -, ci ricordiamo però di qualcos’altro: c’è sempre un margine irripetibile che si apre nell’atto performativo, nel superamento di sé per diventare qualcun altro. Ed è qualcosa a cui i personaggi (il cinema) si aggrappano per mollare un mondo su una dead-end. Per cominciare un secondo atto. Senza frustrazione, ma con lucida amarezza attraversata e vestita da una comicità e una demenzialità a cui l’autore francese ci ha da tempo abituato e di cui non possiamo fare più a meno.
Nel precedente Yannick, uno spettatore prendeva in ostaggio gli attori sul palcoscenico perché si diceva insoddisfatto dello spettacolo da loro offerto. Un ribaltamento dettato dal protagonismo, dall’egoismo: strafare perché la vita è noiosa (come dice lo stesso Yannick). Facendo un ulteriore passo in avanti – o di lato, più obliquo, che dir si voglia con Dupieux – Un deuxième acte è un po’ il luogo che lo stesso Yannick (nei panni ora, se vogliamo, di quattro personaggi differenti) ha creato come libero sfoggio di questi bisogni. Che senso potrebbe avere sennò al giorno d’oggi, allo stato attuale, il cinema? Nessun altro, almeno per l’occhio leggiadro e beffardo di Dupieux. Che scorre e scorre, come lentamente fa, sul finire del film, la macchina da presa lungo lo stesso carrello che ha accompagnato il piano sequenza iniziale. Un gesto che l’algoritmo avrebbe abolito, non avrebbe potuto sopportare. Troppo lungo, svuotato di senso della narrazione, troppo vacuo. A prova soltanto di un occhio umano ancora pronto a credere.
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