Yannick – Bozze di grottesco
Con una presenza costante nella maggior parte dei festival europei, la carriera di Quentin Dupieux rimane un’eccezione del panorama cinematografico francese. La caratteristica di Dupieux come vignettista cinematografico gli ha permesso di costruirsi una nicchia tutta sua, in cui la dimensione autoriale si sviluppa accanto a un processo creativo consolidato, quasi industriale. I film di Dupieux vivono (e, in un certo senso, proliferano) in funzione di un paradosso: la spontaneità bozzettistica e la ripetizione meccanica dei propri stilemi, un grottesco addomesticato ma intelligente. Yannick, che è riuscito a superare le difficoltà distributive del cinema indipendente e uscire dal circuito festivaliero, non fa eccezione.

Questa breve – 60 minuti appena – storia di una banale commedia teatrale interrotta dallo psicopatico Yannick si pone coerentemente alla fine del percorso tematico di Dupieux. Riflettere sulle implicazioni della creazione artistica pare essere una costante nell’ultimo periodo della carriera del regista francese. Fumer fait tousser scherniva il meccanismo seriale del racconto supereroistico, interrompendolo costantemente con brevi storie sconnesse: era un sberleffo alla creatività che segue linee guida. Al contempo, Daaaaaalí! rifletteva sull’influenza della figura artistica, sulla sconnessione tra pubblico e celebrità, ma allo stesso tempo, era un invito alla metamorfosi senza fine, di sé e della propria creazione.
Yannick cambia rispetto alle opere precedenti, assumendo un tono più teso e cupo, ma segue comunque l’obiettivo di stravolgere le comuni aspettative del processo creativo. Né spettatore né attore – mai completamente sano, mai completamente pazzo – Yannick prende in ostaggio attori e pubblico al fine di migliorare lo spettacolo, spostandosi senza regola tra il palcoscenico e la platea, tra la creazione di un’opera e la sua rappresentazione: il suo incantesimo creativo, per quanto ingenuo e amatoriale, scioglie progressivamente lo sconcerto iniziale. Yannick propone una prospettiva interessante: l’arte come una collettiva Sindrome di Stoccolma.

Il film – proprio come l’opera teatrale che rappresenta – sembra rimanere rinchiuso in una condizione di bozza, di sketch non finito: tratto intrinseco del cinema di Dupieux che proprio attraverso la superficialità scava nelle profondità dell’essere umano.
Tuttavia, questo elemento vanifica parzialmente il tentativo di costruire una tensione costante, che viene più volte attenuata dalla ridondanza dei dialoghi, che si intrecciano in una scrittura brillante ma poco incisiva nel complesso. L’invenzione registica e di fotografia è a sua volta una premessa non risolta del tutto: ogni personaggio rimane immobile e isolato, immerso in uno spazio distorto e fuori fuoco. Un’invenzione di meta-cinema interessante, per quanto didascalica: il singolo essere umano – attore o spettatore che sia – è rinchiuso nella propria bolla di solitudine e incomunicabilità, esasperata dai molteplici e concentrici strati meta (filmici e teatrali).
Yannick riprende e riassembla le caratteristiche tipiche del cinema del regista francese sotto una luce intrigante, ma mai del tutto nuova. Questo è forse l’elemento più paradossale di Quentin Dupieux: il suo è un cinema che si vuole vedere ogni volta, ma che raramente si fa rivedere una seconda, che si ama e si dimentica o meglio, si ama senza pretese di profondità. Yannick, tuttavia, si dimostra un’asciutta e cupa riflessione sul processo creativo e sulla funzione re-attiva del pubblico. Dai margini sfumati, forse, ma con sufficiente vivacità e ingegno di scrittura da guadagnarsi uno spazio nella memoria – anche emotiva – dello spettatore.
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