I 45 anni di Manhattan – Rapsodia sentimentale di un’umanità disperata
«Capitolo primo. Adorava New York, la idolatrava smisuratamente. Ah no, è meglio la mitizzava smisuratamente, ecco. Per lui, in qualunque stagione, questa era ancora una città che esisteva in bianco e nero e pulsava dei grandi motivi di George Gershwin». La voce di uomo fuori campo incespica alla ricerca delle parole giuste, mentre scure silhouette di grattacieli si levano verso il cielo grigio di una metropoli ancora assonnata, ma avvivata da avanguardistiche aritmie visive – non dissimili dalle sperimentazioni di Manhatta (1921) – sulle note jazz di Rapsodia in Blu: l’animarsi lento delle strade e dei marciapiedi sotto una coltre di neve, il brulicare del traffico e della folla, l’arrivo del battello, l’uscita delle scuole, le architetture affilate, i musei, i negozi, e poi, al calar del sole, le luci, i taxi, i teatri di Broadway.
Una dichiarazione d’amore e una sinfonia urbana. In questo modo, esattamente 45 anni fa, Manhattan si presentava agli occhi del pubblico statunitense contro il volere del suo regista: a montaggio ultimato, Woody Allen era a tal punto insoddisfatto del risultato, drammaticamente distante dalle sue aspettative, che, pur di non distribuirlo, avrebbe anche realizzato, per la United Artists, un nuovo film senza alcun compenso, privando, col senno di poi, la storia del cinema di quella che, a buon ragione, è oggi considerata la quintessenza alleniana. Ed ecco perché gli autori sono una cosa e produttori, distributori, venditori un’altra.

Se esiste una città in grado di esercitare una potente fascinazione sull’immaginario collettivo, e proprio per mezzo del cinema, questa è New York (dopo Parigi s’intende), da sempre – prima e dopo Allen, da Colazione da Tiffany a Harry ti presento Sally – città delle infinite possibilità e delle mille storie, teatro privilegiato di incontri inaspettati, indecisi andirivieni e romantiche corse dell’ultimo momento, rifrequentato più recentemente anche dal regista in Basta che funzioni (2009) e Un giorno di pioggia a New York (2019).
È la stessa città di Manhattan, dove Ike (Woody stesso), un autore televisivo di quarantadue anni, intrattiene una relazione con la dolce Tracy (Mariel Hemingway), una studentessa di diciassette, ma si innamora della giornalista Mary (Diane Keaton), amante del suo migliore amico Yale (Michael Murphy), anch’egli scrittore, slash intellettuale, slash critico non meglio definito.

Ike, Mary e Yale, nello spasmodico tentativo di dare ordine alla propria vita, si ritrovano uniti in una febbrile tarantella dei sentimenti al di sopra del vuoto esistenziale, tra intermezzi slapstick alla Chaplin, dialoghi brillanti – partoriti dalla penna di Woody Allen e Marshall Brickman, secondo i canoni della commedia sofisticata degli anni Trenta – e momenti di indicibile romanticismo alla Io e Annie, amplificati dall’ampio respiro delle musiche gershwiniane, dalla profondità di campo e dal formato panoramico; lo stesso che, con una sempre impeccabile costruzione dell’inquadratura, li serra di nuovo puntualmente in claustrofobici appartamenti, conflitti irrisolti e inguaribili nevrosi, come formiche danzanti costrette a inseguirsi fino allo sfinimento.
«Adorava New York, anche se per lui era una metafora della decadenza della cultura contemporanea»: un microcosmo dell’intera società americana, «desensibilizzata dalla droga, dalla musica a tutto volume, dalla televisione, il crimine, l’immondizia», che, come affermato dal regista in un’intervista per il documentario Question de Temps: Une Heure Avec Woody Allen, impossibilitano il confronto con i più terrificanti problemi universali (la morte, la mancanza di senso) e inibiscono una qualsivoglia visione a lungo termine della vita, che spinga le persone ad investire in relazioni sincere. Manhattan, sotto il travestimento da commedia, è, dunque, anche satira e tragedia: ritratto divertito e sagace di un’umanità di felliniana memoria sull’orlo del baratro emotivo ed esistenziale.

I protagonisti fanno parte di quell’intellighenzia newyorkese – in cui l’autore, con la solita autoironia che lo caratterizza, include pure sé stesso – frequentatrice di teatri e musei, avvezza a destreggiarsi tra elucubrazioni narcisistiche sul senso dell’arte e riferimenti colti, del resto sempre presenti nella scrittura di Allen (da Mahler a Fitzgerald, da Bergman a Kierkegaard). Eppure, nonostante la loro consolidata immagine pubblica di intellettuali, sono affetti da quell’immobilismo che gli impedisce di “raddrizzare” le proprie vite, di agire con onestà per sé stessi e per gli altri, inducendoli, piuttosto, a saltellare da una relazione passeggera ad un’altra insignificante, incapaci di concedersi alla più autentica vulnerabilità se non al buio, come sagome scure erranti tra superfici lunari e anelli di Saturno, oscurati dallo stupendo bianco e nero di Gordon Willis.
Ad uscirne male sono, soprattuto, gli uomini, intenti a scrivere libri mai compiuti e a comprare automobili pur di non dover fronteggiare la spiacevolezza della solitudine: a tal punto privi di integrità morale che Ike, non appena lasciato da Mary, correrà da Tracy, che fino a quel momento aveva tenuto a debita distanza, tentando vanamente di trattenerla a New York e privandola egoisticamente di un’occasione di crescita e cambiamento.

«Bisogna avere un po’ di fiducia, sai, nella gente»: la fede, non in Dio come avrebbe detto Kierkegaard, ma nelle altre persone che abitano questa Terra è l’unica risposta possibile alla disperazione. Sono le semplici quanto spiazzanti parole di Tracy a concludere Manhattan, una delle più belle e intramontabili commedie sui rapporti sentimentali e sul senso della vita, o meglio, sulla sua assenza; parole folgoranti, capaci di accendere una flebile luce di speranza per un’umanità domani forse migliore (o forse no), mentre, tra i grattacieli, tramonta un altro sole e si accendono le luci della sera.
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