Da questo altrove – Carmelo Bene e il suo Sud del Sud dei Santi
Curata da Simone Giorgino e Alessio Paiano, pubblicata dalla casa editrice Kurumuny che già nel ventesimo anniversario dalla morte di Carmelo Bene si era fatta notare per una serie di libri più che validi sulla sua figura, la raccolta di saggi e di immagini Da questo altrove. Carmelo Bene e il Sud del Sud dei Santi, autodefinitasi “una cartografia”, approfondisce il rapporto di C.B. con le sue radici leccesi e pugliesi, evitando qualunque forma di retorica territoriale o di appropriazione campanilistica – cosa in partenza non scontata in un panorama culturale italiano in cui già le Film Commission regionali hanno probabilmente un ruolo eccessivo nella realizzazione e nella provincializzazione di film.
Oltre ai due curatori, Da questo altrove si avvale di contributi saggistici di un gruppo eterogeneo di studiosi che comprende, tra gli altri, Silvia Balestreri, Giulia Raciti, Annalisa Presisce, Beatrice Perrone, Stefano Cristante e Fabio Tolledi. La seconda parte del libro, a cura del Centro Studi Phoné, traccia invece un percorso più fotografico che testuale in un gruppo di luoghi della Puglia a vario titolo connessi all’opera e all’immaginario di Carmelo Bene: da Campi Salentina, il comune dove C.B. “nacque”, a Copertino, luogo natale invece di un amato san Giuseppe protagonista di un film mai diventato realtà, da Santa Cesarea Terme e Otranto, dove furono girate gran parte delle scene di Nostra Signora dei Turchi, fino alla cattedrale di Lecce immortalata ne Il barocco leccese.

Sia pur nella sua pluralità di voci, Da questo altrove traccia una riflessione solida e abbondantemente documentata sui rapporti tra Carmelo Bene e il suo territorio d’origine: rapporti che non hanno mai preso i toni di un’idealizzazione, come accade, per certi versi, nelle liriche di Pier Paolo Pasolini, né nel rifiuto della componente rurale e se vogliamo “meridionalistica” della civiltà italiana. Questo “Sud del Sud dei Santi” beniano, espressione immortalata da C.B. nella sua leggendaria e surreale autobiografia Sono apparso ala Madonna, viene individuato sin dalla prefazione dei due curatori come una “categoria estetica (ed estatica)” che attraversa tutta l’opera di Bene, nelle sue molteplici proliferazioni tra teatro, letteratura, anti-cinema, televisione e poesia.
Ma “il legame di Bene con il proprio territorio d’origine si dovrebbe esprimere non attraverso l’abusata metafora della radice, che rimanda inevitabilmente ai concetti di appartenenza e di identità, ma attraverso quella, analoga ma per nulla sovrapponibile, del rizoma; che è, assieme, radice ma anche stelo, è capriccio e asimmetria, esplorazione del diverso, dell’altro da sé, predisposizione all’innesto, al confronto all’ibridazione”, come si legge opportunamente nel primo saggio della raccolta, a firma del co-curatore Simone Giorgino. Rizoma era, non per nulla, un concetto-chiave della filosofia di Gilles Deleuze, tra i più grandi intellettuali francesi del secondo Novecento, con cui C.B. ebbe importanti scambi e relazioni che confluirono in un botta-e-risposta attorno alla rivisitazione beniana del Riccardo III di Shakespeare.

Il saggio di Giorgino riscopre peraltro un piccolo articolo di C.B., apparso nel 1990 sulla Gazzetta del Mezzogiorno e passato a lungo inosservato anche agli studiosi, che sin dal titolo amplia il discorso di Bene sul Sud: Nella terra dove si nasce nomadi. “Dalla casbah di Santa Teresa dei Maschi a Bari vecchia al rosone dentro i tufi leccesi in Santa Croce di Lecce. Dal Sud al Sud del Sud dei santi. La sterminata imbandita: i vigneti e le messi, gli ulivi deformi crocifissi […] Tavoliere da gioco, là dove non si vince e non si perde. Là dove non si nasce e non si muore”. Non meno memorabile la strofa conclusiva di un’altra pagina di C.B. riscoperta e variamente commentata in questo volume, la poesia Nulla patria inprofeta che nel 1995 C.B. dedicò alla nativa Campi Salentina in occasione della consegna delle Chiavi della città: “I covoni Le danze contadine / sull’aie queste luminate a sera / Nero velluto i campi trapuntati / di lucciole Invasati / di soli cieli Chissaddove (a)MARE”.
Il rapporto tra Carmelo Bene e le sue radici pugliesi si consumò tanto sul piano visivo quanto sul piano testuale, quanto nelle suggestioni liturgiche e popolari quanto nei riferimenti all’arte, alla cultura e alla storia locale. Importante, nella visione che C.B. ebbe e propagandò del barocco leccese tra gli scritti e il breve filmato sul tema – girato con stile, ma realizzato più che altro per accontentare il produttore che aveva finanziato a Bene tre documentari sul Salento e se lo era visto tornare con Nostra Signora dei Turchi – fu la figura dell’ispanista, poeta e critico Vittorio Bodini, anche attore in un passaggio memorabile del Don Giovanni cinematografico di C.B. Se lo scambio con Bodini si svolse più sul piano teorico – si pensi alla Lettera a Carmelo Bene sul barocco – che su quello pratico e realizzativo, questo non si può dire del rapporto tra Bene e Tonino Caputo, pittore e scenografo leccese scomparso nel 2021 che lo affiancò nella realizzazione delle scene di svariati spettacoli degli anni sessanta e dei primi due film, Nostra Signora dei Turchi e il più incompiuto Capricci; nel periodo iniziale dei primi anni a Roma e della stagione delle cosiddette Cantine romane i due si erano soprannominati non per nulla i “Fuorilecce”; il rapporto creativo tra i due si interruppe quando Caputo si trasferì per molti anni all’estero.

“Ciascuno dovrebbe avere dentro di sé il proprio Sud, il proprio sottosviluppo”, disse una volta Bene durante un’intervista con Antonio Gnoli. “Il Sud del Sud dei santi è stato defraudato dall’analfabetismo, dall’aver cacciato via la ‘cultura’, parola che, ha ragione Derrida, ha la stessa radice di ‘colonizzare’. L’aver alfabetizzato questa gente è un crimine”, aggiunse in un’altra occasione. La problematicità del legame di C.B. con il suo Sud passa anche per queste frasi, queste difese estreme di un luogo più temporale che fisico, un Sud idealizzato e infantile che Bene vide sfumarsi nei sei decenni della sua vita. Non per nulla la sua ultima apparizione pubblica fu, nove mesi prima della morte, una Lectura Dantis al Castello di Otranto nel 2001.
Ma tutta la sua arte aveva celebrato l’estasi della sparizione, il seducente lavorio delle macerie, fisiche o mnestiche che siano – si pensi al martirio mancato della affabulante voce narrante di Nostra Signora dei Turchi, al momento della presa di Otranto dagli ottomani sul finire del Quattrocento, che si trasfigura in un’inaggettivabile crisi esistenziale del personaggio a cui presta il volto e la penna C.B., ai nostri giorni, ai suoi giorni. E se Carmelo Bene aveva inteso il suo dire poetico come “sfida aperta al linguaggio” (Perrone) non sorprende ritrovare anche negli scritti più tardi e in modo particolare nel liminare ‘l mal dei fiori espressioni dialettali tipiche del Salento, se non vere e proprie idiolessi personalissime di C.B., sempre più lanciato a formulare un nuovo, personalissimo linguaggio che nella phoné aveva il suo perno.
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