Eternal Sunshine of the Spotless Mind – Un amore difficile
Un libro di racconti di Italo Calvino, meno noto di altri, s’intitola Gli amori difficili. In un primo momento può sembrare un titolo semplice, meno brillante di altri. Tuttavia, com’è noto, semplice non vuol dire banale e Calvino, banale, non lo è mai.
Quello di Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004) è a tutti gli effetti un amore difficile, che sarebbe potuto finire tranquillamente in quella raccolta di racconti, condividendo anche quel gusto per la science-fiction che tanto piaceva allo scrittore sanremese.
Non vale la pena soffermarsi sull’orrendo titolo italiano del film – Se mi lasci ti cancello. Obiettivamente è in lizza per la peggior traduzione di un titolo straniero nella storia del cinema. Anche se, a voler fare gli avvocati del diavolo, trasformare appropriatamente in un’altra lingua e cultura un mirabile verso di un autore neoclassico come Alexander Pope, già di per sé complesso, e poi risignificato all’interno di un film, era impresa ardua a dir poco. La resa, in ogni caso, rimane tremenda.
E quindi veniamo a Eternal Sunshine of the Spotless Mind, il titolo originale. Come tradurlo appropriatamente? Difficilissimo dirlo. Una traduzione, più meno fedele, potrebbe essere “eterno bagliore della mente candida”. Certo, come titolo di un film potrebbe essere dispersivo. Però, se lo hanno fatto i produttori americani, perché non seguire a ruota? Di certo rende meglio di qualsiasi altra cosa la poeticità del film e il suo dolcissimo messaggio, ovvero quello portato da un fulmineo bagliore che brilla e ridà speranza quando tutto sembra perduto e cancellato.

Joel (Jim Carrey) e Clementine (Kate Winslet) sono quanto di più lontano caratterialmente possa esistere: lui è introverso, timido e insicuro; lei è vulcanica, impulsiva e altrettanto insicura. A modo loro, però, stanno bene insieme, si compensano a vicenda, iniziano una relazione, ma inevitabilmente arrivano anche gli attriti e le incomprensioni. Clementine, impaziente e affrettata, decide di rivolgersi a una ditta specializzata nel cancellare parti della memoria. Joel si trova così tagliato fuori dalla vita di Clementine e, scoperta la ragione, vuole fare altrettanto per liberarsi dal dolore.
Quello che succede nella mente di Joel, mentre dei tecnici imbranati tentano di cancellargli la memoria, è il nocciolo del film. Proprio mentre sta per dire addio a tutti i ricordi che ha condiviso con Clementine, capisce che quello che sta facendo è sbagliato. Allora lotta, resiste all’operazione, fa tutto quello in suo potere per salvare almeno un ricordo di Clementine e portarla con sé dentro alcuni ricordi remoti che i tecnici non potranno cancellare.
I piani temporali s’intersecano, gli spazi si deformano e si fondono tra loro in una sovrapposizione che diventa aleatoria e inevitabile. Così, per pezzi, frammenti che si sgretolano e volano via, e flash improvvisi, ricostruiamo la storia di Joel e Clementine, un tassello alla volta, all’interno di un grande mosaico che avremo chiaro e completo solo entrando nel terzo atto.
La tenacia e la disperazione con cui Joel fa di tutto per non perdere ogni ricordo dell’amata e salvarla dall’oblio è la consapevolezza che anche un frammento d’amore, per quanto doloroso, vale sempre di più di una vuota e piatta tabula rasa, svuotata di ogni emozione. Cresce così la coscienza che anche il dolore e la sofferenza possono essere amore e possono farne parte. Mentre un’altra certezza monta su con prepotenza: la memoria è quello che siamo e, qualche volta, è tutto quello che abbiamo. Senza memoria siamo marionette senza storia, senza passioni, senza nulla.

Eternal Sunshine of the Spotless Mind è un film atipico, che rompe con il panorama cinematografico nel quale si trova a dover far parte, come accade solitamente a tutte le opere firmate da Charlie Kaufman. La sceneggiatura si avvicina alla perfezione, per una divisione in atti che è molto classica, ma al cui interno Kaufman sperimenta. Il primo atto anticipa i titoli di testa, per poi introdurci dentro l’operazione della memoria di Joel e quindi raccontarci daccapo la sua storia d’amore con Clementine – una storia esperita per momenti salienti, frasi smozzicate, atteggiamenti, occhiate, modi d’essere. Poi il tutto converge in un terzo atto drammaturgicamente perfetto nel portare a compimento le vicende dei ridicoli o tragici personaggi secondari che s’affastellano, prima di chiudere in ringkomposition il nucleo della storia.
Se, però, le opere di Kaufman possono spesso prendere una piega grottesca, perturbante e, infine, tragica – come dimostra pienamente la sua opera ultima, Sto pensando di finirla qui -, il fatto che questa volta dietro alla cinepresa ci sia Michel Gondry, dà nell’insieme al film un respiro diverso. Quegli schizzi grotteschi e angoscianti compaiono quindi solo sommessamente, dentro un’atmosfera globale che mantiene con continuità note malinconiche, più propriamente da commedia romantica.
L’altra grande forza della sceneggiatura risiede nella naturalezza dei dialoghi, nella loro perfetta attinenza con la realtà e quindi nella capacità di creare un ponte tra personaggi e spettatori estremamente vivo e simpatetico. La sintonia tra le due parti è tanto più potente quanto più i due protagonisti sono raffigurati per quello che sono: figure drammaticamente fragili e imperfette, prese direttamente dal mondo reale e catapultate sullo schermo.

Se, poi, un film, a distanza di venti anni dall’uscita, è riuscito a diventare un piccolo cult (piccolo perché è uno di quei casi in cui i fedelissimi sono gelosi della loro predilezione e quindi vogliono che sia cult, ma non troppo) si devono creare quelle condizioni magiche e irrazionali per cui tutti i singoli elementi tecnici del film trovino un’armonia perfetta e quindi inspiegabile.
I due protagonisti sono costruiti magistralmente, ma allo stesso modo Jim Carrey e Kate Winslet confezionano due delle migliori prove della loro carriera, per la forza e la naturalezza con cui hanno impersonato la fragilità di due amanti imperfetti. Soprattutto Carrey, purtroppo anche in questo caso snobbato, capace di dimostrare quanto quella sua sofferenza interiore, poi confessata negli anni successivi, fosse reale, e quanto riuscisse ad essere eccezionale in quei ruoli drammatici che ha interpretato troppe poche volte.
Come chiudere un’opera tanto ben riuscita? Quanto tutto funziona non c’è bisogno di monologhi strappalacrime o improbabili chiusure ad effetto. In questo caso la storia finisce con due “okay”, ripetuti dai due personaggi principali. Ancora una volta uno straordinario saggio di semplicità, naturalezza e verosimiglianza. Per riempire una delle parole più abusate nelle conversazioni di tutti i giorni serve però quello che si è visto nelle circa due ore precedenti. E non è poco.
Eternal Sunshine of the Spotless Mind non ci lascia risposte, ma ci fa riconoscere più e più volte sullo schermo, protagonisti anche noi, di una storia umanissima come tante altre. E quindi ci fa sentire meno soli e indifesi.
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