Il primo sigaro di Frankenstein
Certo che il Mostro di Frankenstein sa fumare. Ha preso l’abitudine molto presto, ai tempi di quello che era appena il suo secondo lungometraggio: La moglie di Frankenstein (1935, dir. James Whale). In una memorabile scena del film vediamo infatti un vecchio eremita cieco, deciso ad iniziare la Creatura ai piaceri della vita, mettergli in mano un lungo sigaro dicendo «È buono. Fumo. Prova.». Il Mostro prende il sigaro dubbioso, fa qualche boccata, tossisce ridendo e ammette «Buono, buono. Buono.». L’esperienza deve essergli piaciuta parecchio, perché quando poco più tardi il Mostro chiede da fumare anche al dottor Pretorius, nel giro di appena un paio di scene sembra essersi già convertito al tabagismo più sfrenato.

Per quanto simili situazioni possano apparire eccentriche e bizzarre, va sottolineato che James Whale, il geniale regista dietro queste scenette comiche, non aveva alcuna intenzione di parodizzare o dissacrare il mito di Frankenstein. Al contrario, nel mostrarci la Creatura sperimentare i semplici piaceri della vita, come apprezzare un bicchiere di vino, mangiare con appetito o per l’appunto imparare a fumare, Whale intendeva rivelare il lato del Mostro più tenero e umano, quello nascosto sotto il suo terribile volto squadrato e pieno di cicatrici. Lo scopo ultimo di queste scene, in sostanza, era quello di creare un’elementare connessione empatica tra il Mostro e il pubblico in sala.

Ma se al Mostro di James Whale ci accomuna, per così dire, lo stomaco, bisogna comunque tener presente che tutto questo cibo, tutto questo vino e tutti questi sigari sono delle invenzioni cinematografiche, perché nel romanzo originario di Mary Shelley, Frankenstein o il moderno Prometeo (1818), non ne esiste traccia. La Creatura di Shelley è vittima di un destino molto più crudele, e nessuna mano amica gli offre mai qualcosa da bere o del tabacco da fumare. Nel romanzo l’umanità della Creatura non emerge infatti da piccole scene di vita quotidiana, ma da pagine intense e dolorose in cui la Creatura stessa prende parola ed esprime apertamente i suoi pensieri e sentimenti.
Due mostri per due pubblici
In effetti, nei vari discorsi condotti su Frankenstein, si tende spesso a dimenticare quanto nel romanzo originario il Mostro fosse una creatura “parlante” straordinariamente sensibile, intelligente e raffinata. Una Creatura non solo perfettamente in grado di esprimere la propria condizione esistenziale, ma capace di farlo citando anche i lavori di Plutarco, di Milton e I dolori del giovane Werther. All’esatto opposto, il mostro cinematografico di James Whale è una creatura infantile e fondamentalmente stupida, che emette perlopiù suoni inarticolati e che dispone di un lessico iper semplificato, composto da appena quarantaquattro parole. Quando ad esempio parla del suo bisogno di essere amato, riesce appena a dire «Donna. Amica. Si. Voglio amica come me».

Entrambe le versioni di Frankenstein, sia quella scaturita dalla penna di Mary Shelley che quella immortalata nei film di James Whale, narrano la struggente vicenda di una creatura emarginata a causa della propria apparenza, obbligata a confrontarsi con un mondo ostile che la rigetta. Tuttavia, la differenza chiave tra la versione letteraria e quella cinematografica riguarda il linguaggio adottato.
Il Frankenstein di Mary Shelley si rivolge a un pubblico colto, denso com’è di riflessioni di stampo filosofico e morale. Al contrario, i film di James Whale si rivolgono ad un pubblico generalista e popolare, per questo adottano un linguaggio più immediato ed accessibile. Il Mostro del grande schermo è privo di un vero spessore psicologico, comunica principalmente attraverso le espressioni facciali e preferisce, come abbiamo visto, un buon sigaro a I dolori del giovane Werther.

Ovviamente James Whale, nell’optare per una rappresentazione estremamente più semplificata del mostro di Frankenstein, considerava anche altri fattori oltre quello della semplice fedeltà al testo di partenza. I suoi Frankenstein (1931) e La moglie di Frankenstein (1935), al pari di tutti gli altri horror del periodo prodotti dalla Universal, erano infatti pensati anzitutto per intrattenere e offrire momenti di svago alle masse, all’epoca vessate dalla grande crisi economica del 1929. Al di là del valore artistico, i suoi film volevano – e dovevano – essere film popolari, di facile fruizione.

L’eredità di Frankenstein
Nonostante le differenze tra i due Mostri di Frankenstein, è sorprendente osservare come sia stato il solo Mostro cinematografico, quello lento e un po’ tonto, a imporsi nell’immaginario collettivo. I due film di Whale, a dispetto delle numerose libertà creative che presentano, sono anzi diventati dei veri e propri punti di riferimento per la gestione dei personaggi del romanzo di Mary Shelley.
Ne sia da prova la miriade di altri mostri di Frankenstein del grande e piccolo schermo nati successivamente a quello di James Whale e tutti disegnati sul suo stesso modello, dal monoespressivo maggiordomo Lurch della famiglia Addams alle stupide Creature presenti in Frankenstein Junior (1974, dir. Mel Brooks) e The Rocky Horror Picture Show (1975, dir. Jim Sharman). E ne siano anche da prova tutti quei film che, pur proponendo variazioni sul mito di Frankenstein, in realtà non fanno che riferirsi a personaggi e situazioni presenti nei soli film di Whale, da Van Helsing (2004, dir. Stephen Sommers) a Frankenweenie (2012, dir. Tim Burton), sino ad arrivare alla saga di Hotel Transylvania.

Insomma, la quasi totalità delle nuove incarnazioni del Mostro di Frankenstein dipende dalla libera reinterpretazione proposta negli anni trenta da James Whale. Ma un simile discorso si può estendere anche a tutte le altre celebri icone horror, dalla Mummia all’Uomo Lupo, da Dracula all’Uomo Invisibile, le cui prime trasposizioni cinematografiche hanno fortemente plasmato il nostro immaginario. Terminiamo dunque questo articolo invitandovi a riscoprire il valore delle prime saghe horror della Universal, e a riguardare questi film facendo caso non solo ai misfatti compiuti dai mostri, ma anche a tutti i loro bicchierini bevuti, al cibo mangiato e ai sigari fumati.

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