Reservation Dogs – L’inedito sguardo di una comunità a lungo dimenticata
«Everything is connected». Tutto è connesso. È questo il mantra che permea in maniera viscerale le tre stagioni di Reservation Dogs, la straordinaria ma purtroppo un po’ snobbata serie creata da Sterlin Harjo e Taika Waititi per FX Productions e disponibile in Italia su Disney+. Un mantra che finisce per segnare irreversibilmente il viaggio collettivo ed individuale di ciascuno dei suoi personaggi.
Siamo ad Okern – nell’Oklahoma rurale – dove, dopo il suicidio dell’amico fraterno Daniel (Dalton Cramer), la schiva e determinata Elora Danan (Devery Jacobs), l’immaturo ma dolce Bear (D’Pharaoh Woon-A-Tai), la silenziosa e singolare Willie Jack (Paulina Alexis) e il tenerissimo Cheese (Lane Factor) si ritrovano a costruire il proprio futuro mentre tentano di onorare nel migliore dei modi il loro passato. Non sono però i soli a farlo, anche il resto degli eccezionali abitanti di Okern sembrano infatti star affrontando a loro modo le stesse sfide e paure.

Lo show di Harjo e Waititi non si limita dunque soltanto ad accompagnare, episodio dopo episodio, i suoi quattro protagonisti nel proprio percorso di scoperta personale, ma intreccia di continuo le storie, i timori, i traumi e le aspirazioni di quattro ragazzi nativi americani costretti a crescere troppo in fretta insieme a quelli della loro intera comunità.
D’altronde, è proprio grazie al sapiente alternarsi di episodi corali ed episodi introspettivi come all’onnipresente e prezioso confronto intergenerazionale che l’incredibile racconto di vita degli speciali membri di questa comunità può essere consegnato al pubblico. È così infatti che facciamo conoscenza dell’insieme di personaggi che popolano la serie come l’amorevole madre di Bear, Rita (Sarah Podemski) e il protettivo padre di Willie Jack, Leon (Jon Proudstar); la leader della banda rivale e poi alleata a quella dei quattro protagonisti, Jackie (Elva Guerra), ma anche gli anziani e bizzarri zii Brownie (Gary Farmer) e Bucky (Wes Studi), l’anziano e silenzioso guaritore Old Man Fixico (Richard Ray Whitman), l’eccentrico proprietario bianco dello sfasciacarrozze locale Kenny Boy (Kirk Fox), la sempre scocciata zia Bev (Jana Schmieding) e il paranoico e paziente poliziotto Big (Zahn McClarnon).

Introducendo finalmente sul piccolo schermo una narrazione a lungo ignorata come quella delle persone nativo americane, Reservation Dogs ci regala un inedito e inestimabile sguardo sul mondo – ottenuto anche grazie ad una writers’ room diversificata – in cui i confini tra il mondo del reale e mondo del sovrannaturale appaiono sfumati. L’intera serie, d’altronde, è contraddistinta da un’intensa tensione tra mondo dei vivi e mondo degli spiriti, passato e futuro, tradizione e innovazione, cultura nativa americana e cultura mainstream (rievocata tra l’altro sin dall’ultimo frame del primo episodio della serie in cui i quattro protagonisti appaiono vestiti come ne Le iene, il cult diretto da Quentin Tarantino il cui titolo originale, Reservoir Dogs, è a sua volta ispirazione evidente del titolo della serie di Harjo e Waititi).
Nello show, poi, ciò che è invisibile o è visibile a pochi riesce comunque ad incidere sulle traiettorie delle vite di ciascuno dei protagonisti come dimostrano personaggi come William Knifeman (Dallas Goldtooth), lo spirito di un guerriero morto durante la Battaglia di Little Bighorn che nel corso degli episodi assume il ruolo di guida di Bear oppure la Deer Lady (Kaniehtiio Horn), uno spirito appartenente alla mitologia nativa americana a cui è dedicato un toccante episodio della terza stagione.

Ironico, lirico, incisivo, Reservation Dogs è un intimo racconto di formazione che riesce a parlarci di lutto, di generazioni a confronto, delle conseguenze della colonizzazione, di sopravvivenza, di amici perduti e mai dimenticati, ma – più di tutto – dell’ imprenscindibile importanza delle connessioni create e coltivate con ciascuno dei membri della propria famiglia come della propria comunità, che le persone nativo americane ci insegnano essere la stessa cosa.
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