ANTEPRIMA | Griselda – L’eterno ritorno della perdita di tempo
La recensione di Griselda, serie Netflix che cavalca al femminile il successo del franchise Narcos e l’onda lunghissima del true crime, potrebbe chiudersi con un singolo paragrafo in cui riassumere l’inconsistenza narrativa, l’estrema sfilacciatura della continuità tra gli episodi, il ritmo inesistente e la prevedibilità delle direzioni dei personaggi persino quando si esce dalla componente true da cui il prodotto è tratto. Eppure non basta, perché Griselda era l’occasione per Netflix di ridare linfa a una linea discorsiva storicamente vincente per la piattaforma e, soprattutto, per un’attrice come Sofía Vergara di affermarsi al di fuori del suo tradizionale typecasting, dimostrando una capacità drammatica difficilmente riscontrabile nel resto della sua, pur significativa, filmografia.

Ed è forse solo Sofía Vergara l’elemento davvero interessante di questa serie: nell’arco dei sei episodi la sua performance è convincente, forte e affermativa, calata quanto basta nel ruolo da non inquinare lo sguardo del pubblico nei confronti dell’intera sua figura attoriale e allo stesso tempo capace di esondare da margini potenzialmente invalicabili. Peccato che questa performance non sia sostenuta da una scrittura a livello – troppe le ripetizioni e troppo azzardati i salti da un episodio e l’altro – e soprattutto sia macchiata da un make-up prostetico che punta a “imbruttire” le fattezze dell’attrice, risultando però in una maschera posticcia ogni volta che l’inconfondibile sguardo di Vergara perfora la grottesca patina illusoria. Un’occasione mancata, quindi, per uscire dal loop del suo ruolo più ricordato – quella Gloria di Modern Family che, ancor prima dell’uscita di Griselda, ha permesso collegamenti ironici tra i due personaggi – per aprirsi una strada solida e convincente in contesti differenti.

Per il resto, Griselda conferma una certa fretta che Netflix ha nel riempire i buchi di uscita con prodotti usa e getta che ricalcano strutture narrative consolidate e cavalcano più di una tendenza, allineando quelle native – il filone Narcos – con quelle del mercato generale – il true crime e le biografie “oscure” e sanguinose – risultando però in facili titoli preconfezionati e dall’interesse nullo, capaci solo di appiattire storie potenzialmente interessanti – questo poteva essere in effetti il caso – su schemi e modelli ricorsivi e anestetizzanti. C’è inoltre in Griselda la sensazione che il tutto andasse chiuso in fretta, con degli enormi iati tra gli episodi che cancellano passaggi narrativi potenzialmente molto ricchi, dando spazio diegetico soltanto a segmenti che nell’economia dell’intero racconto si concretizzano in siparietti coloriti e poco centrati: si economizza quindi sulla densità narrativa per scansare la stagionalità, riempiendo un buco classificatorio in una nicchia trasversale del catalogo e nient’altro.

Nella sua totale mediocrità, Griselda deve però accendere più di un campanello d’allarme per chi osserva l’andamento dei cataloghi streaming: la serie Netflix con Sofía Vergara non è infatti un caso isolato di titolo frettoloso che cavalca una plurima tendenza di mercato – bussare a casa Disney con la sua recentissima Echo – e si pone come uno dei sintomi delle ferite portate dal fermo delle produzioni dovuto agli scioperi hollywoodiani, destinati a risuonare in altri aspetti del panorama seriale. Evitare di incappare in questi inciampi sarà sempre più difficile per gli utenti e il pericolo per le piattaforme è di inquinare la propria immagine spingendo sull’acceleratore promozionale di titoli obiettivamente deleteri e insignificanti.
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