L’angelo della storia – In volo sul racconto del mondo
Il lavoro del collettivo Sotterraneo è sempre più un luminoso miracolo nel tessuto teatrale italiano: riuscire a conciliare appeal, tecnica scenica e limpidezza drammaturgica con una ricerca teorica profonda, il tutto conquistando il favore della critica e la complicità di un pubblico entusiasta sono imprese eroiche già se prese singolarmente, figuriamoci nel momento in cui le si integra in un tessuto equilibratissimo di elementi che vanno a costruire le produzioni restituite sulla scena. Ne è un brillante esempio L’angelo della storia, spettacolo di Sotterraneo vincitore del Premio Ubu 2022 – attualmente in tour e da poco approdato al Teatro della Tosse – che, partendo dalla famosa suggestione benjaminiana, configura un fitto, avvincente e misuratissimo mosaico di «aneddoti storici paradossali» la cui messa in risonanza si realizza in un testo stratificato, dalle disparate dimensioni, capace di parlare più voci all’unisono e di massimizzare l’efficacia dello strumento scenico, sia questo corporeo, vocale, materiale o più sottilmente drammaturgico.

L’angelo della storia si presenta fin dall’inizio dotato di un timing semplicemente perfetto, capace di calare la messa in scena in una puntualità irripetibile – anche da un punto di vista metadiscorsivo – che porta il coinvolgimento del pubblico oltre la facile interpellazione, rendendo la sala fonte diretta dell’efficacia emotiva dello spettacolo. Tutto ciò che si staglia attraverso la messa in scena è mosso lungo elastici temporali variabilmente tesi, tra secoli, decenni, minuti e istanti, con finestre che aprono varchi narrativi nelle frazioni di secondo che separano un gesto e la sua conseguenza. La non linearità dell’accadere, racchiusa nelle maglie di una brillante scansione narrativa, diventa immagine di ciò che l’angelo invocato dal titolo vede nel suo volo: fatti paradossali eppure narrati, concatenati a partire da un loro rapporto con il significare, senza una soluzione di continuità.

Il racconto che sottende L’angelo della storia funziona perfettamente pur senza costringersi all’interno di un programma narrativo di alcun tipo: è pura sostanza della narrazione, è trasformazione puntuale che si intreccia attraverso la trasformazione scenica, con ruoli che rimbalzano attraverso gli ottimi interpreti – Sara Bonaventura e Claudio Cirri (ideatori e registi con Daniele Villa), Lorenza Guerrini, Daniele Pennati e Giulio Santolini – ad eccezione di alcuni “pilastri” che ancorano i salti temporali che punteggiano la drammaturgia, personaggi chiave come ritornelli che riportano gli spettatori a situazioni via via sempre più familiari, linee narrative che si fanno punti focali di un racconto paradossale tanto nell’insieme quanto nel dettaglio; ma quel paradosso viene elevato sulla scena a perno della reazione del pubblico, spesso attraverso sottili ed efficaci momenti di esilarante ironia che rendono comica l’apparizione del concreto, con quell’attivazione del reale sulla scena che è scintilla squisitamente emotiva.

La drammaturgia di Daniele Villa è una stratificazione di piani valoriali, capace di intrattenere fin dalla sua superficie aprendo direzioni di profondità crescente in ogni piega del testo; in questo si percepisce l’intelligenza e la solidità della ricerca teorica e filosofica che il collettivo sta portando avanti, con una direzione ben precisa e molto chiaramente ancorata ai propri pilastri intellettuali – su tutti, Yuval Noah Harari, immancabile ed esplicito fin dal linguaggio utilizzato – dimostrando che la scena è effettivamente il luogo della filosofia agita, ben più vivo della pagina, dove i discorsi del mondo possono convivere e condividere spazio, corpi e, in ultimo, narrazione.

Perché è proprio quest’esigenza umana di narrare – che sia il vero, il falso o solo il verosimile – il punto di partenza de L’angelo della storia, che riesce a conciliare in sé il turbinio di eventi a cui «i Sapiens» tentano di restituire razionalità, arrivando ad un razionale che supera il reale fino a ribaltare le prospettive: nello spettacolo di Sotterraneo è singolare che uno dei personaggi che più si avvicina all’esperienza dell’angelo descritto da Benjamin sia il terrapiattista Mad Mike che, prima di precipitare inesorabilmente verso il suolo, realizza la rotondità della Terra e con essa vede accadere in contemporanea molti degli eventi che compongono il mosaico del testo. Travolti dalla fattualità non si può che aggrapparsi alla narrazione, cercare in essa un segno dell’imminente, ritrovarvi quella funzione di allarme e precognizione che migliaia di anni fa poteva far la differenza tra la vita e la morte.

Come in un crepitio di fiamme che illuminano ad intermittenza una caverna dipinta, L’angelo della storia vede saltellare le proprie scintille narrative animando, con un ritmo semplicemente perfetto, ogni possibile modo del narrare, ogni traduzione di quell’istinto – individuale e collettivo – a raccontare e raccontarsi il mondo, mostrando platealmente sulla scena come non esistano confini nelle storie dell’umanità, tutte irrimediabilmente concatenate, incastonate e in perenne dialogo tra loro. Il lavoro di Sotterraneo si dimostra qui capace di raggiungere picchi di maturità scenica eccellenti, abitando appieno lo spazio teatrale e rendendo l’esperienza degli spettatori autenticamente irripetibile nel farsi parte integrante dell’efficacia drammaturgica. Da qui, l’aspettativa per le prossime produzioni – con un 2024 che si preannuncia decisamente intenso per il collettivo – si conferma altissima, confidando in una consapevolezza e in una solidità evidenti ed innegabili.
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