Festa per il compleanno del caro amico Harold – Testo chiave della cultura queer | Speciale William Friedkin
In memoria di William Friedkin, con sei dei suoi film migliori, celebriamo una delle figure più intransigenti del cinema hollywoodiano del XX secolo, irripetibile indagatore del cuore di tenebra americano che ha saputo immaginare per noi una Hollywood diversa, rimanendone sempre un outsider.
The Boys in the Band, con l’eloquente titolo italiano Festa per il compleanno del caro amico Harold, è l’adattamento cinematografico, portato sullo schermo da William Friedkin nel 1970, tratto dalla pièce teatrale di Mart Crowley.
Con un cast composto dagli stessi attori dello spettacolo di Off-Broadway e appartenenti (quasi tutti) alla comunità LGBT, il film fu il primo lungometraggio che parlava così esplicitamente della questione omosessuale.
L’impianto teatrale è evidente in un film che chiaramente è un coro di voci con due personalità che spiccano: Michael, il padrone di casa che ospita la festa, e Harold, il festeggiato.

Dopo una breve sequenza in esterni, in cui uno dei ragazzi si appresta a raggiungere la casa di Michael, The Boys in the Band si svolge tutto in un appartamento dell’Upper East Side. Gli invitati cominciano ad arrivare, l’atmosfera è gioiosa e frizzante ma l’inaspettata incursione di Alan, ex compagno di università di Michael, spezzerà il precario equilibrio e la festa si trasformerà in un ansiogeno gioco al massacro. Friedkin realizza così un film claustrofobico, in un crescendo di emozioni che mettono in evidenza le dinamiche tra gli amici, le traiettorie di relazione, le differenze di classe e le questioni razziali.

Emory, il più eccentrico dei boys, porta come regalo al suo caro amico Harold un midnight cowboy, ma durante la serata le gag sul ragazzo dal corpo perfetto e dalla poca istruzione diventano sempre più crudeli, portando alla luce le idiosincrasie della classe borghese (rappresentata ovviamente da Michael).
Ma cosa fa tracimare quella finta atmosfera di momentanei festeggiamenti? In primo luogo l’arrivo di Alan, un eterosessuale in crisi probabilmente con la moglie, ma che a detta di Michael nasconde la sua omosessualità. In seconda battuta l’entrata in scena di Harold, cinico borghese della comunità ebraica che non perderà tempo a smascherare il piano dell’oste. Michael infatti, deciderà di guidare un gioco che consiste nel telefonare vecchie fiamme e confessare l’amore, facendo emergere gli specifici percorsi di vita personale, di formazione dell’identità e di intime presce di coscienza. Man mano che questo gioco procede l’atmosfera diventa più insostenibile e soffocante, complice l’ebrezza data dall’alcol e dalla marjuana, gli astanti si troveranno infatti vittime del piano di Michael. Sarà proprio Harold, che astenendosi da tutto, farà crollare l’unica persona a sentirsi inadeguata e probabilmente a non accettare la sua omosessualità: Michael.

Se il film inizialmente fu colto da molti entusiasmi, con il passare del tempo è stato accusato di dipingere gli omosessuali attraverso cliché e luoghi comuni. Nel 2020 Ryan Murphy produce la sua versione cinematografica (diretta da Joe Mantello) dalla stessa pièce teatrale ma con un chiaro riferimento al film di William Friedkin. La sua infatti è una riduzione in chiave militante di uno dei testi cardini della cultura gay. Tuttavia, il film del 1970, pur peccando di qualche banalità, riesce a materializzare perfettamente l’incedere di inquietudine creata dal burattinaio Michael e a restituire un’ambiguità che pervade ogni personaggio, relazione e dinamica tra i presenti. Il film infatti si chiude con domande che lo spettatore è costretto a farsi: Alan è in realtà gay? Michael e Harold hanno avuto una relazione? Donald sarà l’emancipazione di Michael?
Il finale così aperto fa di The Boys in the Band una riduzione cinematografica moderna e tensiva, che porta dietro di sé più di tanta filmografia di Friedkin di quanto apparentemente possa sembrare. Dieci anni dopo il regista realizzerà uno dei suoi capolavori, Cruising, un film che ritorna nell’ambito della comunità gay metropolitana, ma in un gioco al massacro che diventa la caccia a un serial killer.
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