Se l’opera è roba vecchia – Cosa aspettarsi dal Don Carlo in Scala
Da diversi anni mi chiedo se la lirica abbia, come forma artistica, una ineluttabile senilità dentro di sé. Mi trovo in una condizione mediana particolarmente difficile per farmi un giudizio e difenderlo solidamente. Non sono una musicista, ma ho un vago senso del ritmo, sufficiente a farmi dire se la partitura è insopportabilmente sbrodolata oppure sostenuta; né sono una spettatrice esperta capace di comparare anni di visioni e restituzioni. D’altro canto, e purtroppo, non ho uno sguardo spettatoriale puro, mi spiego: quando assisto a una performance non riesco più a distendermi per accogliere la visione e lasciarmi persino sovrastare. Piuttosto sto lì a indagare e fantasticare sul processo creativo, studio e appunto le dinamiche di scena sia che ne debba scrivere – per quanto in fin dei conti valga la pena discutere solo ciò che perdura nella mente nei giorni successivi – ma anche per rubare gesti, intuizioni, immagini. Insomma, non me la godo, e sto sempre a chiedermi – ma magari anche voi – che cos’è che sta funzionando, cosa sto provando e quali sono le ragioni intime ma anche fenomenologiche (lo spazio-tempo della messa in scena) di ciò che mi si muove dentro.
Ancor di più, mi guardo attorno per testare la temperatura di quella comunità transeunte che si forma tra le poltroncine: e giù di sbadigli, notifiche, colpetti di tosse, qualche fronte corrucciata, ogni tanto la gratificazione di una pupilla languida come la mia. Ecco, le persone sedute con me rappresentano quella porzione del mondo fuori che irrompe nel tempio teatrale, e pur scrollandosi di dosso per la parentesi dello spettacolo tutto ciò che pertiene alle attività esterne a quel perimetro sacro, questo gruppo è una fotografia immediata del dietro e del davanti e del contorno del fare cultura. La teologia dell’immortalità dell’opera d’arte che si sgretola sotto la grandine delle circostanze fortuite, delle abitudini di consumo, e di altri fattori più grevi dell’ispirazione: per esempio, la segmentazione classista della cultura.

Pertanto, si sta compiendo dentro di me un pensiero che mi rende inquieta, e cioè che se la lirica è percepita come “vecchia” è perché lo è il suo pubblico abituale. Per tutelarmi da incursioni dovrei dichiarare preventivamente che per “vecchio” intendo un atteggiamento scarsamente proclive all’innovazione, riluttante al rischio che le proprie aspettative vacillino, assuefatto a certe incancrenite proposte. Però sarei intellettualmente disonesta, e voi con me, se non riconoscessi che c’è una componente anagrafica, a cui se ne somma una di reddito (le due cose in questo paese vanno tristemente intrecciate), che scoraggia qualsiasi tentativo di modernità dell’opera appunto.
Che una certa musica non sia destinata a tramontare lo testimoniano opere immense come, che so, Le Indie Galanti: possiamo pensare che tra cent’anni si ricorderanno di Shiva e non di Schubert, ma per ora è un fatto che il linguaggio strumentale sia universale e potenzialmente eterno. I libretti, al contrario, sono spesso desueti nel linguaggio e semplicisti nelle trame, eppure si può con loro agire in due modi: storicizzarli e contestualizzarne l’impatto, riscoprendo con piacere degli insospettabili guizzi di avanguardia per il loro tempo; oppure usarli come bacino di intrecci, legami, impulsi, tentazioni, vizi e virtù nel loro nucleo essenziale, e calarli nel nostro di tempo. Quindi, giunge la messa in scena attraverso la mano visibile del regista. Dunque, l’opera non è vecchia di per sé, ma è vecchia se resta sempre uguale a sé stessa, ed è vecchia se chi produce e propone i cartelloni si lascia condizionare dal suo vecchio pubblico con i suoi vecchi gusti e i suoi vecchi giudizi. Il buon teatro, ha commentato di recente Jon Fosse su Robinson, può riguardare qualsiasi cosa: il punto non è il cosa, ma il come. È una questione di sensibilità, musicalità e pensiero, di tensione fra persone molto distanti fra loro eppure profondamente integrate in una comune comprensione di alcuni fatti centrali, nel privato e nella propria epoca.

Dell’opera lirica Don Carlo non si può negare che si tratti di un Verdi particolarmente roboante e tronfio: è un’opera impegnativa, con parziali picchi lirici, e nella tiepida varietà dei toni la direzione musicale di Jacopo Brusa è riuscita a inserirsi e a valorizzarli rendendola più incalzante e multiforme. Il libretto di Joseph Méry e Camille du Locle, tratto dalla tragedia di Friedrich Schiller, si divide in cinque atti, dalla Francia alla Spagna. Attraverso le vicissitudini emotive di Don Carlo, infante di Spagna, si ripercorre l’evoluzione del concetto di monarchia e dell’equilibrio tra Stato e Chiesa, in un rapporto conflittuale che sul piano umano si esplica nel tradizionale conflitto tra narcisistiche ed esorbitanti figure maschili. Ma senza il tentativo di Andrea Bernard di avvicinare le sorti di Don Carlo e degli altri protagonisti a un contesto vagamente assimilabile – perché comprensibile – da parte dello spettatore, francamente immagino che sarebbero state quattro ore insostenibili. La produzione del Teatro Fraschini per il Circuito OperaLombardia è forse persino un esperimento azzardato, fatto di una crasi tra due giganti della letteratura le cui enormità si sfregano a vicenda: tenere insieme il Grande Inquisitore e Orwell, come dichiara di voler fare Bernard, è fin troppo ambizioso, ma è un’idea, un sussulto ardito dentro un libretto di una storia infinitamente pomposa e lontana. Così ho apprezzato invece lo scenario da cospirazione secessionista perché ho potuto pensare al sogno catalano e alla difficile condizione irlandese; ho sussultato di fronte alle scene più crude perché le figuranti donne ora subivano ora agivano quella violenza, uno scenario impensabile in una rappresentazione classicheggiante ma ancora più necessario in questi giorni di comune riflessione sulle gerarchie di genere e i linguaggi del sopruso. L’incoronazione ripresa dai media moderni mi ha riportato alla guerra propagandistica a suon di meme e viralità TikTok degli ultimi due conflitti, e tutto, persino il Don Carlo, è suonato più vivido, è risuonato più vicino.

Ma nel frattempo bisbigliava attorno a me il pubblico che l’opera chiama a sé e che a sua volta reclama un’opera tutta per sé. Era un pubblico che lamentava la mancanza di sfarzo e di ori e mirre e incensi, perché il Don Carlo “è sempre stato fatto così”, perché “mi aspettavo la grandeur”, perché “non ci si scosta dalle indicazioni di libretto”.
Io non so cosa aspettarmi il 7 dicembre dal Don Carlo, scelto per la prima del Teatro Alla Scala. Mi auguro, anzi pretendo, uno slancio di coraggio come quello del Teatro Fraschini, che sovverta le regole non scritte per cui si deve dare in pasto al pubblico ciò che il pubblico oziosamente richiede, anche quando questo rischia di esaurire l’impeto vitale dell’opera (lirica) stessa.
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