Silent Night – Il ritorno di John Woo tra lirismo e azione
Texas, Vigilia di Natale. Un uomo con le mani insanguinate corre forsennatamente in slow motion. La macchina da presa indugia zoomando sui suoi occhi, che mostrano una fredda determinazione, e sul brutto maglione natalizio con renna. In primo piano il tintinnio del ciondolo che l’uomo porta al collo stride ironicamente con la sparatoria che sentiamo in sottofondo. Dramma, azioni spettacolari e ironia, tutti gli ingredienti chiave di Silent Night, ultimo film di John Woo, sono presenti fin dalla sorprendente scena iniziale. L’uomo (Joel Kinnaman), dopo un inseguimento rocambolesco, si trova per la prima volta faccia a faccia con la sua nemesi, un gangster dal volto tatuato che durante uno scontro a fuoco tra bande rivali ha provocato la morte del figlio. Durante questo primo combattimento, già contrassegnato da una violenza volutamente esibita e iperbolica e da morti che denotano una buona dose di creatività, il misterioso eroe rimane ferito alle corde vocali e non potrà più parlare; inizia così a covare una lunga, silenziosa vendetta che si compirà, in una corrispondenza perfetta, il 24 dicembre dell’anno successivo.

Il maestro del cinema d’azione John Woo torna sul grande schermo con un revenge movie dall’impianto classico che ripropone alcuni motivi cardine della sua poetica: l’unione tra melodramma e azione, il lirismo delle scene di violenza e la presenza di valori morali forti come l’amore paterno e il senso della famiglia. Il regista di Hong Kong è unanimemente riconosciuto come il fondatore dell’heroic bloodshed, un genere cinematografico d’azione incentrato su temi quali l’onore, la fratellanza e la violenza, ricchi di scene action coreografate che si rifanno al cinema di arti marziali e di eroi solitari in cerca di redenzione. Tra gli anni ‘80 e ‘90 John Woo ha riscritto i codici del cinema d’azione con quelli che sono considerati i suoi capolavori, A Better Tomorrow e The Killer, e, oltreoceano, con le produzioni hollywoodiane – da citare Face/Off e Mission Impossible II – facendo scuola e influenzando schiere di registi, tra cui Tarantino, le sorelle Wachowski con Matrix e Michael Bay, per citarne alcuni.

Grazie all’espediente narrativo della ferita alle corde vocali, John Woo costruisce una narrazione puramente visiva, quasi completamente priva di dialoghi, in cui la parola è lasciata alle spettacolari immagini di azione, sparatorie e inseguimenti, coadiuvate da una colonna sonora incalzante che sostiene il ritmo vorticoso e adrenalinico della pellicola. Il titolo del film gioca dunque ironicamente con l’incapacità di parlare del protagonista e l’ambientazione natalizia a contrasto con l’iperrealismo delle scene di violenza; antitesi che viene sottolineata anche dall’uso della celebre canzone di Natale in una delle scene iniziali del film e sui titoli di coda. La struttura di Silent Night è quella classica in tre atti: nella prima parte la normalità familiare del protagonista viene sconvolta dalla morte del figlio, l’atto centrale corrisponde alla preparazione della vendetta e all’addestramento fisico cui si sottopone l’eroe, e, infine, nell’ultimo atto, John Woo dà libero sfogo alla sua inventiva e ci regala una lunghissima sequenza di sparatorie e combattimenti, in un’accumulazione brutale e poetica allo stesso tempo di scene di violenza.

Se John Woo si distingue ancora per il virtuosismo con cui rappresenta le scene action – pur appoggiandosi a una produzione a basso budget – la controparte melodrammatica del film sembra invece inconsistente e piuttosto stereotipata. Il film ruota tutto intorno a un unico personaggio, il protagonista, che, essendo privato della parola, può comunicare solo con la sua corporeità e l’espressività degli occhi. La trama, ridotta all’essenziale, è incentrata completamente sull’amore paterno, che costituisce la molla che fa scattare la brutale macchina della vendetta. Proprio questo sentimento e il rapporto tra l’eroe e il figlioletto perduto vengono raccontati in modo piuttosto retorico e banale attraverso dei (bruttissimi) flashback che ricostruiscono gli ultimi momenti di felicità familiare prima della tragedia. Tutti gli altri personaggi che popolano il tetro universo di Silent Night sono semplici comparse monodimensionali e senza spessore, così le due uniche figure femminili presenti, la moglie e l’amante del villain, ma anche l’antagonista stesso e la spalla dell’eroe – personaggio generalmente centrale nei film del regista di Hong Kong – che qui entra in scena solamente nel finale.
Tolto qualche pezzo di bravura, Silent Night assomiglia a una copia sbiadita dei lavori di un tempo, un accumulo di scene d’azione non sostenuto da un impianto narrativo solido e da personaggi sfaccettati. Pur riuscendo ancora a divertire gli amanti dell’action, John Woo rimane ancorato ai vecchi stilemi di un genere che lui stesso per primo ha contribuito a ridefinire – ma che forse oggi necessiterebbe di un aggiornamento – senza riuscire tuttavia a eguagliare i successi del passato.
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