Dissolvenza in nero – Lo sguardo di Teatro Akropolis sul cinema | TRA14
È un’attrazione costante quella che si sottende tra la ricerca di Teatro Akropolis sul performativo come atto di superamento della rappresentazione e l’impossibilità radicale che questo superamento avvenga sullo schermo cinematografico, dove il regime scopico è l’elemento totalizzante dell’esperienza di fruizione. Quest’attrazione si pone come un interrogativo inesauribile, come un’esplorazione ai confini del tessuto stesso del rappresentabile che nel cinema ha il suo strumento più densamente (il)limitato, arrivando a pensare l’audiovisivo come luogo in cui raccogliere testimonianze da riabitare e riscoprire ogni volta – questo uno degli effetti del ciclo di film prodotti da Akropolis, La parte maledetta. Viaggio ai confini del teatro, attualmente in produzione -, archivio vivo dell’esperibile che al contempo permette di immaginare l’avventurarsi verso i suoi stessi limiti, là dove il mezzo smette di farsi servitore e si afferma autenticamente. Così nasce Dissolvenza in nero, rassegna di film curata da Teatro Akropolis – nelle persone di Clemente Tafuri e David Beronio, i direttori artistici – che, a partire dalla 14^ edizione del festival Testimonianze ricerca azioni, porta all’interno del proprio percorso condiviso sperimentazioni audiovisive in pieno dialogo con l’attività di ricerca del Teatro, in un efficace incontro tra cinema e scena che si riverbera in più momenti e situazioni.

E proprio come un effettivo dialogo ha voluto presentarsi il primo appuntamento con Dissolvenza in nero, dove non solo i lavori selezionati per la rassegna hanno coabitato gli spazi di Akropolis insieme a una delle produzioni dei direttori artistici – Carlo Sini, presentato ad un evento collaterale di Venezia 79 -, ma gli autori stessi hanno potuto presentare in prima persona la loro presa sul cinema, parlando della propria ricerca attraverso il mezzo e l’immagine, raccontando l’intorno dei risultati del proprio percorso, mostrando come ci siano vie per l’immagine che portano a mettere radicalmente in discussione quel che viene definito “cinematografico”, il tutto da punti di vista diametralmente distanti. I lavori di Vincenzo Schino e Davide Palella – i due giovani registi presentati alla rassegna – interrogano infatti il mezzo filmico da due direzioni opposte, quasi contrastanti, portando però ad un punto d’incontro che è la necessaria e potente evocazione dell’immagine, e non per forza della rappresentazione. In entrambi i percorsi dei registi si trovano effetti estetici che nascono dalla natura più sincera di ciò che è il cinema, tornando a quella radice performativa che lo ancora all’attività scenica.

Di Vincenzo Schino sono stati proiettati tre lavori, tutti genuinamente ancorati ad una tradizione teatrale che va dalla riflessione sulla parola – First and Second Clown – fino alla percezione dell’alterità sulla scena – Phantasmata – risultando in tre oggetti che nella loro distanza superficiale trovano un’evoluzione discorsiva attraverso una discesa dalla riflessione sul contenuto fino alla messa alla prova della co-presenza data dall’immagine filmica. In First and Second Clown tutto ruota intorno alla natura estremamente performativa delle parole di Shakespeare, impossibili da sciogliere se non attraverso una loro incarnazione che si fa spettro tanto del performer quanto dell’interlocutore; nello Shakespeare di Schino ogni particella di contenuto diventa abisso della rappresentazione, esplosione infinita dei possibili, richiamando una necessità di interlacciare con la densa presenza iconica un dire che altrimenti si annulla nella sola parola. Al contempo, questa fantasmaticità si ritrova in Phantasmata, esperimento di performatività che fa convivere sullo schermo corpi che agiscono in solitudine, ma attraverso un come se che prevede l’altro nell’assenza: il risultato è un teatro di ombre corporali, gesti de-ritmati la cui tenuta di senso viene ricostruita dallo sguardo dello spettatore in sala, denunciando in chi guarda un bisogno di rappresentazione che non è necessariamente intrinseco all’immagine filmica.

Il lavoro di Davide Palella – Sonnenstube, realizzato durante il Festival di Locarno 2022 – arriva invece al cinema da un processo generativamente opposto: nel documentario sperimentale del regista quello che più radicalmente si afferma è che il filmico è una caratteristica potenzialmente latente anche quando non cercata, che aspetta solo di essere attivata. Il denso, per quanto breve, cortometraggio di Palella recupera infatti il lavoro di Sergio Cortesi che, in quasi 65 anni, ha tracciato su carta il trasformarsi delle macchie solari, ritrovando in questi cerchi minuziosamente confezionati l’identità di fotogrammi di una trasformazione costante di cui Cortesi stesso ha fotografato “in passo uno” l’andamento. Il pregio del lavoro di Palella è quello di restituire quest’intuizione attraverso un’attenta costruzione estetica, fatta di grana dell’immagine e densità sonora, proponendo in Sonnenstube l’esperienza sinestetica dell’immergersi nella trasformazione – dal gusto squisitamente analogico – del volto del Sole.

Oltre all’evento dedicato, Dissolvenza in nero ha visto una prosecuzione con la proposta del film A Summer Family di Masaki Iwana all’interno della giornata dedicata alla danza Butō, ormai un appuntamento immancabile del festival di Akropolis. L’importanza di quest’estensione della rassegna di Teatro Akropolis sta nel voler ancorare il percorso di esplorazione del filmico ad una tradizione che vede il dialogo tra attività performativa e cinema portato a livelli totalizzanti, attraverso idee di immagine che nulla hanno da spartire con la superficialità del rappresentativo persino nel momento in cui incrociano una conformazione narrativa precostituita. Il tutto inoltre porta ad un’efficace armonizzazione delle parti di un festival – Testimonianze ricerca azioni – che apre moltissime finestre sulla sperimentazione scenica e che nel discorso cinematografico possono ottenere un ulteriore terreno di dialogo.

Per intervallare i lavori della rassegna, i direttori artistici hanno proposto alcuni suggestivi teaser provenienti dal Premio Tuttoteatro.com, come ulteriori testimonianze delle varie forme che il performativo e l’audiovisivo possono intrecciare nel restituire effetti estetici di svariate nature. In tutto ciò, pur nella sua prima edizione, Dissolvenza in nero si mostra già come un progetto solidissimo e perfettamente integrato con l’intero lavoro di ricerca di Teatro Akropolis che ha scelto da tempo di estendere il proprio raggio di dialogo e di sperimentazione al di là del solo spazio scenico, alla ricerca di quel superamento della rappresentazione che può passare anche – seppur forse ossimoricamente – dal cinema.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.