Il Conte di Kevenhüller – La fantasmagoria perfetta di Teatro Medico Ipnotico
Normalmente, assistere alla restituzione dei risultati di una residenza artistica teatrale significa prendere parte ad un’intima impalcatura di quello che diventerà uno spettacolo: testi, scene, ritmi, personaggi e oggettistica sono spesso abbozzi, simulacri di quel che sarà la vera e propria messa in scena, tanto da chiedere allo spettatore uno sforzo di astrazione maggiore per vedere nello sbozzo teatrale quello che verrà. Ecco, con Teatro Medico Ipnotico e con la loro restituzione de Il Conte di Kevenhüller a Teatro Akropolis – lì perché vincitori del Premio Otello Sarzi – si è invece assistito a qualcosa che non solo sta perfettamente e completamente in piedi, ma vive e respira come solo le migliori opere riescono a fare: un organismo scenico che si nutre della propria magia, che contiene un mondo intero capace di trasformarsi nei compatti e densi 40 minuti della propria durata che, da spettatore, si vorrebbe inesauribile.

Il linguaggio scenico eterogeneo di Teatro Medico Ipnotico, che parte dai burattini – anch’essi tutti unici nella loro fattura – per espandersi verso una totalità emersiva ed immersiva inaspettate, afferra per omaggiarlo il testo di Giorgio Caproni e vi cerca all’interno quella nota surreale che stride con la fattualità del mondo, quel confine tra reale e immaginario che permette di rendere la narrazione – la caccia all’enigmatica Bestia – un pretesto per la nascita della rappresentazione, per l’esistenza dei personaggi, per il loro nutrirsi della scena stessa. Tutto nasce dalla classica baracca/palco scenico, con un sipario e un albero, in cui il narratore burattino Enea – «un nome che è tutto un programma» – dimostra materialmente le regole surreali di ciò che sta per accadere, trasportando il pubblico in un mondo dove i confini della rappresentazione si dissolvono dall’inizio. In questo Teatro Medico Ipnotico dimostra una consapevolezza magistrale nell’imbastire i pilastri discorsivi dello spettacolo, capaci di reggere una successione travolgente di trovate sorprendenti e inesauribili.
Il fulcro del tutto è il gusto gioioso e giocoso per la fantasmagoria, quell’inaspettato effetto scenico che diventa realtà narrativa per volontà dello sguardo dello spettatore: salti, scoppi, luci e movimenti sono più reali quanto più dimostrano il loro essere totalmente artigianali. Nella concretezza materiale della loro esistenza sulla scena, gli effetti speciali diventano fattualità e per questo colpiscono la sorpresa dello spettatore che li colloca nella realtà del racconto. La fantasmagoria teatrale diventa così vera e propria magia, riportando il pubblico a quel mistero ancestrale della manifestazione di un mondo che si origina concretamente davanti ai propri occhi: un senso del magico che solo l’arte nella sua più profonda sincerità è in grado di evocare.

Assistere a un lavoro come Il Conte di Kevenhüller ci ricorda quanto si stia perdendo, in pressoché ogni ambito artistico o sedicente tale, quella mistica profonda dell’artigianalità dell’arte, quel tocco carnalmente umano che dona letteralmente corpo all’opera. Nell’azione scenica di Teatro Medico Ipnotico questo è invece centralissimo: gli oggetti in scena sono estremamente presenti, a partire dal rumore che fanno, implicandone una responsabilità corporea che è il senso ultimo del trovarsi in un teatro ad assistere a quel che vi accade all’interno. Di fronte al loro lavoro si recupera quel misticismo poetico proprio di un certo giocare con la sostanza espressiva, qualcosa che era sicuramente dentro al poetare di Caproni, ma che risuona fortemente anche nel primissimo cinema – si pensi alle fantasmagorie di Méliès – o nella musica popolare a cavallo del secondo dopoguerra: tutte forme artistiche dell’evocazione, della trasformazione di sostanza del mondo con il fine di renderla profondamente narrativa.

Onestamente non so cosa ancora possa essere rifinito o raffinato in un lavoro come Il Conte di Kevenhüller, così sinceramente efficace nell’essere esilarante, coinvolgente, a tratti inquietante e spaventoso, nonché profondamente ancorato ad un adesso ancestrale e quindi mai inattuale; una lezione, questa, che tanti autori dovrebbero imparare nella loro forsennata rincorsa di una supposta attualità didascalica e anestetizzata, ma totalmente incapace di farsi mistica. In tutto questo il plauso va anche a Teatro Akropolis, i cui spazi si dimostrano ancora estremamente malleabili e capaci di adattarsi a qualsiasi esigenza poetica degli artisti che ospitano in residenza e che confezionano un’offerta di programmazione sempre più solida, coerente e radicale.
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