Totally Killer – Verso la nuova generazione degli slasher
Sono tempi duri per i serial killer del grande (e del piccolo) schermo. A quanto pare, è diventato estremamente difficile lanciare delle coltellate a qualche adolescente. Un tempo bastava indossare una maschera, prendere un coltello e far fuori chiunque si incontrasse per strada. Oggi invece può capitare che tra un’uccisione e l’altra si finisca indietro nel tempo, si riviva la stessa giornata più volte, ci si scambi il corpo con la propria vittima, o succedano altri improbabili eventi dello stesso tipo. È che i film slasher – bisogna prenderne atto – sono entrati in una nuova fase. Una nuova stagione, caratterizzata dalla volontà di sovvertire i luoghi comuni e sperimentare sulle meccaniche più consolidate di questo genere cinematografico. Non basta più agitare minacciosamente coltelli di fronte alle telecamere: oggi la vera sfida consiste nell’ibridare forme e contenuti per sfidare le aspettative degli spettatori anche più esperti. Totally Killer, recentemente uscito su Prime Video, è solo l’ultimo in ordine temporale di questa nuova generazione di slasher. Per inquadrare il discorso della regista Nahnatchka Khan, proviamo allora a comprendere prima le ragioni dietro l’emergere di questo nuovo trend audiovisivo.

La meccanica elementare dello slasher
I primi slasher si basavano su una formula semplicissima. Le trame seguivano un gruppo di adolescenti impegnati a sottrarsi agli attacchi di un killer mascherato munito di un’arma bianca. Uno dopo l’altro, quasi tutti questi giovani morivano, e i primi capitoli di saghe come Halloween, Venerdì 13 o A Nightmare on Elm Street hanno fatto la loro fortuna proprio intrattenendo il pubblico con lunghe sequenze di uccisioni tanto brutali quanto fantasiose.

Con il passare del tempo, però, la continua riproposizione di questi cicli di omicidi ha portato ad una sensazione di noia e prevedibilità. Quando d’altronde si parla delle famose “regole” dei film slasher (“chi si droga o fa sesso muore”, “solo la vergine sopravvive”, “il killer non muore mai”, ecc.) si fa riferimento a una serie di cliché nati da film talmente simili tra loro da aver riproposto la stessa storia con le stesse dinamiche e gli stessi colpi di scena. Già sulla fine degli anni ’80 si tentarono nuove strade per rompere una simile monotonia e mantenere alta l’attenzione del pubblico. Si tentarono variazioni sul tema inviando ad esempio i killer in ambientazioni insolite (Venerdì 13 parte VIII – Incubo a Manhattan, 1989), o provando ad ibridare lo slasher con la commedia (Non aprite quella porta – parte 2, 1986; La bambola assassina, 1988).

Il genere, tuttavia, sembrava aver esaurito il suo potenziale: delle variazioni così superficiali non riuscivano a mascherare la monotonia della formula di base e, arrivati ai primi anni ’90, lo slasher aveva terminato tutto quello che aveva da dire. Il calo d’interesse del pubblico e l’arresto della produzione di nuovi capitoli per le grandi saghe horror ne erano la prova evidente.
Scream e l’avvento del meta-slasher
Il film che ha inaugurato la nuova generazione di slasher è stato Scream – chi urla muore (1996). L’intuizione del regista Wes Craven è stata quella di offrirci un meta-slasher in cui l’assassino si muove infrangendo sistematicamente tutte le regole di genere che anni di film identici tra loro ci avevano portato a dar per scontate. I personaggi del film hanno infatti già visto le grandi saghe horror degli anni ’80, e il killer è consapevole che per aver successo non può più seguire gli schemi d’azione estremamente prevedibili dei suoi predecessori. L’assassino sa che per avere successo deve elaborare strategie nuove per sorprendere le vittime, e con loro il pubblico in sala.

Con Scream parliamo di “meta-slasher” perché il film, nel suo svolgersi, riflette e sperimenta sulle convenzioni e sugli stereotipi del suo genere cinematografico. È attraverso la messa alla berlina di queste regole di genere che Wes Craven riesce a mettere in luce la loro limitatezza e a distanziarsene, dando vita ad una storia finalmente nuova. Scream segna il passo. Dopo questo film, il valore degli slasher non è più definito solo dalla qualità e quantità degli omicidi, ma anche dalla capacità di raccontarli in modo innovativo, rompendo gli schemi convenzionali. Con questo approccio Wes Craven torna a stimolare la curiosità degli spettatori, ed evita soprattutto di ripetere quello che era stato già detto in un panorama saturo di decine e decine di film sull’argomento.
Gli altri slasher di nuova generazione
L’approccio meta-filmico di Wes Craven si è rivelato fecondo e Scream è solo il primo di questa nuova generazione di slasher che mirano esplicitamente a sfidare le dinamiche stereotipiche e limitanti che hanno caratterizzato i film horror del passato. Per offrire una veloce panoramica, si consideri ad esempio The Final girls (2015), che parla di un gruppo di adolescenti dei nostri giorni che finisce catapultato in un vero e proprio film slasher degli anni ’80. Anche in questo caso i giovani si divertono a esplicitare e ad infrangere le regole di genere, proprio perché le conoscono perfettamente. Si prenda poi uno slasher come The Blackening (2022): la sua quota meta-filmica emerge già solo considerando la campagna promozionale. Nella locandina vediamo un gruppo di uomini di colore stagliarsi in piedi in un bosco tenebroso, pronti alla battaglia con il killer di turno, mentre la gigantesca tag-line recita: «We can’t all die first».

Tra gli slasher che non presentano le caratteristiche tipiche del genere, ricordiamo poi Freaky (2020), che narra la storia di un killer che scambia il proprio corpo con quello di una sua vittima, ma anche Grindhouse – A prova di morte (2007), con cui Quentin Tarantino – per sua stessa ammissione – ha provato ad offrire una versione “incasinata e sconnessa” dei film di questo tipo. Tucker & Dale vs Evil (2010) o il più recente Bodies Bodies Bodies (2022) sperimentano ancor di più sulla formula costitutiva di questo genere cinematografico, perché ci dimostrano che è possibile creare uno slasher eliminando dall’equazione persino la figura centrale dell’assassino.

I grandi franchise
Anche nei nuovi capitoli delle grandi saghe, come gli Halloween di David Gordon Green, il Non aprite quella porta di David Blue Garcia (2022), e la serie tv su Chucky (2021 – in produzione), rileviamo un intrigante approccio meta-filmico. In tutti questi prodotti assistiamo al ritorno delle originali final girl (o final boy). L’elemento “meta” emerge dal fatto che questi vecchi personaggi, esattamente come gli spettatori, hanno già partecipato agli eventi dei primi film, conoscono il killer e il suo modus operandi, e credono di poter prevedere le sue mosse. Di tenergli testa, persino.
Di conseguenza accade che, in questi film, persino i killer più noti sono chiamati a modificare in modi imprevedibili i loro consueti schemi d’azione per continuare a perpetrare la loro dose di omicidi. I nuovi capitoli dei grandi franchise trovano la loro giustificazione nel momento in cui i killer si vedono costretti a stravolgere l’orizzonte di attese sia delle loro potenziali vittime che quello del pubblico in sala, dando vita, di fatto, a dinamiche e storie completamente nuove.

Totally killer, the last and the least
L’approccio meta-filmico non è comunque sufficiente, da solo, a garantire un discorso intelligente o un film che riesca necessariamente a dire qualcosa di nuovo. Quella che abbiamo delineato rappresenta solo una tendenza di alcuni film horror contemporanei, e la validità dei prodotti coinvolti varia notevolmente. Il recente Totally Killer (2023), a nostro avviso, è infatti uno slasher che non riesce a contribuire in alcun modo al dialogo in corso attorno a questo genere cinematografico.

La strategia meta-filmica di Totally Killer consiste in un viaggio nel tempo da parte della protagonista Jamie (Kiernan Shipka) dal 2023 al 1987, anno in cui sono avvenuti degli omicidi da parte di un killer mascherato. Anche in questo caso, è come se Jamie avesse “già visto” il film: sa bene cos’è accaduto e sa come deve intervenire per fermare il killer prima che uccida. Ma nonostante questi buoni presupposti per un solido “meta-slasher”, ci pare che il film perda la sfida a dire qualcosa di nuovo sull’argomento.
Mentre si sofferma a riflettere su quanto la società e la sensibilità contemporanee differiscano da quelle degli anni ’80, Totally Killer trascura notevolmente l’aspetto horror. Le gesta di Jamie comportano infatti un semplice cambio di ordine degli omicidi da parte del killer, che dal canto suo continua ad agire indisturbato proprio come hanno da sempre fatto tutti i suoi colleghi. Ma in una stagione degli slasher in cui la sfida è sperimentare audacemente sull’equazione costitutiva del genere, limitarsi a cambiare l’ordine degli addendi non basta più. Nonostante la sua impalcatura meta-narrativa, Totally Killer finisce con l’adeguarsi grossomodo alle dinamiche dei vecchi slasher, ed è la dimostrazione di come, in mancanza di idee, si possa incappare in triti luoghi comuni pur seguendo i nuovi trend.

Qualche coltellata vecchio stile
Con Totally killer concludiamo la nostra rassegna sugli slasher di nuova generazione. Ma teniamo comunque a specificare, in chiusura, che nonostante il dominio del meta-filmico, gli slasher di oggi seguono anche altre strade. Di tanto in tanto, emergono ancora produzioni con un’impostazione tradizionale, che raccontano storie di serial killer che tirano coltellate alla vecchia maniera, senza particolari virtuosismi narrativi.
Tra queste produzioni, possiamo citare film come La casa dei mille corpi (2003) di Rob Zombie, Terrifier (2016) e Terrifier 2 (2022) di Damien Leone, o il film di prossima uscita Thanksgiving (2023) di Eli Roth. Questi film riportano in auge dinamiche già consolidate nel passato, ma rilanciano la posta in gioco puntando su una ferocia e una violenza estrema, raggiungendo livelli inauditi. Ma questo dei nuovi slasher vecchio stile rappresenta un intero altro capitolo, ed è una questione troppo ghiotta per non rimandarla ad un prossimo articolo.

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