La doppia vita di Ahsoka Tano
Nell’ultimo episodio di Ahsoka si concretizza la prima parte della parabola di un personaggio diviso tra due realtà parallele, due epoche della propria vita e addirittura due galassie. In quest’ottica, il personaggio di Ahsoka Tano è perfetto specchio della produzione di cui è protagonista, una serie che da una parte continua un filone iniziato nell’animazione, dall’altra deve necessariamente introdurre personaggi mai visti in live-action senza lasciarsi andare a riassunti di trame e trascorsi di cui francamente il pubblico inizia a essere stanco; ma la scissione non finisce qui, c’è anche un discorso di stile che riprende The Mandalorian ma sembra per certi versi avvicinarsi all’estetica inarrivabile di Andor, la serie senza spade laser che paradossalmente più di tutte ci ha riportato ai fasti di uno Star Wars che era prima di tutto amore per la storia e per i personaggi.

Ahsoka è quindi di per sé una serie fatta di contrasti, di idee vincenti e passi a vuoto. L’idea iniziale è molto semplice, andare alla ricerca di Ezra Bridger e riportarlo a casa, in maniera non troppo dissimile da quello che succede nell’ultima raffazzonata trilogia cinematografica, dove oggetto della ricerca era stato un eremitico Luke Skywalker. Nel mezzo si deve scendere a compromessi: cercare Ezra comporta il rischio di “liberare” Thrawn dal suo esilio extragalattico, addestrare Sabine comporta il rischio che quella si avvicini al Lato Oscuro, e i dubbi sono anche nello schieramento opposto, dove c’è uno Jedi decaduto che accetta volentieri un passaggio per una nuova galassia, ma si disinteressa degli affari per cui è partito, e al suo fianco c’è un’allieva che forse impugna una spada cremisi per pura contingenza temporale, ma pare essere potenzialmente convertibile al Lato Chiaro

Il tema cardine della serie sembra insomma la ricerca di equilibrio, magnificamente richiamata nell’ultimo episodio con riferimenti “colti” che solo i veri seguaci delle vicende concepite in primis dalla mente di Filoni possono capire. In sé, quest’ultimo, è uno dei più grossi difetti di questa serie, che richiede conoscenze troppo approfondite per essere capita a pieno, ma trattasi di un difetto risolvibile col recupero di Clone Wars e Rebels. Occupandoci qui del lato artistico delle opere, possiamo lasciare calcoli di convenzienza economica di una tale scelta narrativa a econonomisti salariati da Disney, tornando a noi va detto che Ahsoka, nel tentativo di rappresentare un collante tra vecchi e nuovi fan, animazione e live-action, si ritrovi a perdere un filo conduttore veramente forte, oltre che a un po’ di ritmo. I primi due episodi promettono molto, evocando Thrawn e addirittura una nuova galassia, e il seguito della vicenda non è da meno, una grande promessa di qualcosa che quando arriva non è poi degnamente celebrato. Gli episodi sono o troppo brevi o troppo pochi, a differenza di quanto succede, per esempio, in Andor, dove la sceneggiatura “respira” lasciando montare l’attesa per le svolte della trama.

L’incontro tanto atteso tra Sabine ed Ezra versione Aladdin si traduce in un dialogo impacciato e troppo imbarazzato se consideriamo che Sabine ha smosso mari e monti per arrivare fino a lì e, dall’ultima volta che si sono visti, sono passati circa 11 anni. Certo c’è lo sbigottimento del ritrovarsi cambiati, dopo tutto quello che è successo forse si può però dedicare più tempo alle emozioni, che sono poi il nocciolo di Star Wars, per certi versi, dal «Ti amo» – «Lo so» di Leila e Han Solo in poi. Ahsoka invece dà il titolo alla serie e si mostra in questa nuova veste di saggia guida dai movimenti lentissimi, il passo compassato e le poche parole, una china che non rende molto onore a un personaggio ricchissimo, fortunatamente esaltato nei suoi incontri con Anakin Skywalker nel Mondo tra i mondi e in qualche combattimento, dove si deve constatare che a livello coreografico, fotografico ed epico si sia ancora lontanissimi dalle versioni cinematografiche in generale, per non parlare della prima trilogia e di quella prequel, che ognuna a suo modo hanno fatto dei duelli con spade laser dei topoi di Star Wars (una saga che si potrebbe intendere come genere a sé, tra la fantascienza e il fantasy, con tante altre sfumature, in maniera affine per molti versi a Dune).

Dunque Ahsoka divisa tra il suo presente/futuro nebuloso e il suo passato ancora da processare e accettare, quasi come fosse una proiezione della saga stessa, in crisi di identità dall’acquisizione Disney in poi. La perdita del maestro e la sua caduta sono ancora un dolore presente nella vita della protagonista, che tramite visioni e autentiche traslazioni corporali rivive le battaglie al fianco dei cloni e del suo mentore. Una vena ancora tutta da esplorare nel seguito di Ahsoka, che al momento può essere una seconda stagione oppure un film che coinvolga il cosiddetto “Mandoverse”, l’universo narrativo inaugurato con The Mandalorian, sempre a firma Dave Filoni. Se è incerto il seguito, è incerto a maggior ragione il finale di questa storia fatta di personaggi sull’orlo della crisi: gli ultimi episodi sono sempre più fantasy e portati alla mimesi visiva de Il Signore degli Anelli, basti pensare ai mannari selvaggi cavalcati da immondi orchi, al paesaggio mordoriano, agli Argonath e quell’ultima vaga visione di Baylan Skoll, jedi ora mercenario che è di sicuro il personaggio più interessante della serie e che purtroppo, se rivedremo, sarà in altre sembianze, dopo la scomparsa improvvisa di Ray Stevenson, suo interprete, un attore che avrebbe meritato la notorietà ben prima di oggi. Solo il seguito di questa storia potrà dirci quale fosse il suo obiettivo, ma è certo che ora il centro del mondo sia proprio quel pianeta oscuro ai confini di un’altra galassia, il cui legame con la Forza è intensissimo e molto antico. A testimoniarlo sono i giganteschi monumenti dedicati al Padre, al Figlio e alla Figlia, personaggi incarnazione rispettivamente dell’equilibrio della Forza, del Lato Oscuro e del Lato Chiaro. Skoll è forse in cerca di un santuario, un tempio, un artefatto oppure dell’accesso al Mondo tra i mondi, dove ora pare dimorare Anakin Skywalker?


Tante domande, e c’è da aggiungere che a seguire la silenziosa Ahsoka nelle sue peripezie c’è sempre quella sorta di civetta di nome Morai che è incarnazione della Figlia, protettrice dell’allieva di Anakin da ormai lungo tempo. Un ultimo episodio che in piena linea col resto della serie promette molto, sottintende, suggerisce e rimescola le carte, ma, pur non volendolo, dà l’impressione di aver fatto tanto rumore per nulla (complice, in tutti gli episodi, un montaggio fiacco e senza idee che contribuisce a quel senso di piattume trasmesso da tante scelte “creative” che di creativo hanno poco). Forse uno dei maggiori problemi di Star Wars negli ultimi anni non è tanto di sceneggiatura, ma di scelte sul set, nei professionisti coinvolti che non sembrano capaci di dare una visione artistica a quella che dovrebbe essere un’opera e non un contenuto per piattaforma. Dove sono le idee di regia, gli sguardi caratterizzati da originalità, dove i segni della devozione a una delle poche epopee contemporanee, capaci di attraversare i decenni a venire?
Tutto questo l’abbiamo visto in Andor, e forse l’abbiamo già perso, di nuovo.

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