Valhalla Rising – Alle origini della violenza | Speciale NWR
C’è un momento, pochi minuti dopo l’inizio di Valhalla Rising, in cui il muto e spietato guerriero vichingo One Eye (Mads Mikkelsen) guarda in basso. Verso le sue mani strette a pugno. Un’immagine, questa, che torna spesso nel cinema di Nicolas Winding Refn e dice molto sulla mascolinità che l’autore danese da sempre mette in scena. Una mascolinità fatta di uomini rabbiosi, a volte frustrati a volte persi, che a un mondo che non capiscono (o capiscono troppo bene) riescono a contrapporre solo una violenza cieca e, spesso, impotente.
Dal mite John Turturro di Fear X all’esplosivo Tom Hardy di Bronson, per arrivare, negli anni successivi, al Ryan Gosling di Solo Dio perdona e agli uomini castrati (anche letteralmente) di Copenaghen Cowboy, si può dire sia un’umanità racchiusa in un gesto, quella di Refn. Un gesto che in Valhalla Rising viene riportato al suo grado zero. Prendendo la forma inedita di una strenua lotta di resistenza contro una Natura spietata e indomabile.

È questo, d’altronde, il nodo che sta herzoghianamente al centro del film. Un rapporto inizialmente elementare (“in principio c’era solo l’uomo e la natura”, recita l’incipit), andatosi però via via complicandosi. Fino a spezzarsi con l’avvento del cristianesimo e dei suoi sogni di evangelizzare un mondo ostile e pagano. Una realtà, quest’ultima, incarnata proprio da One Eye. Spirito libero depositario di segreti indicibili appartenenti a un’epoca oramai superata, che a quel nuovo ordine non può che contrapporre la propria ferina diffidenza. È il tempo della fede e della spada, del resto, quello che irrompe nella violenza primitiva e brutale di Valhalla Rising. Il tempo del fanatismo e di una hybris cresciuta di pari passo con la follia.
Nella forma di un ipnotico viaggio in sei capitoli verso l’Inferno, va così in scena l’epopea superomistica di un gruppo di vichinghi cristiani in cerca della Terra Santa. Una progressiva discesa nella pazzia dove ogni coordinata, fisica e mentale, è destinata a sfaldarsi assieme a qualsiasi fazione. A qualsiasi aleatorio concetto di bontà, malvagità e salvezza.

È qui, sulle sponde di un Nuovo Mondo mai così alieno e ostile, che Refn fa finalmente esplodere tutta la forza espressiva del suo cinema. Lo fa senza più vincoli o tentennamenti, lontano tanto dalle logiche ferree del genere quanto dai compromessi del cinema mainstream. Guardando alle opere sperimentali e underground che ama – sopra tutte, quelle di Kenneth Anger, evocato sin dal titolo – Refn trova così la perfetta sintesi tra la forza brutale e insana dell’umanità messa in scena e l’estetica febbrile del suo sguardo visionario.
Quello che ne esce è un’esperienza lisergica dal respiro dantesco. Incubo dove la violenza, davvero efferata e brutale, si fa unico mezzo per rappresentare un mondo in cui la rabbia è inevitabile e bene e male non sono che concetti accessori. Un’invettiva contro ogni fanatismo e colonialismo. Resa più pregnante da un montaggio evocativo, da imprevedibili esplosioni cromatiche e da una natura, vera co-protagonista della vicenda, suggestiva e incombente.

È in questo mondo senza Dio – teatro di un orrore allucinato che sembra dominare ogni cosa – che si consuma così la parabola di One Eye. Un’anomalia, una singolarità narrativa che, quasi alla maniera della Miu di Copenaghen Cowboy, da alfiere di un mondo “altro” attraversa rassegnata la follia del suo tempo. Il riflesso perfetto di un cinema spietato e brutale che non sa che farsene di anima o salvezza.
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