Diary (1973-1983) – Il diario pubblico di Perlov

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May 1973, I buy a camera. I want to start filming by myself and for myself”. Una premessa fondativa di un chiarore accecante, prima battuta del copioso Diary (1973-1983) di David Perlov. 330 minuti, divisi in sei capitoli, posti al centro di massa della XIII edizione di Archivio Aperto, la rassegna bolognese dedita al cinema privato e d’archivio.

Dopo il successo di MemoryScapes, l’associazione Home Movies conferma il suo impegno curatoriale anche online, con un’edizione del festival molto ricca e più estesa del normale. Il lavoro di Perlov si inserisce nel solco delle retrospettive dell’anno scorso su Mekas e Lehman, e dichiara la promozione della visione autobiografica come “pratica” interpretativa efficace e urgente, specie in queste settimane.

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Si tratta ovviamente di un’opera nota, ma rara e di una mole pesante. Aver potuto godere della fruizione online, in qualità elevata e, soprattutto, integrale è stata un’occasione significativa. Il coattivo soggiorno domestico poi, con le reiterate vedute alla finestra, facilita la sintonia emotiva con Perlov. Purtroppo la permanenza di Diary su Archivio Aperto è da poco conclusa e se non si vuole acquistare la pregiata versione DVD di Re:Voir, per ora si dovranno attendere altre epifanie.

Ma cosa sono i diari di David Perlov? Cosa significa questo cinema? A prenderla larga si rischia di sembrare pedissequi, ma l’elitarismo insito nell’omissione di riferimenti è quanto di più nocivo per un cinema ponderoso; ancor più quando si parla di classici.

Andiamo con ordine. Quando Perlov acquista nel maggio del ’73 una Canon Scoopic 16mm (ancora senz’audio) ha poco più di quarant’anni. È in Israele dal 1958, dove ha girato diversi documentari (A Gerusalemme, il più celebre) e due lunghi di finzione: qui soffre la dominanza culturale del realismo sionista-socialista e la miopia delle prime istituzioni televisive israeliane. Stanco dei film su commissione e del respingimento delle sue idee, sceglie un completo riavvio della sua attività: come altri pionieri del genere diaristico, comincia senza una coscienza processuale. L’idea di una selezione e di un montaggio arrivano in autunno, con lo scoppio della breve Guerra del Kippur, al termine della quale inizia l’insegnamento presso l’Università di Tel Aviv, dove vive. Diary – Yoman è una svolta nel cinema israeliano, ed è probabilmente il film più importante della sua storia.

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Una delle ricorrenti vedute di Tel Aviv

Perlov non inventa nulla di nuovo, ma asseconda le nuove possibilità del proprio dispositivo verso una progressiva ed esasperata soggettivazione. Ben all’interno della galassia non-fiction, il genere diaristico nasce dalla convergenza del cinema diretto con i moti intimistici dell’underground ed è difficile individuarne con certezza un pioniere.

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Klaus Kinski filmato da Perlov, in Israele per la produzione di Entebbe: Operation Thunderbolt (Diary #1)

Tra i primi, nell’avantgarde newyorkese, ci sono Andrew Noren (Huge Pupils) e Jonas Mekas (Walden): se il lavoro di Noren si avvilupperà in un vortice sperimentale-performativo, quello più lirico di Mekas finirà col diventare – forse scontatamente – il prototipo della categoria. Dopo di loro notevoli epigoni statunitensi sono Ed Pincus (Diaries), il suo allievo Ross McElwee (Backyard) e Anne Charlotte Robertson (Five Year Diary). In area europea il prolifico Johan van der Keuken (Journal), Boris Lehman (Album 1), ma anche Joseph Morder e l’ultimo Alain Cavalier, che ricorda, almeno nell’abbandono del cinema professionale, la diversione di Perlov. Ma ogni voce citata mantiene saldamente la sua unicità, proprio come una lista non potrà mai determinare un genere, ma soltanto facilitarne l’accesso.

“Was it here, watching these frames, that my love for cinema was born” – Riprese di Perlov all’Estação da Luz, a San Paolo (Diary #6)

Lo stesso Perlov si sottrae agli stilemi più ricorrenti: il suo voice-over è studiato e realizzato a distanza di molto tempo rispetto alle riprese (il finanziamento dell’inglese Channel 4 si farà attendere); monta con minuzia, accorciando progressivamente l’arco di tempo coperto dai singoli capitoli; anticipa addirittura nella narrazione le sue future intenzioni (Diary #3). Non è affettazione, ma volontà di erigere un monumento, oltre il documentario, il diario e lo stesso cinema. Senza presunzione.

Gruppi di giovani soldati in licenza per le strade di Tel Aviv (Diary #4)

Il film percorre un decennio intero, dal 1973 al 1983, proseguendo senza soluzione di continuità tra il privato e il collettivo, l’affettivo e lo storico. Le noie professionali, la Guerra del Kippur, quella del Libano, la crescita delle figlie, le visite degli amici, gli ignoti abitanti delle strade: tutto sembra confluire nell’obiettivo di Perlov. Ma non è un asettico cine-occhio vertoviano; non c’è nemmeno la decostruzione iconica, così acuta nelle pratiche dell’amico Claude Lanzmann, che Perlov visita a Parigi durante la lavorazione del fluviale Shoah (Diary #5). Contrariamente, il regista israelo-carioca afferma la perfetta identificazione fra dispositivo e visione soggettiva, avendo cura di raccogliere i simbolismi e le essenze da ogni ripresa, col preciso intento di restituire un’immagine il più possibile scevra di tristezza e orrori.

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La figlia Yael (oggi cineasta) mentre spiega il montaggio dei primi capitoli di Diary (Diary #3)

Una parzialità di sguardo che deve risultare in poesia, dove il quotidiano può diventare una sceneggiatura. Il calore domestico è reso con amore, senza scalfire la privacy dei componenti e sorvolandone i normali dispiaceri; l’assenza del pudore, l’apparenza di accidentalità sono illusioni programmatiche che rivelano con veridicità il flusso della coscienza umana. E no, non c’è finzione in questo. Con un simile approccio, in anni così turbolenti per la storia israeliana, Perlov avrebbe rischiato un irenismo ipocrita, sapientemente aggirato con l’inserzione di found footage televisivo. Allora l’inviso reportage confluisce nell’opera, svuotato di immanenza dall’assenza di coordinate e dal sommesso commento in ebraico, per elevarsi sul piano universale della storia, su cui il documentarista non può non prendere posizione. L’unico onesto reporter di guerra era Goya, ma dalla retorica non si sfugge davanti ai massacri di Sabra e Shatila, eseguiti con la connivenza di Israele (Diary #4).

La figlia Noemi che si prepara per una lezione di danza. Nel riflesso la rara presenza del regista (Diary #3)

Un diario pubblico, non solo di Perlov, ma di Israele, nostro; un realistico disegno – vergato da sintagmi saggistici – di un ritorno predestinato e condiviso verso casa, per accommiatarsi finalmente dal passato.

La moglie Mira e un amico, in Brasile (Diary #6)

Diary è un’opera da recuperare, come altre rappresentanti del cinema diaristico, per la sua drammatica attualità: la reclusione pandemica spinge l’estro dei registri contemporanei verso gli stessi esiti che Perlov toccava a cavallo tra i ’70 e gli ’80. La visione autobiografica ed intima è efficacissima forma di condivisione. Anche nella catastrofe.

La tomba della madre, nel cimitero di Belo Horizonte. La fine del viaggio (Diary #6)

Qui il ricco programma di Archivio Aperto 2020.

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