Marina Abramović in Mixed Reality e oltre – Intervista

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English version below

Collage by Federica Berti

Translation edited by Chiara Costantino

In occasione della vendita all’asta della prima opera mai realizzata in Mixed Reality, abbiamo intervistato Marina Abramović e Todd Eckert che insieme hanno creato The Life, la performance ibrida venduta la scorsa settimana da Christie’s.

L’opera, presentata a febbraio 2019 alle Serpentine Gallery, può essere fruita grazie a speciali visori che permettono di osservare un ologramma tridimensionale di Marina Abramović muoversi nello spazio circostante. Dimensione reale e virtuale coesistono in una performance che sfugge a ogni possibile catalogazione.

Come avevamo già previsto un anno fa, quando la celebre casa d’aste britannica aveva annunciato l’evento, si tratta di un’opera destinata a passare alla storia, viste anche le imprevedibili circostanze storiche in cui è stata esposta dopo una tournée di un anno. Tra le opere di Abramović messe all’asta si tratta di quella venduta al prezzo più alto in assoluto e il suo valore è probabilmente destinato a salire ancora vista l’ottica in cui è stata concepita: coinvolgere chi assiste alla performance ora e sempre, oltre i limiti di tempo e spazio. Oltre la mortalità.

Due giorni prima che Christie’s vendesse quella che passerà alla storia come la prima performance in Mixed Reality abbiamo intervistato Marina Abramović e Todd Eckert. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Per prima cosa vi vorrei chiedere per quale motivo avete deciso di esplorare la mixed reality e come si è svolto il processo creativo di The Life, potete raccontarcelo?

Marina: Anzitutto io sono molto curiosa e sono sempre stata interessata ad andare in territori inesplorati e a uscire dagli schemi, ma ogni tipo di Virtual Reality che ho affrontato non mi ha mai dato soddisfazione. Poi Todd un giorno è arrivato e mi ha spiegato la particolarità della Mixed Reality: poter sperimentare due dimensioni (quella virtuale e quella reale) nello stesso momento. Questo cambia tutto! Ma vorrei che Todd ti parlasse un po’ degli aspetti tecnici, così da poter capire bene in che modo si distingue.

Todd: Quando abbiamo iniziato a lavorare con la Mixed Reality era qualcosa che ancora non esisteva fuori dai laboratori e dalle compagnie altamente sperimentali, quindi l’abbiamo sviluppata come un vero e proprio medium, non appena la tecnologia è diventata abbastanza matura per questo tipo di esibizioni. Ma il motivo per cui sono stato attratto e per cui ho fondato una compagnia per rendere la Mixed Reality esecutiva (la Tin Drum ndr) è che consente di dare vita a una connessione tra pubblico e artista che è registrata, ma non prevede la mediazione di uno schermo. Qualsiasi film, che sia girato da un regista amatoriale o pluripremiato, è comunque una versione piatta della realtà e non rispecchia il modo in cui noi ci relazioniamo al mondo circostante.

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Siamo costantemente alla ricerca di indizi che ci rimandino alla veridicità di ciò che ci interessa. Per cui ora siamo tutti nella stessa stanza (anche se l’intervista si svolge su Zoom ndr), possiamo soddisfare il nostro interesse l’uno nei confronti dell’altro, impariamo molto della persona con cui siamo, ma nel caso di un medium che implica la registrazione ti viene fornita solo un’immagine appiattita e perciò vedi esclusivamente quello che il regista ha stabilito essere importante. Quel che noi volevamo fare era creare un medium capace di catturare la pura essenza della performance ponendo chi assiste in una posizione tale da permettergli di percepire ciò che è davvero importante per lui, mettendo in gioco la sua agency, le sue reazioni, la sua curiosità per determinare cos’è più significativo e focalizzarsi su di esso.

Marina: E quel che è più importante è il modo in cui possiamo generare empatia e come possiamo effettivamente trasmettere emozioni al pubblico.

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Avevo altre due domande a questo proposito, ma mi avete anticipata rispondendo già e in maniera molto chiara perciò grazie (Marina ride). Solo un’altra precisazione a proposito del progetto The Life. Il titolo che avete scelto per questa opera d’arte è essenziale per comprenderne il significato. In che modo la vostra opera è ricca di vita e continuerà a vivere nel futuro?

Marina: La performance è una forma d’arte viva ed è necessario essere presenti per farne esperienza: il pubblico deve essere nella stessa stanza del performer nel momento in cui si sprigiona la sua energia e se questo non accade è un grande problema perché quello che stai vedendo è solo una documentazione, una fotografia, ma non avrà mai una presa reale perché mancherà sempre la reale presenza nello spazio. Quando ho abbracciato questa opportunità con la Mixed Reality ho capito che potevamo davvero immortalare la vita in sé. Questa è una cosa importante perché tu hai questa figura a 360° e puoi girarci intorno e studiarla da varie angolature: è una proiezione multipla, non c’è nessuno schermo. Perciò il titolo è The Life perché se vedi qualcosa quella è decisamente la vita. E continuerà a esistere quando nessuna ci sarà più: può esistere senza di te e questa è un’opportunità incredibile per la performance perché, come sai, la performance termina sempre con la documentazione. Questa non è soltanto una forma di documentazione, è molto di più.

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Pensate che questa opera d’arte ci potrà aiutare a ripensare il concetto di presenza? Perché la Serpentine Gallery ha esposto il vostro lavoro precisando «Please note that this is a digital experience, mixed reality. The artist is not present» alludendo naturalmente alla celebre performance di Marina al MoMa The Artist is Present. Potremmo dunque intendere il concetto di presenza in un modo nuovo dopo quest’opera?

Marina: È una forma diversa di presenza, ma io sono presente. E quel che è ancor più interessante è la guerra tra i tempi che si mette in atto. Ad essere chiamato in causa è il presente. Tu non vedi il passato, né il futuro: vedi il qui e ora.

Todd: E inoltre quella alla Serpentine Gallery è stata la prima esibizione al mondo mai realizzata in Mixed Reality, perciò nessuno aveva idea di come sarebbe andata. Dal momento che immaginavamo che i biglietti sarebbero stati venduti tutti molto velocemente (5mila in un paio d’ore) non volevamo che le persone prenotassero un posto e poi fossero deluse perché pensavano di vedere qualcosa di diverso da ciò che noi davvero presentavamo. Perciò all’epoca prendemmo la decisione di specificare per chiarezza. Di fatto poi non c’è stata una sola persona che si sia lamentata del fatto che Marina non fosse lì perché effettivamente tutti hanno percepito la sua presenza.

Solo un’altra domanda a questo proposito. Questa opera d’arte ci ricorda che gli esseri umani sono mortali ma l’arte non lo è. L’arte è sempre legata alla necessità di affrontare le paure, il dolore e il fatto di essere mortali. Considerate il progetto The Life anche come una sorta di eredità per le nuove generazioni? È un dispositivo di memoria?

Marina: Questo lavoro adesso è esposto da Christie’s e io sono in quarantena quindi non posso andare lì, ma Todd ci va ogni giorno perché ha finito la quarantena, perciò mi racconta sempre come reagiscono le persone e questo è l’unico modo in cui io posso rispondere alla domanda: io ho bisogno di rispondere con il pubblico che è testimone del lavoro, quel che importa è la loro reazione non la mia.

Todd: Sì, io e Marina avevamo un accordo quando abbiamo iniziato questo progetto, dal momento che nessuno l’aveva mai fatto prima, ma l’impatto di Marina sull’arte di ogni genere è sempre stato enorme. Per questo la cosa peggiore che avremmo potuto fare era creare qualcosa che esisteva già nella dimensione mortale e che non ti dà la percezione della presenza dell’artista. Perciò avevamo un accordo ancora prima di iniziare: se l’avessimo fatto e non avessimo provato nulla, allora avremmo fatto in modo che nessuno lo vedesse perché questa connessione autentica è la vera ragione per cui quest’opera deve esistere. È qualcosa che durerà più a lungo di Marina di me o di chiunque altro conosciamo.

Alla Serpentyne c’erano all’incirca 30-40 persone disposte in cerchio e hanno reagito in modi molto diversi, ma sempre come se lei fosse lì: applaudivano, piangevano, facevano gesti, esprimevano le loro emozioni. A Los Angeles avevamo meno devices e c’era una sorta di atmosfera tipica di LA, perciò le persone hanno pianto e hanno fatto gesti, ma reagendo comunque come un’audience americana. Anche in questo caso da Christie’s i biglietti sono stati venduti molto velocemente, ma – forse perché siamo durante una pandemia e le persone non hanno spesso la possibilità di sperimentare vero contatto umano – ci accorgiamo che gli spettatori assistono all’esibizione per molto più tempo delle altre volte, trenta o quaranta minuti perciò vedono l’opera due volte e molte persone rimangono più di un’ora. Il numero di spettatori che è fortemente connesso con l’energia di Marina, come se lei fosse presente, è straordinario e questo ci suggerisce che il suo legame con il pubblico andrà oltre ciascuno di noi. E questa è proprio l’intenzione del lavoro.

Marina: Fondamentalmente guardando nello spazio tu non guardi soltanto me, stai guardando te stesso, stai guardando l’essenza mortale, stai guardando la caducità di questo pianeta, tutto ciò che puoi rimpiazzare; perciò non riguarda più soltanto me. È una questione molto più ampia.

Parlando ancora un po’ del processo di archiviazione della performance vorrei farti un’altra domanda Marina e te la pongo pensando anche all’importante retrospettiva che la Royal Academy of Arts dedicherà al tuo lavoro che probabilmente sarà intitolata After Life. A questo proposito Marina hai intenzione di realizzare una sorta di processo di auto-archiviazione per le nuove generazioni? Per te l’archivio può essere anche un modo di guardare al futuro magari attraverso questo progetto o altri progetti di autoarchiviazione?

Marina: Non si tratta di auto-archivio, sai, io vengo dall’ex Jugoslavia e noi eravamo soliti portarci dietro tutto, perché tutto alla fine poteva essere una prova, anche la più piccola lettera mai vista in assoluto. Io ho un documentazione davvero ampia che comprende molte cose che riguardano non solo il mio lavoro, ma anche il lavoro con i miei studenti e con i miei amici, perché penso che tutti i documenti possano essere utili. Quando farò questa retrospettiva alla Royal Academy la fonte di questa esposizione sarà tutto il materiale archiviato che possiedo e mi piace molto condividerlo col pubblico perché penso sia davvero importante: è l’unico modo in cui tu puoi vedere il lavoro fatto in passato nella sua complessità. E questa cosa la decide il pubblico, non io: questo lavoro sopravviverà nel futuro.

Sì sicuramente questo è un grandissimo regalo per noi, perciò grazie anche per questo! Parlando dell’arte oltre la mortalità il tuo ultimo progetto Sette morti di Maria Callas è un tributo a un’artista rivoluzionaria e affascinante, come te (e un sagittario, come te). Ho letto che sarà presentato anche qui in Italia a Firenze durante il Maggio Musicale Fiorentino del prossimo anno. Puoi dirci qualcosa in più di questo progetto e della tua decisione di lavorare su questo argomento?

Marina: Prima di tutto questo è un segreto perché non è stato ancora annunciato, ma non presenteremo a Firenze perché l’Opera è chiusa per ristrutturazione. Probabilmente presenteremo in anteprima a dicembre al Teatro San Carlo di Napoli, anche se stiamo lavorando senza sapere che cosa succederà a causa del coronavirus. Se siamo fortunati davvero presenteremo la première nel teatro più antico d’Europa. Noi stiamo creando qualcosa che non è soltanto opera, ma è un mix di cinema, musica dal vivo, composizione musicale, recitazione e performance: un grande mix per vedere l’opera in una veste nuova.

Qual è la tua opinione a proposito delle interviste virtuali come questa? Sono meno efficaci?

Marina: Beh è l’unica soluzione che abbiamo perciò io penso che non dovremmo lamentarci troppo. Le persone si lamentano sempre di essere in solitudine, di non avere abbastanza cose da fare e di tutte le altre limitazioni dovute al coronavirus. Io penso che dovremmo essere comunque felici ogni giorno e aggiungere sempre un po’ di humor alle nostre vite. Certo, Zoom ha una cattiva qualità del video e del suono, ma è l’unico modo per comunicare perciò dobbiamo accettarlo.

Con Birdmen Magazine noi lavoriamo sulla performance e sul teatro certamente, ma anche sul cinema e sulle serie TV. Qual è il vostro rapporto con queste due forme espressive? Avete un film o una serie che amate particolarmente?

Marina: Oh mio dio…Ho guardato da poco lo splendido documentario di David Attenborough (Our Planet ndr) che penso dovrebbero vedere tutti perché racconta la storia del nostro pianeta e ci dà davvero la consapevolezza del fatto che dovremmo amarlo. È un documentario su Netflix sotto forma di serie. Ma non ho una serie preferita, di solito sfoglio il catalogo di Netflix, ma è pieno di cose noiose, tutte uguali. Poi sto per vedere il nuovo film su Mishima di cui ho letto i libri (Mishima: The Last Debate ndr)

Todd: E poi c’è il programma TV che stai girando…

Marina: Ah sì certo! (Ride) Sto facendo un programma TV per Sky Arte di cinque ore. Mi danno la possibilità per la prima volta nella storia di avere cinque ore in prima serata per parlare della performance. Perciò in questo programma si parlerà dell’influenza della performance sul teatro, sul cinema, sulla moda e di varie questioni relative alle performance politiche e sociali. Sarà un programma storico con molti artisti giovani ancora sconosciuti. Sarà trasmesso a dicembre e questo è anche il motivo per cui sono a Londra ora: per lavorare a questo programma. Perciò è la prima volta che lavoro in televisione, la prima volta che vendiamo la Mixed Reality, la prima volta che mi confronto con l’opera: tre cose nuove e tutto questo durante una pandemia!

E tu Todd? Serie o film preferiti?

Todd: Cinema e serie TV mi interessano soprattutto per lo stile che gli artisti del passato hanno saputo elaborare. Se pensiamo per esempio a Fellini, in Italia, o a Godard, il medium è molto specifico. Il loro approccio è molto cinematografico, ma al tempo stesso molto umano, molto empatico. La mia impressione è che il cinema in particolare abbia influenzato il modo in cui abbiamo visto il mondo finora. Penso che se non avessi mai visto Giulietta degli spiriti probabilmente avrei affrontato tutto il mio lavoro in maniera diversa.

Avete sperimentato The Life? Com’è stato?

Marina: Sì l’ho provato e mi sono sentita molto a disagio. Mi ha spaventata a morte: è come se tu stessi guardando la proiezione del tuo spirito nel tuo futuro. È una prova che mi piace molto per gli altri, ma per me stessa non è facile da affrontare perché è come se tu stessi guardando nella tua stessa vita e oltre ad essa contemporaneamente. È eccessivamente forte a livello emotivo.

Come particolarmente forte a livello emotivo sono sempre, per noi, le performance di Marina Abramović


Interview with Marina Abramović: Mixed Reality and beyond

Collage by Federica Berti

Before the auctioning of the first opera ever released in Mixed Reality, we interviewed Marina Abramović and Todd Eckert, that have together created The Life, the hybrid performance sold at Christie’s last week.

The work, presented in February 2019 at the Serpentine Gallery, can be enjoyed through special viewers that let the audience see the Marina Abramović three-dimensional hologram moving in the surrounding space. The real and the virtual dimensions coexist in this incredibly unique and difficult to classify performance.

As we have already foreseen a year ago, when the well-known British auction house announced the event, the opera will go down in history, also due to the peculiar and unpredictable situation that the tour is facing. Among the Abramović auctioned works, it has been the one auctioned at the highest price and its value is probably going to rise due to its power and to the strong involvement of the audience in the performance. It goes beyond time and space limits, beyond mortality.

Two days before the auctioning of the first performance in history of Mixed Reality at Christie’s, we had a talk with Marina Abramović and Todd Eckert. Let’s read what they told us below.

First of all, I would like to ask you, why did you decide to work to explore the Mixed Reality and how was the creating process of this new artwork The Life?

Marina: First of all, I’m very curious. I have always been interested in going to territories where I’ve never been and taking out of the box. I was prompted between any virtual reality but was not satisfying. Then, Todd came and explained to me how different is augmented reality. Potentially you can see two realities at the same time: the real one and the virtual one. And that changes everything! I’d like Todd to tell you the technical part so you can understand why it is different.

Todd: So, when we started working with Mixed Reality, it was something that didn’t really exist outside of the laboratories and actual technical companies. Therefore, we have been developing it as a medium, as the technology has become mature enough to this kind of shows. The reason I was attracted to it and started a company to make it exclusively was because it allows a connection between an audience and an artist that is a recorded connection, but it doesn’t involve a screen. It means that any film, whether it is shown by an amateur or shot by an award winner, is still a flat version of the world. But that’s not how we relate to the world.

We are constantly looking for clues that give us the truth of whatever interests us. So we were all in the same room right now (even if the interview is on Zoom ndr), we would be taking all sorts of interest from each other with our body language. You learn so much about the person that you’re with. In a recorded medium, you’re only given a slight image, so you are seeing something that the director has determined to be important. What we wanted to do was to create a medium that captures the authentic essence of a performance, but positions the audience in such a way that they can feel what is most important to them, using their agency, their reactions and their curiosity to determine what is most meaningful and focusing there.

Marina: And one of the most important things is how we can connect emotions and how we can actually transmit the emotions to the public.

I had two more questions about these themes but you have already answered to them, so thank you. I just want to ask you something more about the title, because you have chosen a title which is really important to understand the meaning of your artwork. So why is your artwork full of life? And in which way this performance lives now and will continue to live forever?

Marina: You see, the performance is a living form of art and you have to be there to experience it. The public have to be in the same space with the performer when this energy is exploding. If they are not, it’s a big problem, because what you see is documentation on the photography. This has never been a real take because it was always missing the true presence of the performance in the space. When I started to follow this opportunity with augmented reality, I have understood that you could actually capture the life itself. That is a big deal because you have this 360° figure in the space, which you can go through, you can go around, you can control it. It is a multi-projection, there is no screen. So, the title is The Life because what you see it’s absolutely The Life and it will be there once anyone’s no more. It can exist without you and this is a really big opportunity for performance because it always ends with documentation. This is no documentation anymore; it is much more than that.

Do you think that this artwork could help us to reconsider the idea of presence? Because the Serpentine Gallery has showed your artwork precising “please note that this is a digital experience, mixed reality. The artist is not present” of course alluding to the famous Marina’s performance in the MOMA. So can we consider the idea of presence in a different way after these artwork?

Marina: It is a different form of presence, but I am present. Moreover, what is interesting is this kind of war of time: you actually call in the present, you don’t see the past, you don’t see the future, you see the present moment.

Todd: At the Serpentine, there was the first exhibition in the world of ever utilizing Mixed Reality. In fact, no one had any idea of what they were getting into. And since we knew that the tickets would go very quickly (five thousand in a couple of hours), we didn’t want people to get a space and then being disappointed because they thought they would have seen something different from what we were actually presenting. So, at that time, we decided to do that for clarity’s sake. We didn’t have a single person who complained that Marina was, quote unquote, not there because they all felt that she really was.

Just another question about this. This artwork remember us that humans are mortal, but art is not. Art is always about facing fear, pain and mortality. Do you consider the project The Life also as a sort of heritage for the new generations? Is it a tool of memory?

Marina: This artwork is presented now at Christie’s and I’m currently on quarantine, so I can’t go there. But Todd is going there every single day because he’s out of the quarantine. He always comes back and tells me about the reactions of the public. So, I think it’s not me to answer the question, but the public, that is witnessing the work. I would like Todd to tell you about the reaction of the public, because it’s the only judgment we have.

Todd: Marina and I had an agreement when we started this process, since no one had ever done it before. But her impact in art of every variety has been massive. So, the worst thing that we can do would be to create something that does happen in mortality. It would be inauthentic to have something that doesn’t give you the presence of the artist. For this reason, we had an agreement before we even shot it: if we make it and we don’t feel anything, then we will make sure that nobody ever sees it, because that authentic connection is the whole reason that any of this would ever exist and it will last longer than Marina or I or anybody that we know will.

In the Serpentine, there were between 30 and 40 people that were in a circle around the work all the time and they reacted very much, as if she was there. So, they applauded and they cried, they mimicked her emotions, which were very slow. In Los Angeles we had fewer devices and there was kind of an L.A. atmosphere. People cried and mimicked the actions, but it was different. It was an American audience. Here, the tickets also went very quickly but because we’re in a pandemic and people have not necessarily had a chance to experience a real human connection, we’re finding that people are staying in it much longer. On average, 30 to 40 minutes. So they’re watching it two times through and many people are in over an hour. But the number of people that connect with the energy of Marina has been astonishing. It suggests us that her connection with the public will go on well beyond any of us. And that was the real intention.

Marina: Basically, looking at the space you’re not looking just at me. You’re looking at yourself. You’re looking at mortality. You’re looking at the impermanence of this planet and at the so many things you can replace. So this is really not about me anymore. It’s a much larger issue.

Just talking a little bit more about the question of the processes of archiving performance… I asked this also thinking to the important retrospective that the Royal Academy of Art is going to dedicate to your work Marina, which probably will be titled After Life. So, Marina, are you going to realize a sort of self-archiving process for the future, for the next generations? For you can the archive be also a way to look at the future, maybe throw this project or other project of self-archiving?

Marina: It’s not a self-archive, I mean, I come from the ex-Yugoslavia, a very communist background, and we use to carry everything because everything could be evidence in the end, even the smallest letter ever seen. That’s why I have a really great documentation that includes not just my work, but that with my students and my friends, because I think that all the documents can be useful. So, when I make this exhibitions, like the retrospective I’ll do at the Royal Academy, the source is all this archived material that I possess. I really like the sharing with the public, because I believe it’s really important. This is the only way you can see the work done in the past in its whole complexity. And the public decided that, not me. This work will survive in the future.

Talking about art beyond mortality. Your last projector Seven Deaths of Maria Callas is a tribute to a fascinating and revolutionary artists like you (and a Saggitarius like you…). I’ve read that Seven Deaths of Maria Callas will be presented also here in Italy, in Florence, next year, during Maggio Musicale Fiorentino. Can you tell us something more about this opera project and about your decision to work on this topic?

Marina: First of all, this is still secret because it has not been announced yet, but we are not presenting in Florence because the opera is closed for renovation, the middle school is closed for innovation. But we are probably presenting the preview in December in the San Carlo, in Naples. We are working on that, although we never know what is going to happen because of the coronavirus. If we’ll be lucky, we will actually premiere in the oldest theater in Europe, the wonderful theater San Carlo in Naples. The idea is to create something which is not just opera, there is a mix of film, live music, music composition, acting, performing: a really big mix that will let us see the opera in new clothes.

What is your opinion about the virtual interviews like these? Are they less connective?

Marina: Well, it’s the only solution we have, so we shouldn’t complain too much. People always complain about being in solitude, not having enough to do, about the limitation of the coronavirus in general. I think we should be happy every day and put some humor in our lives. Yes, zoom has a bad quality, a bad sound, it’s annoying, but it’s the only way of communication. That’s why we should embrace it.

With Birdmen Magazine, we work on performance and theater, of course, but also on cinema and TV series. Which is your relationship with cinema and TV series? Do you have a favorite movie or favorite TV serie?

Marina: Oh my God…I was just watching at the wonderful documentary by David Attenborough that I think everybody have to see because it recounts all the history of our planet and it really gives us the awareness that we should love it. But I don’t exactly have the favorite series. I just go and browse through Netflix, but there are such boring things, all the same. I’m just about to see the new film on Mishima of which I read the books.

Todd: There’s a TV show that you’re shooting…

Marina: Yes, of course, I’m doing a TV show by myself. I was actually invited by Sky Arte to create a 5 hours TV program. For the first time in history, they gave me the possibility to have entire 5 hours, not in series, primetime, talking about performance. In that program, I talk about the influence of performance on theater, on the cinema, on fashion, and so many different things, like political and social performances. It’s going to be historical with lots of young artists that nobody ever heard about. This is why I’m here in London, to work on this and it’s going to be broadcasted in December. It will be the first time opera, the first time working in television, and the first time selling augmented reality. Three new things and all in the middle of a pandemic.

What about you Todd? Favourite TV series of movies?

Todd: With regard to cinema and television, I’m most interested in the style that artists have brought to it in the past. So, if you look at Fellini, concerning this country, or Godard, the medium is obviously very specific. The way they approach their stories is incredibly cinematic, but they bring a very specific pacing and they unfold stories in a way that’s both very human and very specific, but also very connected. And so I feel like cinema in particular has influenced the way we’ve seen the world. I think if I had never seen Juliet of the spirits, I would have probably approached all of my work differently.

Last question about your project The Life. Did you try it? How was it?

Marina: Yes, I tried and I feel very uncomfortable. It scares me to death. It’s like you’re looking at the projection of your spirit in the future. I really love this for others, but for me it’s not easy to confront with, because it’s like you’re looking into your own life and the future together, it is overly emotional.

Overly emotional: just like performances of Marina Abramović alaways are for us

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