Creators – In Italia la fantascienza è boomer

Iniziato a produrre oltre cinque anni fa e bloccato all’uscita dalle misure di lockdown nazionale, Creators – The past è il più grande colossal di fantascienza in Italia in termini di budget e d’ambizioni produttive, con un cast d’eccezione – Gérard Depardieu (!), Bruce Payne (!!), William Shatner (!!!) – e un apparato iconografico che fa venire l’acquolina in bocca a qualsiasi appassionato di Sci-Fi. Realizzato da Piergiuseppe Zaia in praticamente ogni suo aspetto autoriale – scrittura, musiche e regia – questo film, purtroppo, sembra fallire nel suo intento, presentando una serie di incongruenze stilistiche e narrative.

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Partiamo dal racconto: non fidatevi di quello che si trova online, la trama del film non è così semplice come descritto su Wikipedia e simili. Semplicemente la trama non è! Perdonate l’affermazione estrema e lapidaria, ma a tutti gli effetti l’abbondante ora e mezza di pellicola presenta un racconto frammentato, a tratti “schizofrenico”, in cui le ragioni dei personaggi e le loro relazioni non sono mai davvero chiarite o esplicitate e, nei rari casi in cui questo accade, la situazione non migliora. A questo si unisce una commistione di linguaggi e di forme discorsive radicalmente in contrasto tra loro, che creano una sensazione di alienazione costante, impedendo di decidere come orientare la propria posizione di spettatore tra il labirinto di immaginari che il film propone.

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Bruce Payne e William Shatner

Questo labirinto è fatto di riferimenti quanto meno demodè, dal primo Star Trek (probabilmente per accomodare Shatner e i suoi fan) fino a Il Codice Da Vinci, passando per complotti alla Voyager, uniti a scene da hospital procedural girate come una fiction anni ’80. Chiariamo: la commistione di stili non è un difetto se costruita a dovere, dopotutto prodotti come Twin Peaks ne hanno fatto un marchio di fabbrica eccezionale, ma Lynch – come altri dopo di lui – è riuscito nell’intento attraverso un’attenta e precisa consapevolezza del contesto storico, linguistico e produttivo in cui andava ad operare.

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Creators – The past, invece, sembra dimenticare che la fantascienza, negli ultimi cinquant’anni, non solo si è evoluta, ma ha anche definito chiaramente i suoi canoni estetici e linguistici, tanto da far risultare fuori luogo e fuori posto elementi che stridono con quel patto di sospensione dell’incredulità che ogni spettatore del fantastico accetta davanti allo schermo. A far crollare questo patto – con il risultato, al meglio, di far sorridere lo spettatore – concorrono scelte di dialogo (vi sfido a non ridere ogni volta che un Creator dice di voler cambiare la password), di “MacGuffin (una fondamentale linea narrativa prende il via perché a un piccolo messia moderno viene promesso un fantomatico tablet 4D) e, nonostante lo sforzo tecnologico, per la costruzione di scenografia e ambientazione.

Il film è girato, nelle sue scene “extraterrestri”, interamente in green screen e, dispiace dirlo, ma si vede, nonostante la supervisione di Walter Volpatto, colorista di Star Wars e Christopher Nolan. Voluto o meno, l’effetto di finzione digitale va in netto contrasto con la ricerca di sempre maggior verosimiglianza che l’immagine fantascientifica ha sviluppato negli anni nella costruzione degli immaginari. Inserito in un contesto produttivo contemporaneo, il risultato di queste scene è, per lo spettatore, un sintomo di basso budget o di poca cura, abituato a trovarlo ormai solo in certe produzioni televisive, più facilmente perdonabili di quelle cinematografiche.

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Meritano comunque un plauso la colonna sonora – densissima, onnipresente e attentamente ricercata fino alla fine dei titoli di coda – e la scelta di affiancare al cast internazionale alcuni protagonisti italiani, consentendo loro un lancio nei modi di produzione dell’alto budget. Con queste due scelte Piergiuseppe Zaia mostra come l’ambizione di Creators sia ancora in divenire e in costruzione, più votata ad inserire il nostro Paese all’interno di un immaginario vasto e frastagliato piuttosto che a costruirne uno autoctono e coerente in sé stesso. Questo però deve passare da una maggior consapevolezza di come il mercato e i generi plasmano le aspettative e lo sguardo degli spettatori, sempre più internazionalizzati e sempre meno ingenui.

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Angelo Minoli, attore italiano esordiente sul grande schermo, interpreta Natan

Creators – The past rischia quindi, parafrasando un modo di dire contemporaneo, di relegare la fantascienza in Italia a un atteggiamento “boomer”, con tutte le conseguenze che questo termine porta con sé, soprattutto da un punto di vista di evoluzione produttiva. Il film promette di essere un primo capitolo di una trilogia (The present e The future?) e ci possiamo solo augurare che nella sua interezza la coerenza si solidifichi, e con essa la capacità di costruire mondi meno digitali e più respirabili.


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