Free Solo – La favola dell’uomo che sfidò il granito

Una produzione di tre anni, una vera e propria roulette russa, il rischio perpetuo di gettare all’aria un lavoro lungo ed impegnativo sia a livello tecnico che emotivo: un rischio che si decide di correre quando il protagonista della pellicola ha altissime probabilità di morire durante le riprese.

Free Solo è un film del 2018 prodotto da National Geographic, diretto da Jimmy Chin, fotografo-alpinista, e sua moglie Elizabeth Chai Vasarhelyi. Vincitore dell’Oscar 2019 al Miglior Documentario, racconta la straordinaria impresa del climber professionista Alex Honnold: la prima scalata di El Capitan (una parete verticale alta più di 900 metri, appartenente al complesso granitico della Sierra Nevada, California) compiuta in free solo. Il free soloing è la derivazione più estrema del climbing, che consiste nell’arrampicare una parete rocciosa quasi liscia (che nel gergo dell’arrampicata sportiva prende il nome di falesia) senza l’ausilio di protezioni individuali quali corde, imbraco, chiodi ecc. Per avere un’idea, immaginate di arrampicarvi sul grattacielo Unicredit di Milano, senza corde, con un sacchetto di magnesite in polvere, una t-shirt (facoltativa) e un paio di scarpette simili a quelle con le quali si cammina sugli scogli; ora quadruplicatene l’altezza e avrete una situazione approssimativamente simile.

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L’idea di girare un documentario su un’impresa del genere nasce dal rapporto di fiducia reciproca tra Chin e Honnold, sedimentatosi in dieci anni di scalate in giro per il mondo.

Ma veniamo al protagonista: Alex Honnold è un ragazzo di Sacramento, rimasto orfano del padre a 18 anni, che decide di lasciare casa e affetti per andare a vivere in un furgone nel parco dello Yosemite, ai piedi di quelle montagne che da sempre esercitano su di lui un’attrazione quasi magnetica. Sin da subito lo spettatore ha la possibilità di approfondire la psicologia di un personaggio articolato: un giovane abitudinario, pragmatico e tendenzialmente introverso. La sua timidezza costituisce uno dei motivi principali per la scelta di arrampicare in solitaria e senza un compagno di cordata. Nel corso della preparazione fisica, la produzione chiede ad Alex di sottoporsi ad una risonanza magnetica, per saggiare eventuali punti deboli nella sua struttura cerebrale. La proposta nasce un po’ come un gioco, ma l’esito della visita dal punto di vista scientifico risulta più che interessante: l’esame evidenzia una scarsissima attività dell’amigdala, anche quando sottoposta a stimoli sensoriali piuttosto forti.

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Il costante pericolo di morte che accompagnava il protagonista durante l’intera salita, ha spinto la crew (composta interamente da climbers professionisti) a minimizzare qualsiasi possibilità di compromettere la concentrazione dello scalatore. Ciò è stato reso possibile grazie all’uso di telecamere a controllo remoto (in particolare cineprese Blackmagic con teleobiettivi Canon) e di potenti droni in sostituzione dei classici cranes idraulici, difficili da posizionare sulle ripide pareti rocciose. Inoltre, è sempre molto difficile immortalare su uno schermo le asperità e le pendenze degli ambienti d’alta quota, e in questo caso il regista e il d.o.p danno prova di una perfetta conoscenza delle profondità di campo e padronanza delle inquadrature più adatte a rappresentare tali condizioni.

Per cercare di mitigare lo smarrimento dello spettatore dinnanzi a quella che può sembrare <<un’impresa suicida>>, il regista introduce spezzoni di vita, dove vediamo il giovane fenomeno confrontarsi con il quotidiano, con quel fattore umano che ai suoi occhi rappresenta forse l’unico vero limite, difficile da comprendere e turbolento da gestire. Per un ragazzo come Alex, timido e al contempo ambizioso, non è semplice vivere in un mondo in cui il desiderio di scalare le proprie barriere mentali viene considerato manifestazione di follia. A questo punto della pellicola, l’empatia è tale da farci provare quasi fastidio di fronte all’atteggiamento apprensivo della fidanzata Sanni Mccandless.

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Nel corso del documentario non mancano i riferimenti ad altri extreme climbers, deceduti nel compiere imprese simili a quella di Alex. Particolarmente toccante risulta essere la scomparsa del giovane alpinista Ueli Steck, morto durante il tentativo di scalare l’Everest in solitaria e in tempi record (tra le sue leggendarie imprese vi è la scalata della parete Nord del Cervino in 1 ora e 56 secondi).

Nonostante la vittoria agli Oscar, la distribuzione nelle sale italiane è stata piuttosto limitata, seguita solo da una recente prima tv su Sky e da un servizio di noleggio in streaming su Prime Video. Eppure Free Solo costituisce un importante esempio di come la vita reale possa sublimarsi in un film privo di mistificazioni, con protagonisti eroici ma liberi dai diktat dell’industria dei cinecomics, con storie che riescono ad emozionare pur trattando uno dei topoi più classici della letteratura, quello dell’uomo che riscopre sé stesso attraverso la natura, tanto sublime quanto ignota.

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