Freud – Quando si gioca con la storia e con il pubblico

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L’incomprensione dell’accademia, la borghesia viennese, Arthur Schnitzler, la cocaina: la serie Freud di Marvin Kren, serie prodotta dall’emittente austriaca ORF disponibile su Netflix, gioca fin dal pilota con gli elementi biografici del padre della psicanalisi. Chiunque si sia avvicinato al prodotto probabilmente si è chiesto che cosa ci avrebbe visto di vero. Domanda decisamente scottante, considerando il rapporto fra i fatti storici e il panorama seriale. Da un lato, la cura nei dettagli di serie come The Crown (P. Morgan, 2016- in corso), da un altro il carnale e grottesco surrealismo di un titolo come Spartacus (S. S. DeKnight, 2010-2013): due serie che esemplificano il complicato ventaglio del rapporto tra le storie seriali e la Storia. Cosa aspettarsi questa volta? Ecco la nostra recensione.

La biografia è un’eco distante

Il Sigmund Freud di Kren è un giovane e affascinante psicologo dai metodi controversi e per questo deriso dall’accademia e ammonito dal maestro. Le sue ricerche vengono sconvolte dall’incontro con Fleur Salomé, affascinante medium dai poteri psichici al centro di un perverso colpo di stato. Il nostro Freud si trasforma quindi in una sorta di investigatore, muovendosi alla ricerca di cadaveri e catatonici in una Vienna oscura e angosciosa. In questa curiosa versione horror di Sherlock Holmes – l’insistenza sulla dipendenza da cocaina non passa certo inosservata – l’ispirazione biografica è ovviamente soppressa. Gli elementi che richiamano alla vita del vero Freud sono rimescolati qua e là in maniera giocosa e ci si può proprio immaginare Marvin Kren divertirsi nel creare questo mostro di Frankenstein con le membra della psicanalisi e i cliché dell’horror esoterico.

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Due personaggi sono emblematici per capire il lavoro di rielaborazione storica del prodotto: Schnitzler e Fleur. Nella realtà, Arthur Schnitzler e Freud ebbero pochi rapporti dal vivo, mentre la loro relazione fu per lo più epistolare e di carattere intellettuale; nella serie, invece, Schnitzler è un comprimario fondamentale, un amico presente e fidato che trascina Freud alle feste e si lascia trascinare nelle avventure dello psicologo. Fleur, invece, è evidentemente tratta dalla scrittrice Lou von Salomé, nota fiamma di Nietzsche, particolarmente intrigata dalla psicanalisi freudiana. Ma se Schnitzler è semplicemente più rilevante della sua controparte storica, il lavoro fatto con la Salomé è un vero e proprio prestito del nome, un’identità storica totalmente strappata alla sua realtà. Questa è, di fatto, la sensazione trasmessa dalla serie Freud: talvolta la storia è vagamente ripresa, altre volte è semplicemente strappata brutalmente, rimescolata e conservata solo nei nomi.

Del vero Sigmund Freud, quindi, resta un’eco: le tematiche psicanalitiche – ogni episodio porta come titolo una categoria fondamentale della psicanalisi freudiana -, alcuni personaggi di quella Vienna intellettualmente ricchissima, elementi biografici sparsi qua e là. Seppure l’intento di Kren sia di giocare con la storia, sfruttando il fascino di un set di personaggi e contesti costruiti dai fatti storici, la biografia è un elemento che, alla fine dei conti, è meglio mettere da parte durante la visione. Il rischio è che, avventurandosi in Freud aspettandosi fedeltà ai fatti, si riemerga solamente con una sensazione sgradevole. Il consiglio è, invece, dimenticarsi il vero Freud e prepararsi a scoprirne uno alternativo. Cosa dire quindi di Freud, serie di Marvin Kren ambientata nella Vienna del 1886 e con protagonista un giovane psicologo chiamato Sigmund Freud?

Tanta furbizia, poca qualità

Una regia disponibile, se non addirittura asservita al criterio della comprensibilità, ci guida in una Vienna dalla fotografia non molto profonda, cornice di un intreccio talvolta divertente ma la cui struttura logica la si percepisce come contraffatta, non sempre funzionante. L’arma che Freud cerca di sfruttare per attrarre il suo pubblico si riduce totalmente a essere un certo grado di scabrosità. Molte sono le scene di nudo e sesso, sporche e insanguinate, orride e addirittura incestuose. Anche queste però sono orfane di una profondità stilistica che avrebbe potuto conferire loro forza, invece di trasformarle in una perversione caricaturale, kitsch, grottesca nel suo cercare di inquietare.

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Capiamoci: Freud non è una serie del tutto sgradevole e pesante. Certo, è lontana dall’essere brillante, ma i suoi otto episodi giungono al termine senza richiedere una dose di impegno eccessiva. Piuttosto che noioso, questo prodotto è fastidioso: fastidioso nel suo sistemare un collage stereotipato di elementi efficaci delle narrazioni seriali, assemblati in maniera evidentemente artificiosa allo scopo di intercettare un pubblico senza decorose pretese artistiche. Peccato che il pubblico non abbia abboccato: basta fare un giro tra i commenti ai post sulla serie Freud negli account social di Netflix Italia per leggere una dose non indifferente di disappunto.

Se questa bizzarra anti-biografia horror con qualche precedente per furto ai danni della psicanalisi ha qualcosa da insegnarci, è che il pubblico sa distinguere un prodotto dignitoso da un insieme mal assortito di cliché pop della serialità. Le produzioni hanno pieno diritto di collezionare i soggetti dalla storia e rielaborare i fatti per ottenere narrazioni originali, ma la qualità è irraggiungibile senza la dignità artistica.

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