#Top10Criterion: i 10 film preferiti di Martin Scorsese

Criterion Collection è un’azienda statunitense che immette sul mercato alcuni dei migliori prodotti home-video attualmente in circolazione, riesumando anche classici perduti o troppo poco considerati. In questa rubrica «Birdmen Magazine» ripropone per voi le top 10 che una serie di grandi registi, attori e sceneggiatori hanno stilato per il sito di Criterion. Hanno potuto scegliere i loro film preferiti da un catalogo immenso. Ciascuna scelta è corredata da una nota, più o meno lunga, che, in parte riportata, è piacevolmente disponibile sul sito d’origine, a questo link. Apriamo le danze con l’italianissima top di Martin Scorsese.


QUI LE ALTRE TOP 10 DELLA RUBRICA.


Paisà (1946), di Roberto Rossellini

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La prima scelta di Scorsese è uno dei capolavori neorealisti di Rossellini, che narra diverse vicende della guerra di liberazione, quello che fu «l’inizio di tutto» per l’allora giovanissimo cineasta americano. La visione avvenne in televisione insieme ai nonni di origine italiana, e fu di particolare impatto dal momento che Scorsese sentiva «la potenza del cinema stesso, in questo caso fatto fuori da Hollywood, in condizioni estremamente dure e con equipaggiamenti inferiori». Proprio riguardo alla cifra stilistica del regista romano, Scorsese afferma che «è come vedere la realtà stessa che si dispiega dinanzi ai propri occhi».


Scarpette rosse (1948), di Michael Powell e Emeric Pressburger

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Scorsese definisce Scarpette Rosse, titolo originale The Red Shoes, «uno dei più grandi film mai fatti», un film che ama a tal punto da rivederlo a cadenza annuale. Il regista americano ne sottolinea l’uso perfetto del Technicolor, ma anche i meriti a livello tematico, come la capacità di visualizzare «l’ossessione totalizzante dell’arte, il modo in cui può avere sopravvento sulla tua vita». Di più, Scarpette Rosse incarnerebbe «la credenza nell’arte come un genuino stato di trascendenza». Un classico decisamente meno citato rispetto ad altri film presenti in questa lista, che sarebbe da riscoprire.


Il fiume (1951), di Jean Renoir

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Nell’introdurre questo film, Scorsese parla dei durissimi anni del dopoguerra, e di come il cinema abbia tentato di affrontare con nuovi occhi «il miracolo della vita stessa», senza voltarsi «di fronte alla durezza e alla violenza». Egli cita grandissimi come Mizoguchi, Kurosawa, Ford e Wyler, per poi trattare del film di Renoir, il primo a colori del periodo post-americano. Scorsese evidenzia soprattutto l’assenza di un intreccio narrativo vero e proprio, essendo The River incentrato semplicemente sul «ritmo dell’esistenza, il ciclo della nascita, della morte e della rigenerazione, e la bellezza transitoria del mondo».


I racconti della luna pallida d’agosto (1953), di Kenji Mizoguchi

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Scorsese definisce Kenji Mizoguchi «uno dei più grandi maestri del cinema», capace di coniugare l’arte più elevata alla più straordinaria semplicità. Non è un caso che il maestro giapponese figuri stabilmente nella top 10 di molti altri registi. Vengono citati diversi altri suoi lavori, come La vita di Oharu (1952), L’intendente Sansho (1954) e Storia dell’ultimo crisantemo (1939), ma la palma spetta a questo film, composto da «momenti iconici […] che lasciano sempre senza fiato». A tal proposito, sono citate la sequenza della barca che emerge dalla nebbia e la panoramica finale, scene che riempiono lo spettatore «di meraviglia e soggezione».


Cenere e diamanti (1958), di Andrzej Wajda

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Scorsese poté vedere questo film polacco solo tre anni dopo la sua data d’uscita, e ne fu subito completamente stregato. Lo descrive come «un incubo che non smette mai di rivelarsi», dotato di una profonda capacità di analisi politica e antropologica e al contempo del «potere di un’allucinazione». Il regista americano racconta anche del suo rapporto con Wajda, di come sia sempre stato incredibilmente combattivo e risoluto, tanto da considerarlo «un modello per tutti i registi», che forse meriterebbe maggiore attenzione da parte del pubblico contemporaneo.


L’avventura (1960), di Michelangelo Antonioni

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Il primo capitolo della trilogia esistenziale di Antonioni è considerato da Scorsese un film da riscoprire continuamente, in grado di rivelare nuovi significati ad ogni visione. L’Avventura non è semplicemente un film sull’alienazione e su come le persone percepiscono il mondo circostante, ci spiega Scorsese, quanto più un film «su persone spiritualmente stressate», i cui «segnali spirituali sono interrotti» in un mondo «ostile e spietato». Un taglio critico, questo, che esalta il lato metafisico dell’opera, discostandosi da come vengono tipicamente recepiti i film del regista ferrarese.


Salvatore Giuliano (1962), di Francesco Rosi

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Un film siciliano fino al midollo, e per questo tenuto in grande considerazione da Scorsese, la cui famiglia ha le proprie origini nell’isola. Il film di Rosi è descritto come «un’indagine rigorosa, tuttavia mai asciutta», anzi sanguigna, accorata, come del resto lo sono tutti i film di denuncia di questo grandissimo regista. Viene evidenziata, sul lato tecnico, la fotografia  «in un bianco e nero elettrizzante» curata da Gianni Di Venanzo, colui che ha contribuito anche a capolavori come Otto e mezzo (1963) di Fellini e L’eclisse (1962) di Antonioni.


 (1963), di Federico Fellini

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Proprio Otto e mezzo è il film successivo scelto da Scorsese, di cui ricorda anche le vicende travagliate che ne precedettero l’uscita. Il film, secondo il regista americano «offre un ritratto perturbante di come ci si sente ad essere l’artista del momento», è un inno esistenziale al contempo intimo e universale, tanto che ha saputo ispirare tantissimi film e personaggi successivi (tra quelli citati, Stardust Memories (1980) di Woody Allen e All That Jazz (1979) di Bob Fosse).


Il disprezzo (1963), di Jean-Luc Godard

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Scorsese instaura qui un interessante paragone tra Godard e Antonioni, maestri nella composizione delle inquadrature e nello sviscerare certe tematiche. Le Mepris è definito da Scorsese «uno dei film più commoventi dei suoi tempi», anche perché legato a doppio filo alla vicenda autobiografica di Godard e della moglie Anna Karina. Il film, frutto di una produzione cosmopolita e travagliata, per Scorsese è sia «un ritratto distruttivo di un matrimonio finito male» sia «un lamento per un tipo di cinema che stava scomparendo». In questo senso, la presenza nel cast di Fritz Lang non è per niente casuale.


Il Gattopardo (1963), di Luchino Visconti

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Scorsese conclude la sua top 10 come l’aveva iniziata, con un capolavoro del cinema italiano, ancora legato all’amata terra siciliana. Il vero protagonista del film di Visconti, secondo Scorsese, è il tempo stesso, la sua «portata cosmica» che si protrae nei secoli e nelle epoche, ma anche quella quotidiana e aristocratica. Vengono lodati anche i paesaggi e le incredibili scenografie, portatrici di un amore per il dettaglio senza precedenti e «al servizio di un senso del tempo e dello spazio ampio e profondo». Una menzione speciale ha la lunghissima, magistralmente coreografata sequenza del ballo finale. Uno dei grandi rimpianti di Scorsese è l’aver visto negli USA una versione accorciata e malamente doppiata, che inizialmente non rese giustizia all’opera.


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