Samurai ribelle | 100 anni di Toshirō Mifune

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Ancora oggi, all’ingresso dei celebri Toho Studios di Tokyo, figura una gigantografia tratta da I Sette Samurai (1954) di Akira Kurosawa. In primo piano si staglia uno dei protagonisti della vicenda, Kikuchiyo, un aspirante samurai che diviene eroe per caso nel corso del film. Si può dire che anche il suo interprete, Toshiro Mifune, sia diventato un attore per caso. Questo è ciò che emerge dalla storia della sua vita, splendidamente raccontata anche nel recente documentario Mifune: The last samurai (2015) di Steven Okazaki. Mifune nasceva esattamente 100 anni fa, in Cina, da una famiglia giapponese; avrebbe messo per la prima volta piede in Giappone solo all’età di vent’anni, poco prima della guerra destinata a lasciare ferite profonde nel Paese.

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Attore per caso

Nel durissimo periodo del dopoguerra molti studi cinematografici, precedentemente attivi nel produrre film di propaganda, ripresero a lavorare con rinnovato slancio. Furono organizzati dei grandi casting a cui partecipò anche il giovane Mifune; il primo impiego che riuscì a trovare fu quello di aiuto-regista, nonostante la sua intenzione fosse quella di seguire le orme del padre fotografo. Dopo poco, tuttavia, fu notato da alcuni registi, tra cui Akira Kurosawa, il quale ritenne che il suo posto fosse davanti alla macchina da presa: il sodalizio tra i due durò per quasi vent’anni, al netto di sedici film girati insieme.

Curiosamente, fino al 1952 nel Giappone semi-occupato dalle forze americane furono banditi i chambara, ossia le pellicole che includevano storie di samurai e combattimenti con la spada (un sottogenere dei jidaigeki, i film ambientati in epoca storica). In quel lasso di tempo, tuttavia, la coppia riuscì già a farsi un nome; diversi furono i noir girati da Mifune in accoppiata col veterano (e successivamente grande amico) Takashi Shimura (L’angelo Ubriaco nel 1948 e Cane Randagio nel 1949), mentre il culmine del successo arrivò con la vittoria di Rashomon (1950) a Venezia. Inizialmente un fiasco in Giappone, quel film aprì la strada al cinema nipponico in Europa, e lo fece anche grazie all’interpretazione luciferina e animalesca di Mifune.

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La nascita di un mito

Secondo Steven Spielberg, che nel 1979 lavorò con Mifune per 1941: Allarme a Hollywood, «è il pubblico a trasformare un personaggio in eroe grazie alla performance dell’attore. Il regista tira certi fili invisibili dell’attore, ma non può comportarsi come con un pupazzo. Mifune non era di certo un pupazzo». Questo fatto è confermato anche da molti attori e comparse che lavorarono con Kurosawa ai suoi chambara più celebri: il regista era la definizione di perfezionista, precisissimo nei dettagli e negli ordini e severo con chi non li rispettava, tranne che con Mifune. Era solito lasciargli carta bianca nel plasmare il personaggio, il suo carattere, i suoi tic caratteristici: non gli dava mai istruzioni troppo precise. Da questa unità di intenti e libertà d’azione, scaturiva tutta la carica mitopoietica dei personaggi incarnati da Mifune.

Lo stereotipo del samurai composto e integerrimo, che si eleva nobilmente al di sopra della massa in virtù della sua fede in un codice d’onore particolare, fu sempre cautamente evitato dal duo creativo. Al contrario, i guerrieri interpretati da Mifune per Kurosawa sono più spesso dei reietti, dei “ribelli senza causa”, dei rōnin fuoricasta, figure dinamiche sempre in preda a un moto inquieto. A far loro da contraltare vi è una classe di nobili, i “veri” samurai, spesso relegati a un ruolo di sfondo, arroccati nei loro castelli e ignari delle sofferenze patite dalla gente comune. In questo ribaltamento dei ruoli, i piccoli villaggi diventano zone di confine in cui l’unica legge che domina è la violenza della sopraffazione, microcosmi nei quali il riscatto dei più deboli avviene solo grazie all’intervento dell’anti-eroe, una figura che è entrata a far parte dell’immaginario narrativo e cinematografico moderno anche grazie al contributo di Kurosawa e Mifune.

La figura del guerriero kurosawano è spogliata di tutta la retorica superomistica tipica del Giappone imperialista, poiché i personaggi sono umanizzati dalle loro risposte emotive genuine – come nel caso di Kikuchiyo – presentano tratti di fragilità – come l’uomo senza nome de La sfida del samurai (1961) e Sanjuro (1962) – ma anche dei difetti caratteriali e dei veri e propri vizi – come Washizu de Il Trono di Sangue (1957). Il corpo di Mifune, il suo volto e la sua voce potente sono la rappresentazione plastica di questi nuovi valori dal sapore umanistico e tragico al contempo, l’espressione più compiuta di uno stile di recitazione capace di catalizzare l’attenzione tanto in formati dalle dimensioni anguste che nel CinemaScope, entrambi utilizzati da Kurosawa nel corso della sua carriera.

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Come l’oceano

Yoko Tsukasa, un’attrice de La sfida del Samurai, ebbe a dire che «Mifune era come l’oceano: senza limiti, ma a volte molto turbolento. Teneva dentro di sé molte cose». A cavallo degli anni cinquanta e sessanta, la vita dell’attore nipponico si svolse quasi esclusivamente negli studios; nel giro di un anno poteva arrivare a partecipare anche a cinque, sei, sette film diversi. Questi ritmi assurdi lo portarono a confrontarsi con gravi problemi di alcolismo. Dopo il 1965, anno di Barbarossa, l’ultima collaborazione con Kurosawa che gli valse la Coppa Volpi come miglior attore a Venezia, il ritmo di lavoro iniziò lentamente a declinare.

Partecipò, nel ruolo di samurai più maturo e ieratico, a un paio di chambara di valore, nello specifico The Sword of Doom (1966) di Kihachi Okamoto e Samurai Rebellion (1967) di Masaki Kobayashi. Si tratta di film praticamente inediti in Italia, ma che sono preziosi sia perché testimoniano il punto di vista di altri registi sul genere (il primo, in particolare, è uno dei più violenti di sempre), sia perché mostrano come Mifune fosse capace di calamitare l’attenzione anche in ruoli secondari. Non era, insomma, un attore incapace di regalare grandi interpretazioni al di fuori del suo lavoro con un regista particolarmente talentuoso; anzi, con il passare del tempo fu la sua presenza a nobilitare alcune produzioni di dubbia qualità. Negli anni settanta, per esempio, ebbe occasione di recitare negli Stati Uniti, spesso nei panni stereotipati del giapponese in pellicole sulla seconda guerra mondiale; avrebbe desiderato lavorare ancora per Kurosawa in occasione di Dersu Uzala (1975), ma diversi fattori glielo impedirono.

A partire dagli anni ottanta, le sue condizioni di salute iniziarono a peggiorare, nella maniera peggiore possibile per chi fa il mestiere dell’attore. Come racconta il figlio Shiro, durante le sue ultime apparizioni doveva esserci qualcuno dietro le quinte a suggerirgli le battute usando dei cartelloni: l’alzheimer aveva cominciato a fare il suo corso. Toshirō Mifune si spense il 24 dicembre del 1997. Kurosawa, anch’egli molto malato, fece recitare una lettera al suo funerale. Una testimonianza tanto semplice quanto meravigliosa di un rapporto umano e lavorativo  che ha dato luce a una lunga serie di capolavori della storia del cinema:

«Insieme abbiamo fatto parte dell’età d’oro del cinema giapponese. Quando riguardo indietro ad ogni singolo film, realizzo che non avrei potuto farli senza di te. Hai dato così tanto. Grazie, amico mio. Per un’ultima volta, avrei voluto dirtelo di fronte a una bottiglia di sakè. Addio, amico mio. Ci rivedremo presto».

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