Rashomon – La verità come invenzione
Nel cuore plumbeo di una pioggia che pare eterna, Rashomon si apre come un enigma. Sono passati tre quarti di secolo, ma quel portale scrostato, rudere tra due epoche, continua ad accogliere e confondere lo sguardo. Era il 1950 – il Leone d’oro alla Mostra di Venezia solo l’anno successivo – quando Akira Kurosawa spezzò la linearità della narrazione e costrinse lo spettatore a riconoscersi nel dubbio. Non più una verità, ma una molteplicità, narrata da figure che si avvicendano come maschere di un teatro interiore. A emergere non è l’evento — un omicidio e una violenza in una foresta — ma la percezione stessa dell’evento, muta e soggettiva, declinata da ciascun testimone secondo desiderio, vergogna o autoassoluzione. La modernità del film non risiede nel suo intreccio, ma nella sua struttura: frantumata, disallineata, in lotta con l’illusione del vero.

E l’iniziale marcia del taglialegna, reiterata schizofrenicamente e ripresa da ogni punto di vista possibile, ne è la perfetta sintesi. La verità, in Rashomon, è continuamente posta in discussione anche attraverso l’immagine. La luce tagliata dai rami non illumina: acceca. I volti, spesso in primissimo piano, non rivelano l’animo, ma lo coprono. La macchina da presa si muove come un occhio smarrito, attraversa la foresta con inquietudine, incerta su quale cammino seguire. Ogni testimonianza è ricostruita con variazioni impercettibili — uno sguardo di troppo, una lama alzata con esitazione o con foga — e il montaggio, rigoroso e fluido, costruisce e distrugge il senso in un gesto solo. Kurosawa si affida a una grammatica visiva che rinuncia al classicismo e sperimenta la frammentazione. Nulla è dato una volta per tutte: anche lo stile diventa strumento di sospetto.

I protagonisti non sono personaggi, ma confessioni incarnate. Ogni racconto si fa performance, ogni parola un tentativo di difesa. Il bandito oscilla tra la possessione e la farsa; la donna tra fragilità e controllo; il samurai — addirittura — parla attraverso un medium. Questo scivolare continuo tra verosimile e teatrale è il cuore pulsante del film: ciò che sembra sincero è costruito, ciò che appare costruito è forse l’unico atto di verità. Rashomon è allora più che una storia: è un’indagine sull’umano, sulla necessità di darsi una narrazione per sopravvivere alla colpa, alla paura, all’ignoto. Nessuno dei racconti è falso, eppure nessuno è affidabile. A restare, è solo la crepa.

Settantacinque anni dopo, Rashomon continua a interrogare il linguaggio del cinema. Non perché abbia “anticipato” qualcosa — sebbene abbia definito un intero modo di pensare la narrazione — ma perché continua a riflettere su ciò che guardiamo quando guardiamo. È un film che rifiuta la soluzione, preferisce il cortocircuito. Il suo lascito non è un’estetica, ma una ferita aperta nel modo stesso di rappresentare. Il cosiddetto “effetto Rashomon” è diventato formula, ma la sua origine è un atto radicale: negare che l’oggettività sia possibile, e affermare che l’arte può solo vagliare le sue distorsioni. In quel tempio distrutto, sotto una pioggia che pare non finire mai, ci siamo noi: che guardiamo, raccontiamo, e forse, mentiamo anche a noi stessi.
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