The eye, the eye, the ear – Corpo e spazio dell’audiovisivo secondo Trisha Baga

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In attesa che la mostra di  Trisha Baga, The eye, the eye and the ear, torni visitabile all’HangarBicocca di Milano, cerchiamo di riattivarne l’energia reale, fruibile in presenza, nello spazio virtuale di questo articolo, restando in qualche modo in linea con la poetica di questa artista americana di origine filippina, nata nel 1985. Una poetica che si concentra sulle dinamiche di sovrapposizione tra reale e virtuale che connotano le odierne esperienze postmediali e, quindi, sul legame tra il corpo, lo spazio fisico di proiezione e l’immagine in movimento. E infatti, fin dal titolo, la mostra – a cura di Lucia Aspesi e Fiammetta Griccioli – rivela l’importanza che l’audiovisivo assume per Baga soprattutto in relazione alla sua percezione fisica.

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Accoglie il visitatore l’opera Orlando: sulla parete d’ingresso si trova scritta l’avvertenza sui possibili difetti di stampa che il naturalista William Beebe inserì nella prefazione del suo volume Half Mile Down (1934). Di questo testo, Baga sostituisce due parole ricorrenti: book diventa man e it diventa her. Così l’artista dichiara il carattere profondamente umano della cultura e dei suoi media, e con esso l’importanza della questione di genere. Significativo in tal senso è anche il titolo, tratto dall’omonimo romanzo di Virginia Woolf. Pubblicato nel 1928, Orlando è la biografia immaginaria di un aristocratico inglese che, vissuto tra XVI e XX secolo, a trent’anni si risveglia donna.  Un personaggio dotato di un carattere trasparente che ha portato Maura del Serra ha definirlo un “personaggio-schermo”, un “punto di vista” della Woolf. Lo stesso discorso si può applicare, suggestivamente, all’opera di Baga che dichiara, all’ingresso, il proprio punto di vista e che chiarisce, all’uscita, la sua natura di schermo. Sulla parete di uscita, infatti, si trova replicata la stessa identica scritta che accoglie il visitatore. Questa tuttavia viene proiettata da destra a sinistra, come specchiata, come se si leggesse, in trasparenza, il recto di una pagina guardando al suo verso, come se ci si trovasse dalla parte opposta dello schermo di un computer.

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Baga attua così la dilatazione fisica dello spazio virtuale della pagina e dello schermo, materializza uno spazio inesistente e all’interno di esso pone le proprie opere. Posti i due estremi, l’artista invita lo spettatore a immergersi nello spazio ignoto ad essi intermedio e a perlustrarlo aggirandosi tra le opere. Uno spazio fluido in cui sequenze filmiche e oggetti scenici si rimandano continuamente tra le diverse installazione video, secondo una logica orizzontale di intertestualità, come riflessi luminosi su una superficie liquida. Ma è anche uno spazio in cui una storia narrata in un’opera può essere raccontata in un’altra opera secondo una logica verticale di mise en abyme, di affondamento senza fine verso il reale. Perciò, Baga sembra ricreare qui lo spazio del digitale, habitat dell’odierno audiovisivo, uno spazio con-fuso in cui l’audiovisivo si riverbera su piattaforme convergenti, attinge agli immaginari tipici dei media tradizionali (TV, cinema, videogame) e li fonde semanticamente, appare ipermediato all’interno di uno schermo e invita all’immersione attraverso la realtà virtuale e la realtà aumentata.

Emblematica è l’installazione video Mollusca & The Pelvic Floor: il visitatore siede su una gaming chair e osserva di fronte a sé oggetti reali disposti in continuità con quelli proiettati nel video. A complicare questa sovrapposizione di elementi fisici e proiettati, il video consta di proiezioni 2D e 3D che in simultanea mostrano immagini incoerenti: vacanze di Baga in Sicilia e nelle Filippine, sequenze tratte da sci-fi hollywoodiani, come Contact di Robert Zemeckis (1997) o il reboot del 2017 di Jumanji, filmati amatoriali dell’artista intenta a dialogare con Mollusca, sistema di intelligenza artificiale analogo all’Alexa di Amazon. Il riferimento all’immersione nel videogioco raccontato nel film Jumanji, triplica l’atto di immersione nello schermo, che avviene entrando nella mostra e sedendosi sulle gaming chairs di questa installazione. Nel film, inoltre, avviene la metamorfosi sessuale della giovane Bethany che, nel gioco, assume le sembianze del Professor Shelly Oberon. Una metamorfosi che rovescia gli stereotipi di genere e con la quale Baga, in una commistione di cultura alta e di massa, si richiama a Orlando.

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Anche il riferimento a Contact non è certo casuale: come la protagonista del film cerca di stabilire un contatto tra l’umanità e gli alieni, così Baga, attraverso il dialogo con Mollusca, cerca di stabilire un contatto tra l’umanità e l’intelligenza artificiale, tra reale e virtuale. Inoltre, il viaggio nelle gallerie spazio-temporali di Contact può rimandare a quello compiuto da Orlando nella storia inglese, così come a quello compiuto dall’artista. E infatti, presso l’ingresso della mostra, si trovano gli Hypotetical Artifacts, repliche in ceramica di oggetti tecnologici cui Baga ha conferito l’aspetto di fossili, esponendoli come in un museo. Questi stessi oggetti si trovano tuttavia anche nei suoi video, generando così un cortocircuito temporale che ci proietta nel futuro.

Giunti all’altro estremo di questo testo, come conclusione ideale si potrebbe rovesciare l’introduzione, scrivendola da destra a sinistra, nella speranza che attraverso la perlustrazione proposta si sia arrivati dall’altra parte dello schermo. Tuttavia, nel poco spazio di questo articolo virtuale, provando a cogliere gli elementi fondamentali, molte opere sono rimaste taciute, così come moltissimi dei rimandi culturali di una mostra volutamente prismatica. Anche per questo, l’auspicio è che il prima possibile ognuno possa visitare The eye, the eye and the ear di Baga nella realtà dell’HangarBicocca.

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