Addio a Max von Sydow, ci mancherà tantissimo

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«Ricordo con grande nostalgia quei giorni con Bergman. Eravamo consapevoli che i film sarebbero stati molto importanti, e sentivamo che il nostro lavoro era pieno di significato».

Novant’anni, eppure un volto così presente nel Cinema d’oggi. Max von Sydow non era una di quelle stelle del passato di cui ci si ricorda solo in occasione dell’ultimo addio, era un uomo, un attore del presente capace di segnare ancora, con le sue apparizioni, non solo il grande cinema d’autore dal quale aveva mosso i primi passi, ma anche quello di genere, il blockbuster, fino alla serialità televisiva di qualità, restando sempre un volto del presente, con una grande storia alle spalle, certo, ma profondamente connesso al qui e ora.

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Max von Sydow se n’è andato ieri, 8 marzo, all’età di novant’anni, nella sua casa in Provenza, e ci mancherà tantissimo. In primis proprio perché alla sua età era ancora ben presente all’occhio di noi spettatori, grazie ai ruoli recenti in film e serie mainstream frequentatissimi – anche dai più giovani –, in secundis perché von Sydow andava ben oltre la statura del leading actor, dell’attore in grado di ricoprire i ruoli più pesanti, quelli di protagonista, riuscendo a lasciare la propria impronta sulle opere più disparate accettando anche ruoli che dalla loro genesi marginale si elevavano a costituire alcuni tra gli attimi più preziosi delle opere in cui erano incastonati. Come gioielli.

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Così ci sono due Max von Sydow, quello che ricordiamo in bianco e nero, giovane, e quello a colori, che invecchia e attraversa il Cinema da L’esorcista di William Friedkin a Il trono di spade di HBO, passando per Hannah e le sue sorelle, Monority Report e Star Wars. I lineamenti inconfondibili del primo Max, nato Carl Adolf von Sydow, sono per sempre legati a un altro svedese, Ingmar Bergman, il grande regista che incontrò recitando in un teatro di Malmö e che gli affidò subito uno dei ruoli più forti della sua carriera, il cavaliere crociato de Il settimo sigillo, prossimo alla morte ma deciso a giocarla, prendendo tempo con una partita a scacchi per vivere ancora un po’ di quell’esperienza umana che terminerà in una indimenticabile danza macabra al seguito della Morte. Da Il settimo sigillo in poi la carriera di von Sydow si invola per una rotta di grandi ruoli, di parti difficili da sostenere, adatte solo ai più grandi: da Come in uno specchio a L’ora del lupo – per fare un esempio –, si fa interprete di un’umanità dolente, che si interroga su se stessa e sul senso della vita, del mondo, riuscendo a esteriorizzare, mettere in azione una vita interiore che in Bergman sembra sempre in discussione, come in una sorta di autoanalisi sull’orlo del disastro. I silenzi, gli occhi sbarrati, la schiena appesantita dal dolore di essere umani. L’uno che rappresenta i tanti.

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Max von Sydow era questo, ma non solo. Basti pensare ai tanti ruoli nel filone fantascientifico, l’oscuro imperatore Ming di Flash Gordon, il fremen Liet-Kynes del Dune di David Lynch, eroico personaggio simbolo di sacrificio personale per un bene più grande; e ancora, von Sydow al fianco di Steven Spielberg in Minority Report («L’idea di lavorare con Spielberg fu molto affascinante. È un vero maestro. Conosce il linguaggio della macchina da presa e del fare cinema, cosa che gli dona grande libertà»), e nei panni di un fedele della Forza in Star Wars: Il risveglio della Forza, di J.J. Abrams. In questo e in Game of Thrones, in cui interpreta il Corvo a tre occhi, Max von Sydow è il custode della memoria, una figura spirituale che conosce il passato ma fa ancora parte del presente, porta su di sé le tradizioni e le tramanda. Due ruoli mainstream che curiosamente ricalcano la carriera dell’attore svedese capace di elevare, in poche scene, prodotti così lontani dal cinema di Bergman, di Pollack, di Scorsese, dando pari valore e dignità a ruoli principali o secondari, sempre onorati con interpretazioni profonde e sentite.

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Da italiani ne ricorderemo le partecipazioni nel nostro cinema, al fianco di Rosi, Zurlini, Lattuada, Faenza, Argento e non solo; ci mancheranno le sue preghiere tonanti nei panni di Padre Merrin, i suoi silenzi in Molto forte, incredibilmente vicino, i primi piani sui quali le rughe avevano scritto una storia di “forte sentire” che von Sydow sapeva imbrigliare, cesellare in sottrazione per restituire ritratti credibili, profondamente umani. Spesso esempio di sacrificio del singolo per la collettività.

A novant’anni ci lascia Max von Sydow, e con lui abbiamo capito che la memoria è un’esperienza da impiegare nel presente, senza che rimanga materia per annali, ma vada ad arricchire l’esperienza umana – e di attore –, come in una partita a scacchi, per riflettere sulla prossima mossa imparando dalla precedente. Max von Sydow ci mancherà tantissimo, perché è nella Storia del Cinema passato e presente, perché ha attraversato il Cinema nel tempo e nei generi, lasciando tracce indimenticabili nella galassia di visioni fondamentali che ogni spettatore dovrebbe esplorare.

Non dimentichiamolo mai, e torniamo a guardare i suoi film al più presto.

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