On the road: 5 road movie indimenticabili

Il tema del viaggio è sempre stato ricorrente in ogni forma di narrativa; dall’epica dell’Odissea fino a On The Road e i romanzi della beat generation, passando per celebri resoconti di viaggio come il Milione di Marco Polo, innumerevoli autori di diverse epoche e provenienze hanno raccontato il fascino dell’avventura, del vagabondaggio, di viaggi in cui più che la destinazione è importante il percorso, reale e psicologico, per chi lo intraprende. Il Cinema ha continuato questa lunga tradizione e dal Novecento il viaggio si intraprende su strada, luogo mitico sul quale sfrecciano moderni mezzi di trasporto i cui conducenti sono spesso in fuga dalla società e dalla monotonia della vita di tutti i giorni: nasce così il road movie. Il genere è molto vasto e si intreccia spesso ad altri sottogeneri, rendendo impossibile elencarli tutti; questa lista di cinque titoli vuol’essere un punto di partenza per un viaggio che mostrerà a chi sa tenere il passo alcuni dei personaggi e dei paesaggi più indimenticabili della Storia del Cinema.

Easy Rider (Dennis Hopper – 1969)

Approfittando del cinquantesimo anniversario della sua uscita, non si può che partire da Easy Rider, manifesto della controcultura ribelle dell’America degli anni Sessanta. Opera prima di Dennis Hopper, anche protagonista insieme a Peter Fonda, il film racconta di due motociclisti che, in seguito alla vendita di una partita di cocaina, decidono di partire a bordo dei loro iconici chopper Harley-Davidson per un viaggio da Los Angeles a New Orleans, in occasione dei tipici festeggiamenti del Mardi Gras. Il viaggio è accompagnato da una colonna sonora che comprende nomi come Jimi Hendrix, Steppenwolf, The Byrds e Bob Dylan, artisti simbolo dell’epoca e dello spirito di libertà caratteristico dei personaggi. Lungo il loro percorso, Wyatt “Capitan America” e Billy visiteranno una comune hippie, conosceranno un avvocato alcolizzato (indimenticabile personaggio che varrà a un giovane Jack Nicholson una candidatura all’Oscar) e avranno insieme a due ragazze un terrificante e psichedelico bad trip di LSD in un cimitero di New Orleans. Con il procedere della storia risulta evidente come questi uomini della strada siano però rifiutati dal mondo in cui vivono, un’America fondata sulla libertà che però rifiuta ed è spaventata da chiunque provi davvero a vivere libero, fino a un tragico finale in cui emerge la consapevolezza di una cultura hippy destinata a sparire, cancellata dalla società che li circonda.


Il sorpasso (Dino Risi – 1962)

Quando si pensa al road movie, si pensa generalmente agli Stati Uniti, alle loro infinite strade che spariscono in orizzonti lontanissimi e a una cultura in cui è radicata la fascinazione per la frontiera e i lunghi viaggi; è quindi sorprendente scoprire come Dennis Hopper si sia ispirato, nella stesura di Easy Rider, ad un film italiano: Il sorpasso di Dino Risi. Il film racconta dell’incontro e delle avventure di due personaggi estremamente differenti in viaggio da Roma verso la Toscana lungo la via Aurelia. Bruno (Vittorio Gassman) è un quarantenne simpatico ed esuberante, cialtrone e donnaiolo che ama guidare spericolatamente sulla sua fiammante Lancia Aurelia; Roberto è un giovane studente, timido, educato e apparentemente arrendevole, figlio di una piccola borghesia che non ha ancora trovato una sua vera identità nel progresso economico dell’Italia del tempo. La premessa può far pensare a una classica commedia all’italiana – e le risate non mancano -, ma lungo le varie tappe del viaggio di questa strana coppia, tra visite ai parenti, gite in spiaggia e “twist burino”, arriveremo a conoscere la profondità psicologica dei due personaggi, l’uomo sotto la maschera buffonesca di Bruno e la maturazione del giovane Roberto, di cui ascolteremo lungo il film i pensieri; la pellicola è inoltre girata e montata in maniera sorprendente per il genere, alternando una vena a tratti quasi documentaristica, soprattutto nella rappresentazione della vita dell’epoca, con momenti più frizzanti quando si tratta di seguire la sfrecciante Lancia o i divertenti battibecchi tra i protagonisti. Ancora una volta il finale è però amaro, e uno spericolato sorpasso di troppo ci ricorda che non era solo una scampagnata di formazione per due personaggi opposti, ma anche un viaggio nelle enormi contraddizioni sociali dell’Italia del boom economico.


Y tu mamá también (Alfonso Cuarón – 2001)

Il cinema messicano sta vivendo negli ultimi vent’anni un momento di grande successo, facendo incetta di tutti i maggiori premi cinematografici e ottenendo l’approvazione di critica e pubblico, grazie principalmente alle opere dei Three Amigos: Alejandro G. Iñárritu, Guillermo del Toro e Alfonso Cuarón. È proprio quest’ultimo a prendere in prestito il tipicamente americano road movie, trasferendolo a sud del confine con Y tu mamá también, film che racconta, accompagnato da un narratore onnisciente che fornisce dettagli aggiuntivi sui personaggi e sul Messico, il viaggio di formazione e triangolo erotico tra i due giovani adolescenti Julio e Tenoch (Gael Garcia Bernal e Diego Luna) e una giovane donna, l’affascinante ma disturbata Luisa (Maribel Verdù). I due amici, abbandonati dalle rispettive ragazze appena partite per l’Italia, passano spensierati il loro tempo tra feste, alcol e droghe, finché non incontrano ad un noioso matrimonio la bella Luisa – che di lì a poco scoprirà di essere stata tradita dal marito – e decidono di partire per una fuga estiva verso una fantomatica spiaggia inventata, La Boca del Cielo. Sarà un viaggio di crescita e di scoperta della sessualità, rappresentata in maniera sorprendentemente esplicita senza però risultare volgare o gratuita. Tra sensuali menage a trois, divertenti gag, tradimenti e riappacificamenti, i tre vivranno un’avventura che ricorderanno per sempre, anche se il finale del film ci rivela che, come spesso succede nella vita, i personaggi sono destinati a percorsi separati. Il film è fotografato dal bravissimo Emmanuel Lubezki che, pur senza la pulizia e perfezione delle sue opere più recenti, regala una riuscita fotografia semplice, quasi documentaristica, facendo uso di svariati long-take, marchio di fabbrica del “Chivo”, ed è proprio la fotografia, insieme alla voce narrante, a spostare spesso l’attenzione dai tre frizzanti protagonisti allo sfondo, dal quale emerge un Messico pieno di problematiche e contrasti politico-sociali.


Il posto delle fragole (Ingmar Bergman – 1957)

Il road movie è caratterizzato di solito da protagonisti giovani ed energici, da viaggi avventurosi e panorami mozzafiato ma, oltre alla già citata vastità delle diverse sfumature con cui il genere è stato trattato, quello che accomuna buona parte di questi titoli è il concetto del viaggio come un’opportunità di maturazione e cambiamento psicologico. Non è mai troppo tardi per maturare, sembra dirci Bergman con Il posto delle fragole, riflessione sulla vita, sulla morte e lo scorrere del tempo in cui il protagonista, l’anziano e illustre professor Isak Borg (Victor Sjöström), decide, in seguito a un terrificante incubo a base di orologi e bare, di intraprendere in auto invece che in aereo il viaggio per recarsi a ritirare un prestigioso premio accademico. Accompagnato dalla tenace nuora Marianne, il viaggiatore oscillerà continuamente tra il reale e l’onirico, tra incontri con svariati personaggi – una coppia litigiosa, un gruppo di giovani, la vecchissima e abbandonata madre di Isak – e visite nei luoghi dell’infanzia, che trascineranno il protagonista nei ricordi di alcuni momenti essenziali e fondativi della sua vita. Il professore comprende di essere nascosto dietro una maschera di cultura e buone maniere; un uomo egoista, solo e pieno di rimpianti, esemplificati in primis dall’amore irrisolto per la cugina Sara, ricordata amaramente mentre raccoglie le fragole che danno il titolo al film; si rende conto inoltre, grazie a Marianne, di come il figlio Evald abbia ereditato questa sua attitudine nei confronti del mondo e delle persone. Alla fine del viaggio e della giornata Isak è determinato, nonostante la tarda età, a cambiare, e, dopo essere stato gentile e d’aiuto ai familiari, va infine a dormire. Quando ancora una volta i ricordi dell’infanzia riaffiorano non sono però più motivo di incubi e tristezza, ma di felicità.


Thelma e Louise (Ridley Scott – 1991)

Per quest’ultimo film ritorniamo sulle lunghe strade degli Stati Uniti, un west sconfinato che il cinema ha mostrato principalmente attraverso occhi maschili di cowboy e criminali, relegando il mondo femminile al ruolo di interesse romantico o damigella in pericolo, ma questa volta a cavalcare verso il tramonto sono due donne indimenticabili: Thelma e Louise. Le due protagoniste, interpretate da Geena Davis e Susan Sarandon, insoddisfatte dalla loro vita e dalle loro relazioni sentimentali, rispettivamente con un marito assente e sessista e con un musicista inconcludente, decidono di intraprendere insieme un viaggio liberatorio lontano dalla loro noiosa routine, a bordo di una vecchia Ford Thunderbird. La situazione però degenera già alla prima tappa, in un bar a bordo strada, quando un uomo tenta di violentare Thelma, costringendo Louise a sparare all’aggressore, uccidendolo e trasformando l’innocente weekend in una fuga dalla polizia e dalle loro vite precedenti. Lungo il viaggio si incontreranno e scontreranno con altri uomini: J.D. (Brad Pitt), l’esilarante e scamiciato rapinatore che insegnerà a Thelma come rapinare un supermercato con un phon e a fidarsi ancora meno degli uomini; un maleducato camionista che scoprirà di avere insultato le donne sbagliate; l’onesto ma un po’ paternalistico detective Slocumb (Harvey Keitel) e tanti altri, in un crescendo di situazioni che, portandole sempre più vicine al baratro, le farà però finalmente sentire libere. Quando infine raggiungeranno il limite e l’apparente fine del viaggio, le parole di Thelma – «Let’s keep going» – ci regaleranno un memorabile freeze-frame finale. Ridley Scott aveva già con Alien dimostrato di saper dirigere una storia con protagonisti femminili forti e interessanti e lo riconferma qui, aiutato dall’interpretazione delle due attrici e dalla sceneggiatura premio Oscar di Callie Khouri; mostra inoltre una notevole sensibilità e abilità, non scontata per un regista inglese, per i panorami incredibili e le strade americane, luogo natale del road movie.


Menzioni d’onore

  • 1934: Accadde una notte (It happened one night) – Frank Capra
  • 1967: Gangster Story (Bonnie and Clyde) – Arthur Penn
  • 1973: La rabbia giovane (Badlands) – Terrence Malick
  • 1984: Paris, Texas – Wim Wenders
  • 2000: Fratello, dove sei? (O Brother, Where Art Thou?) – Joel Coen
  • 2007: Il treno per il Darjeeling (The Darjeeling Limited) – Wes Anderson
  • 2015: Mad Max: Fury Road – George Miller

 

1 Comment

  1. Inserirei x certi versi ZABRINSKIE POINT del grandissimo e spesso dimenticato maestro Michelangelo Antonioni

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