Fellini politico in Amarcord | Fellini 100

Amarcord, tradotto dal dialetto romagnolo “Io mi ricordo”, è il titolo che Fellini decide di dare al suo dodicesimo film; esce in Italia nel 1973, in una stagione segnata da fortissime tensioni politiche. Amarcord risulterà essere proprio il film più strettamente politico della produzione di Fellini; tuttavia, come accade in tutti i casi della filmografia felliniana, non possiamo parlare di un film potentemente ideologico, militante, di denuncia: a filtrare il tutto vi è la dimensione opaca del ricordo, la piccolezza della provincia e, soprattutto, uno sguardo antropologico sul fenomeno del fascismo. Il regista romagnolo visse alcuni anni della sua gioventù proprio sotto il regime fascista, ragion per cui il film risente di una componente autobiografica.

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Come affermato dallo stesso regista, “la provincia di Amarcord è quella dove tutti siamo riconoscibili, nell’ignoranza che ci confondeva”. In Amarcord la Storia viene riportata ad una dimensione ordinaria, ad una mediocrità che ci tocca in modo diretto grazie al potere immaginativo dell’opera d’arte. Fellini non si pone mai in atteggiamento giudicante nei confronti dell’epoca: quello che più gli interessa è la “maniera psicologica, emotiva dell’essere fascisti”, che individua in “una sorta di blocco, di arresto alla fase dell’adolescenza”. Egli studia il tòpos dell’italiano e la sua tendenza a risolversi in una figura eternamente adolescenziale, infantile, puerilmente esibizionista.

Ancora con le  sue parole:

“Fascismo e adolescenza continuano ad essere in una certa misura stagioni storiche permanenti della nostra vita. L’adolescenza, della nostra vita individuale; il fascismo, di quella nazionale. Questo restare, insomma, eternamente bambini, scaricare le responsabilità sugli altri, vivere con la confortante sensazione che c’è qualcuno che pensa per te, e, una volta è la mamma, una volta il papà, un’altra volta il duce, e poi il vescovo, e la Madonna e la televisione”.

Risultano emblematiche, in questo senso, almeno tre scene: la parata di celebrazione fascista, il passaggio del Transatlantico Rex e l’interrogatorio di Aurelio. Nei primi due casi l’esaltazione del regime (la nuovissima ed enorme nave) e del padre della patria (l’imponente scultura floreale che riproduce la faccia di Mussolini) è portata avanti per mezzo di magniloquenti e pompose esibizioni di splendore, ma al contempo si risolve in una partecipazione meccanica e forzata del popolo-spettatore. Il fittizio e l’istituzionale si contrappongono alla genuinità vitale delle feste “pagane” che hanno luogo in paese. Nel caso della scena dell’olio di ricino, fra le più violente del cinema felliniano, assistiamo invece alla rappresentazione plastica del paternalismo del regime; i camerati fedeli ad esso fanno passare la morte di ogni tipo di dissenso e libertà di espressione come un mezzo pedagogico, finalizzato ad educare i cittadini.

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In definitiva, il fascismo è e resterà elemento inseparabile della nostra storia, del nostro immaginario, al di là di ogni possibile confinamento. Fellini lo identifica con “la nostra parte stupida, meschina, velleitaria, una parte che non ha partito politico, perché quella parte sta dentro ciascuno di noi, e ad essa già una volta il fascismo ha dato voce, autorità, credito“. La lotta contro il fascismo diventa un fenomeno quasi psicoanalitico, il riconoscimento di una debolezza intrinseca e pericolosa, che non sembra essere stata sradicata dall’estinzione concreta delle istituzioni del regime. Se la rievocazione di Amarcord può sembrare a tratti pericolosamente nostalgica, è perché viene alimentata una tensione ambivalente, che tocca corde emotive in maniera ambigua. I personaggi che vediamo sullo schermo sono e al contempo non sono noi. Lo sono in quanto portatori di memoria storica e di quel difetto costitutivo sopracitato, non lo sono poiché il periodo politico è stato superato, esorcizzato, anche giustamente relegato a capitolo infelice della storia del nostro paese.


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1 Comment

  1. Secondo me Fellini dà una lettura fantastica del fascismo. Come al solito al centro c’è la sua percezione delle cose, ma qui è un lui che trasferisce i ricordi a un bambino che si fa affascinare dal Rex, che spera che il faccione di Mussolini lo aiuti a conquistare una bimba. Oggi, in cui purtroppo ogni creazione che citi il fascismo non viene automaticamente presa come critica, possiamo forse starci a riflettere.

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