Per un altro teatro-ragazzi: il Leone d’Argento Jetse Batelaan

English version below

Translation by Stefano Ternavasio

 

‹‹Siamo l’estraneo a cui ti hanno sempre detto di stare attento. E tuttavia vogliamo che tutti partecipino per sentire che insieme osiamo fare più di quanto avremmo immaginato. Penso sia questo, oggi, il vero valore del nostro lavoro. Incoraggiamo i bambini ad andare verso e incontro l’ignoto. In mezzo al caos insegniamo un mestiere molto speciale: lezioni di fiducia a un mondo nel panico.››

Jetse Batelaan – regista olandese quarantenne – presenta così il lavoro, rivolto a un pubblico molto giovane, che da anni realizza con il Theater Artemis (di cui è direttore artistico dal 2013). Il desiderio di ridare visibilità a un settore come il teatro-ragazzi, spesso ingiustamente considerato inferiore rispetto al teatro pensato esclusivamente per un pubblico adulto, è stato più volte espresso da Antonio Latella, direttore artistico di Biennale Teatro 2019. Latella ha sottolineato la potenzialità di questo tipo di produzione capace di abbandonare le rigide convenzioni del teatro “ufficiale” e di portare avanti una ricerca espressiva propria e una progettualità artistica pensata in funzione del target a cui si rivolge. Nasce da questi presupposti la scelta di assegnare il Leone d’Argento per il Teatro a Batelaan autore di spettacoli spiazzanti per spettatori grandi e piccoli.

Il suo lavoro dà vita a un mondo caotico, a volte spaventoso e apparentemente sgangherato che coinvolge nel gioco un pubblico inquieto, imprevedibile e che non rispetta nessuna regola. Gli spettacol di Theater Artemis disturbano e sono continuamente disturbati, tanto da creare uno stato condiviso di confusione che spesso porta a situazioni inaspettatamente creative.

 

The Story of the Story

Tentare ossessivamente di “proteggere” i bambini dalle incognite di un mondo caotico in cui (ad ogni età) è difficile orientarsi è impresa vana, perciò non c’è la pretesa di svelare grandi verità. I più piccoli – troppo spesso abituati a sentirsi dire dagli adulti quali dovrebbero essere le loro priorità – vengono messi di fronte alla possibilità di trovare da soli una risposta osservando vari punti di vista e sviluppando uno sguardo empatico verso la goffaggine e l’inadeguatezza umana. Batelaan, vincitore di numerosi premi tra cui il Young Theatre Prize 2001 e il VSCD Mime Award (tra i più importanti riconoscimenti della critica olandese), gioca con il pubblico grazie a un teatro immaginativo, di forte impatto visivo e che sfrutta una drammaturgia non verbale per dare vita a luoghi e oggetti che diventano essi stessi attori e autori dello spettacolo. Il senso di stupore e spaesamento domina sulla scena e viene evocato già dai titoli ironici come Trees won’t be applauded until they become sawdust, The show in which hopefully nothing happens e  A cowboy holding his hands up in the air probably isn’t cheering.

Come trattare temi complessi in uno spettacolo rivolto ai bambini? Quale tipo di narrazione è più adatta all’immaginario infantile? Che cosa significa raccontare una storia? Batelaan trova nei giovani spettatori perplessi un elemento di stimolo che lo porta a confrontarsi con domande non scontate per poter proporre un’opera che non sia banale. Alla Biennale di Venezia il Leone d’Argento presenta due spettacoli che ben testimoniano la sua ricerca artistica: The Story of the Story (2018) e War (2017).

The Story of the Story2

Biennale Teatro 2019 si apre proprio con The Story of the Story andato in scena al Teatro Goldoni il 22 luglio. Una tribù di personaggi sbrindellati e indisciplinati si aggira tra il pubblico e ne suscita le risate utilizzando in maniera incongrua oggetti abbandonati dal mondo “civilizzato”. Alla presenza di questi strambi cacciatori-raccoglitori moderni prende vita l’avventura sconclusionata di una famiglia della classe media: tre cartonati alti 6 metri raffiguranti papà Trump, mamma Byoncé e il figlioletto Cristiano Ronaldo si battibeccano incombendo giganteschi sulla scena. Inizialmente tutto appare scanzonato e divertente, poi nell’irriverenza irrompe la violenza. Batelaan dà vita a un mondo sconnesso e selvaggio, potenzialmente distruttivo e meravigliosamente sregolato, radicalmente liberatorio e per questo esaltante e spaventoso. Questo lavoro avanza una proposta apparentemente inconcepibile per un pubblico di bambini (ma forse più difficile da accettare per noi adulti): una performance senza struttura e senza logica, una storia senza storia.

«Come esseri umani sembriamo avere un irresistibile bisogno di essere rilevanti e significativi. Vogliamo fare parte della storia… sui social media condividiamo la nostra “storia”. Urrà la nostra vita ha di nuovo un significato! Ma che dire di questa paura del “nulla”? The Story of the Story parla di questa paura.»

Het-verhaal-van-het-verhaal-©-Kurt-Van-der-Elst-liggend4

Com’è possibile ideare una performance rivolta a bambini a partire dai sei anni che parli di guerra? Batelaan non nasconde il senso di impotenza che ha accompagnato l’allestimento di War: la guerra è un tema che tocca tutti, anche i più piccoli hanno idea di cosa sia il conflitto e hanno molte domande a riguardo: «Ma è una guerra vera?», «Si è fatto molto male?», «Quando finisce?» (solo per citare alcuni dei quesiti dei giovani spettatori in sala).

WAR-locandina

Gli adulti però non dispongono delle risposte: di fronte alla guerra è solo caos, smarrimento e attesa. E War parte da qui: la scena è una stanza terribilmente disordinata popolata di oggetti di ogni tipo (palloncini, pupazzi, avanzi di mobili, giocattoli, quadri, lettere giganti a comporre la parola guerra) che si animano inaspettatamente, fanno rumore, cambiano posizione e si assestano reagendo forse a un attacco invisibile. L’effetto evocato è lo stesso di un campo minato o di una cameretta dei giochi messa a soqquadro: non si sa dove mettere i piedi né cosa potrà crollare da un momento all’altro.

War

In questo luogo abbandonato – eppure animato – si affacciano tre sparuti soldati: chiedono alle persone in sala di “fare il rumore della guerra” e poi scappano terrorizzati dalle urla selvagge dei bambini. Lo scontro ha inizio, la dichiarazione di guerra è stata fatta e i tre soldati mettono in scena tutte le possibili sfumature del conflitto (spesso fallimentari). Dall’imboscata alla guerriglia, dal colpo di grazia alla tregua fino ad arrivare alla numero 17: “andare sui pattini” (forma più o meno ovvia di spargimento di sangue) a cui seguono la fame, il freddo, la perdita delle speranze, “andare sull’altalena”, la resa e altre decine di forme di scontro. Infine la proposta illuminante: «Non potremmo semplicemente parlarne?» . Eppure la tentazione di scatenare una gigantesca battaglia di palline con i bambini del pubblico (l’esercito nemico) è troppo forte: prevale e non risparmia nemmeno il piccione gigante che appare in scena sul finale a simboleggiare una “quasi pace” indegna di una bianca colomba.

«Abbiamo scoperto che possiamo iniziare una guerra e una performance sulla guerra in un secondo, ma che è terribilmente complicato finirla. Una performance intitolata War può finire soltanto con la pace. Ma la pace stessa può essere terribilmente distante.»

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For a different Theatre for Young Audiences: Jetse Batelaan, Silver Lion-winner

Written in Italian by Federica Scaglione

English translation by Stefano Ternavasio

«We are the stranger that you’ve alaways been warned about. Yet we want everyone to join in with us. To experience finally together we dare to do more than we would ever have imagined. I think that’s the true value of our work today. We encourage children to meet nd encounter the unknown. Admidst the chaos, we teach a very special profession: lessons in confidence to a world in panic.»

These are the words Jetse Batelaan – 40-year-old Dutch author-director – uses to introduce the performance (addressed to very young audiences) that he has been staging for years with Theater Artemis, of which he is the artistic director since 2013. The wish to give new visibility to a field such as the Theater for Young Audiences – often unfairly considered as inferior to the theatre targeting exclusively adult audience – has been expressed many times by Antonio Latella, artistic director of Biennale Teatro 2019. Latella has highlighted the potentialities of such productions, which can manage to free themselves of the rigid conventions of “official” theatre, pursuing an expressive research of their own and an artistic plan specifically designed for their intended target. It is from these assumptions that the prize committee chose to award the Silver Lion for Theatre to Batelaan, as an author of unsettling performances for both young and adult audiences.

His work brings to life a chaotic, sometimes scary, and apparently disjointed world – involving in the game an audience that is frantic, unpredictable, and disregards every rule. The Theater Artemis performances are disrupting and continuously disrupted, so much so that they create a shared state of confusion, often resulting in unexpectedly creative situations.

It is a vain errand to obsessively try to “shield” children from the unknowns of a chaotic world in which (no matter you age) you have a hard time finding your bearings, therefore there is no presumption to unveil great truths. The younger ones – too often used to adults telling them what their priorities should be – are faced with the opportunity to find an answer for themselves, by observing different viewpoints and developing an empathic stance toward human awkwardness and inadequacy. Batelaan – recipient of several awards, including the 2001 Young Theatre Prize and the VSCD Mime Award (among the most important accolades awarded by Dutch critics) – plays with the audience thanks to an imaginative theatre, boasting a strong visual impact and employing a non-verbal dramaturgy to breathe life into places and objects, which in the end become actors and authors of the performance in their own right. A sense of wonder and bewilderment dominates the scene and is already evoked by ironic titles such as Trees won’t be applauded until they become sawdust, The show in which hopefully nothing happens and A cowboy holding his hands up in the air probably isn’t cheering.

How can you tackle complex themes in a performance addressed to children? Which type of narration is the most suitable for their imagination? What does it mean to tell a story? Batelaan finds in baffled viewers a kind of impulse which prompts him to engage non-trivial questions in order to present works that are never banal. At the Venice Biennale, the Silver Lion-winner is showcasing two performances which demonstrate very well his artistic research: The Story of the Story (2018) and War (2017).

Biennale Teatro 2019 actually opens with The Story of The Story, staged at Teatro Goldoni on July 22th. A tribe of undisciplined characters with tattered clothing wander among the audience members and elicit their laughter by making incongruous use of objects left behind by the “civilized” world. In the presence of these queer, modern hunter-gatherers, the rambling adventure of a middle-class family is brought to life: three 6-metre-tall cardboard figures – depicting Trump as the dad, Beyoncé as the mum and Cristiano Ronaldo as their baby – squabble, looming large on the scene. At first, it all seems light-hearted and funny, if irreverent – then violence barges in. Batelaan portrays a disorderly and wild world, potentially destructive and wonderfully unruly, radically liberating and therefore exhilarating and scary. The work promotes a concept that is apparently unthinkable for a child audience (but perhaps harder to accept for us, as adults): a performance devoid of structure and logic, a story without a story.

«We as human beings appear to have an irresistible need for relelvance and meaning. We want to be part of the story…On social media we share our “story”. Hooray, our life has meaning again! But what about this fear of “nothingness”? The Story of the Story is about this fear.»

How can you conceive a performance that is addressed to 6-year-old children and talks about war? Batelaan does not hide the feeling of helplessness which has lingered with him while setting up War; war is a theme that affects everybody, and even the younger ones have an idea of what a conflict is and have many questions about it: «Is it a true war?», «Did he hurt himself a lot?», «When is it over?» (just to mention some of the things that were asked by the young audience at the theatre).

However, adults do not possess the answers: in the face of war there is only chaos, bewilderment, and waiting. This is where War starts from: the scene is a terribly messy room, littered with every sort of object (balloons, puppets, scraps of furniture, playthings, paintings, giant letters composing the word war) which unexpectedly come alive, make noise, shift their position and settle, reacting perhaps to some invisible attack. The evoked effect is the same as a minefield or a children’s playroom that has been turned inside out: you don’t know where to step nor what could fall down at any moment.

In this abandoned – yet lively – place, three gaunt soldiers make their appearance: they ask the audience to “make the sound of war” and then they flee in terror at the children’s wild cries. The conflict begins, the declaration of war has been made, and the three soldiers stage all the possible (often ruinous) nuances of war. From ambush to guerrilla, from coup de grâce to cease-fire, all the way to number 17: “skating” (a more or less obvious form of bloodshed), which is followed by hunger, cold, hopelessness, “see-sawing”, surrender, and dozens of other forms of conflict. Finally, the enlightening proposal: «Couldn’t we just talk about it?» Yet the temptation to wage an epic pit ball fight with the children in the audience (the enemy army) is too strong: it prevails and does not spare anyone, not even the giant pigeon appearing on stage at the end, symbolizing a “half-peace” that is unworthy of a white dove.

«We found out that you can start a war and a performance about war ina a second, but it’s terribly complicated to end it. A performance called War can only end with peace. But peace itself can be so horribly distant.»

Here the best of Biennal Teatro 2019!

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