Quattro recensioni da Ce l’ho Corto Film Festival 2019

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Si è svolta a Bologna la prima edizione di Ce l’ho Corto Film Festival, un evento organizzato da Kinodromo di cui Birdmen Magazine è stato media partner, con la finalità di dare visibilità a cortometraggi indipendenti di giovani autori nazionali e internazionali. Ecco le recensioni di quattro dei cortometraggi della Sezione Internazionale.

Atarraya di Esteban García Garzón (Colombia – 2018 – 15’)

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Maryuti, una giovane donna colombiana, prende una decisione difficile, decidendo di abortire; subito dopo si ritroverà davanti un altro bivio: partecipare, anche a costo della sua salute, a un contest di danza, con in palio la possibilità di trasferirsi in Europa per seguire la sua passione, o rimanere a Cartagena con il suo ragazzo pescatore (il titolo si riferisce proprio alle reti da pesca)?

Esteban García Garzón confeziona un cortometraggio ben diretto e fotografato, come nell’ipnotica sequenza di danza, ma soprattutto ben recitato, in particolare da Yuliana Palacios Hinestrosa, che riesce con pochissime linee di dialogo a trasmettere la sofferenza, il dubbio e la determinazione della protagonista. La vicenda potrebbe assumere un maggior respiro con una durata superiore, che aiuterebbe uno sviluppo maggiore dei personaggi e delle loro motivazioni, ma Atarraya risulta riuscito anche nella forma di cortometraggio, regalandoci questo interessante spaccato di un momento chiave nella vita di Maryuti.

Isle of Capri di Måns Berthas (Svezia – 2018 – 5’)

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La premessa di Isle of Capri è interessante, ma breve e facilmente riassumibile: Lina decide di “rapire” sua nonna, affetta da uno stato avanzato di Alzhemier, portandola poi a visitare la casa abbandonata della sua infanzia, con la speranza di fare riemergere in lei qualche ricordo.

La trama risulta piacevole, grazie soprattutto all’interpretazione delle due protagoniste, anche qui per lo più silenziose, ma a sorprendere è invece una scelta che influenza l’intera impostazione del cortometraggio dello svedese Måns Berthas: Isle of Capri è interamente girato in 9:16 (proporzioni inverse rispetto a un classico widescreen), un inusuale rapporto verticale raramente esplorato nel mondo cinematografico.

Il corto è girato con una telecamera professionale, ma a saltare immediatamente all’occhio è la similitudine con un video ripreso da cellulare; se però la scelta di girare in verticale buona parte dei video di cui sono pieni i social network risulta per lo più per comodità, o abitudine all’impostazione di buona parte delle app, arrivando spesso a danneggiare la visibilità del soggetto ripreso, qui viene invece continuamente sfruttata, regalandoci una composizione dell’immagine originale, una notevole panoramica a volo d’uccello su cui è sovrimpresso il titolo e un utilizzo della profondità di campo che fa pieno utilizzo della dimensione verticale.

Úrs di Gaspard Audouin (Belgio – 2018 – 19’ 52’’)

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Un giovane attore fissa la telecamera e inizia a raccontare del suo incontro con un uomo misterioso, Úrs, il quale a sua volta organizza un’audizione con un’attrice, facendole interpretare una scena che sembra rimandare al suo passato.

Il cortometraggio di Gaspard Audouin è un continuo gioco di metacinema, a partire dalla costruzione della trama, con un’audizione dentro un’audizione, e continuando con il raffinato bianco e nero in cui è girato, capace di rendere con la stessa efficacia i paesaggi notturni – tra neon, fumo e riflessi – e i primi piani sui personaggi, accentuando le sentite, ma mai esagerate, emozioni trasmesse dagli attori, in particolare nella sequenza in cui la ragazza recita per Úrs. Tutti questi elementi contribuiscono a creare un’atmosfera surreale, a tratti onirica, che risulta essere il maggiore punto di forza del cortometraggio.

Passage di Igor Coric (Serbia – 2019 – 6’50’’)

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Passage, cortometraggio di animazione del serbo Igor Coric, racconta delle atrocità della guerra (una guerra universale, non specificata, ma in cui è difficile non vedere l’influenza della travagliata storia recente dell’area di provenienza del regista) e dei suoi devastanti effetti sulla popolazione, ma anche della possibilità di rinascita che segue anche al più terribile dei conflitti. La trama è una semplice, ma non semplicistica, rappresentazione della guerra, che passa con facilità dal tragico al tragicomico, fino allo speranzoso twist finale.

Molto interessante lo stile di animazione in bianco e nero, in cui le figure sono interamente composte da semplici forme geometriche (a metà tra lo Charlot del Ballet Mécanique di Lèger e Ciao, la mascotte del campionato mondiale di calcio Italia 90). Quando i corpi dei compagni del giovane protagonista verranno violentemente distrutti di essi rimarranno solo mattoncini, con cui iniziare a (letteralmente) ricostruire un futuro migliore.


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