The End of the F***ing World. La serie si è f***uta da sola?

«Mettiamola in questo modo: se per qualche motivo non avessimo potuto fare la seconda stagione, ci sarei rimasta piuttosto male. Questo credo dimostri che era la cosa giusta da fare – o almeno per me. Mi piace il finale e sì, mi sembra giusto per la storia. Ma non puoi saperlo e mi sembra ovvio che non si può scrivere in base al volere della gente. Si deve lavorare su cosa è giusto per i personaggi e per la storia – posso sembrare una str***a dicendo questo, ma credo che non si possa, perché non stiamo scrivendo una fanfiction».

A due anni di distanza dalla prima e dal suo finale, che ha lasciato a bocca aperta e col fiato sospeso migliaia di spettatori, dal 5 Novembre è disponibile su Netflix la seconda stagione di The End of the F***ing World. Inutile dire che l’annuncio del proseguo della serie, lanciato ufficialmente l’Ottobre scorso, ha suscitato un certo scetticismo in molti dei fan. Effettivamente la scelta di proseguire la storia di Alyssa (Jessica Barden) e James (Alex Lawther) è stata un azzardo, considerando che così facendo si poteva correre il rischio di rovinare il senso dell’intera serie, nonché l’atmosfera poetico-grottesca che l’aveva caratterizzata fin dal primo episodio.

C’era da aspettarselo, perché alla fine dei conti il meccanismo è lo stesso; dopo aver raccontato tutto ciò che viene contemplato da un libro o da un fumetto, molte trasposizioni televisive e/o cinematografiche si pongono la fatidica domanda: «E adesso? Andiamo avanti, oppure lasciamo perdere?». Gli esempi recenti sarebbero moltissimi, a partire dalla seconda stagione di 13 Reasons Why, fino all’ultima di Game of Thrones – e The End of the F***ing World fa parte proprio di questa scuderia, poiché ha deciso di staccarsi definitivamente dalla graphic novel di Charles S. Forsman (che abbiamo intervistato qui) per percorrere una strada propria ed esclusivamente televisiva.

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Eppure The End of the F***ing World non muove un passo in avanti e neppure procede all’indietro rispetto a quanto costruito nella prima stagione. Semplicemente si sposta di lato: la sceneggiatura di Charlie Covell riprende temi, stati d’animo e personaggi della prima stagione per modellare la seconda, battendo più o meno anche lo stesso percorso della precedente, ma con un amore che questa volta, invece di essere un mezzo ed un fine di crescita, diventa un muro dietro il quale proteggersi.

Sostanzialmente la seconda stagione è un tentativo di tornare agli equilibri precedenti: [spoiler] James evita la prigione, ma è costretto a rimanere in ospedale, mentre Alyssa tenta di costruire una vita con la madre e la zia, arrivando perfino a decidere di sposarsi – anche se dalla vita pretende ben altro, nonostante non abbia ancora la benché minima idea di che cosa sia questo “ben altro”. La trama è ancora ancorata alla morte di Koch (Jonathan Aris), evento che continua a condizionare e a manovrare James, Alyssa e la new entry Bonnie (Naomi Ackie). Proprio il passato di quest’ultimo personaggio apre la stagione, con traumi che giustificano la convinzione della giovane per cui ogni cattiva azione meriti una punizione esemplare. Vittima di manipolazione da parte del professore, Bonnie muove i fili di una narrazione che fa il conto con le conseguenze di questa tragedia e sulla maturazione dei suoi protagonisti, vittime o carnefici che siano. Purtroppo al confronto la storia di James e Alyssa passa in secondo piano, ma non per questo risulta irrilevante.

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A proposito di ciò, è stato chiesto direttamente alla Covell se sentisse una certa pressione nei confronti di questa seconda stagione. Ovviamente la risposta è stata assertiva: «Oh mio Dio, sì. Assolutamente. Completamente. Credo che una parte di te è si preoccupi sempre di quello che pensa la gente – ma io mi preoccupo e poi penso “Mio Dio, il fatto che io sia preoccupata è davvero un problema piacevole da avere”», per poi aggiungere «C’è pressione, ma c’è perché alla gente piace qualcosa che abbiamo fatto tutti insieme».

A livello di struttura gli episodi rimangono brevi e compatti, ben si prestano quindi al binge watching: si respira la stessa atmosfera scissa dal tempo, con la stessa cura dei dettagli, la stessa storia carica di violenza, lo stesso ritmo compulsivo e il solito, immancabile, umorismo capace di fare uno sgambetto improvviso allo spettatore. Sarà pure scarno, ma la forza di The End of the F***ing World sta proprio nella reazione dei personaggi alla sofferenza che sono costretti a vivere.

Se ci sarà una terza stagione? La risposta arriva direttamente proprio da Charlie Covell, durante un’intervista esclusiva con RadioTimes.com:

«Per me è tutto. Sì, è fatta. Credo che provare e farlo durare di più sarebbe sbagliato, mi piace dove siamo arrivati».

 

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