La Belle Époque – Oggi, ieri e domani

Il tempo. Perduto e ritrovato, capriccioso e attaccabrighe, gioca un ruolo fondamentale nel dare fuoco alle polveri di questa piacevole sorpresa di metà autunno, La Belle Époque. Il film, scritto e diretto da Nicolas Bedos, passato fuori concorso a Cannes la scorsa primavera e più recentemente alla Festa del Cinema di Roma, una commedia sentimentale dal sapore nostalgico. Originale nella costruzione, riesce a rielaborare con ingegno un discorso sul passato che solo nelle premesse sa di già visto e già sentito. Incorniciata da due prove d’attore che ne giustificherebbero il senso se pure le sue ragioni fossero totalmente incoerenti e squilibrate, La Belle Époque è la storia di Victor e Marianne. Victor (Daniel Auteil) è un fumettista ormai abbandonato dal successo. Nostalgico fondamentalista, negli anni ’80 era sulla cresta dell’onda, adesso è un relitto e il suo naufragio manca di grazia. Trabocca di un disprezzo per sé stesso e il mondo che si esprime per mezzo di uno scetticismo senz’anima e improvvisi e inopportuni assopimenti. Marianne (Fanny Ardant) è la moglie di Victor, ideologa dell’età digitale ugualmente insoddisfatta ma di un’infelicità più rumorosa. Tradisce il marito con lo psicoanalista, vorrebbe lasciarlo. L’ingresso di Antoine (Guillame Canet) nell’equazione ha quel non so che di provvidenziale che in casi del genere non guasta mai.

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Antoine che di mestiere fa l’ imprenditore, e si specializza nell’impensato. Le sue accuratissime ricostruzioni storiche, ibrido tra live performance, cinema, teatro e Dio sa cos’altro, promettono al danaroso cliente l’esperienza immersiva di un autentico (per quanto possibile) viaggio nel tempo. A Victor, superata un’iniziale perplessità, non sembra vero di abboccare al ghiotto amo. Invece di sfruttare l’occasione nella maniera più prevedibile ma anche più asettica – visitare la Francia di Maria Antonietta? fare bisboccia con Hitler a Monaco nell’autunno del ’38? – decide di giocare le sue carte in maniera più spregiudicata. La prende sul personale, e sceglie di ritornare in QUEL bistrot parigino la sera del 16 maggio del 1974, precisamente nel giorno del primo incontro con Marianne, sua moglie, l’amore della sua vita. Prova a resuscitare un incantesimo stanco e impolverato. Per riannodare i fili di un discorso sentimentale che da troppo tempo fa collezione di binari morti, riattivare la scintilla dell’amore perduto, recuperare in un colpo solo felicità e giovinezza e magari guadagnarsi il futuro. Con l’aiuto di Margot (Doria Tillier), di professione attrice e per l’occasione chiamata ad evocare il fantasma di Marianne, compagna d’Antoine in un rapporto al limite del patologico. Superfluo a dirsi, la messa in scena sfuggirà al controllo degli interpreti, dell’autore, del suo protagonista. Ma non andiamo oltre.

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Basterebbe il faccione serio di Marcel Proust che fa capolino nell’appartamento di Antoine ai margini di un’inquadratura, in una scena qualunque del film, a tradire lo spettro d’altissima ispirazione letteraria che si muove dietro le quinte di La Belle Époque. Non che Nicolas Bedos si faccia scrupolo di nascondere le radici della sua comunque dignitosa ricerca del tempo perduto, nonostante il molto ingombrante e insostenibile paragone. Fa del suo film un architettura elaborata quanto basta, ma tratteggiata con mano ferma e lucida. Fanny Ardant e Daniel Auteil si incastrano bene nel dare corpo a questo vorticare di passato e presente, di passione aridità e poi ancora passione. Sono ciascuno lo yin e lo yang del proprio matrimonio, opposti e compresenti, contrari che si conciliano, il tabù della rappresentazione del corpo e della passione dei non più giovanissimi, che cede di appena qualche millimetro, ma non è poco.

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La fuga nel passato che il film propone supera nello slancio la tristezza del presente per far strada al futuro. Gli anni ’70 che Victor rievoca con minuzia di particolari a partire dai suoi bellissimi schizzi sono una versione riveduta e corretta del fantasma del Natale passato, e allo stesso tempo, per dirla con uno dei personaggi del film, un enorme posacenere. La Belle Époque funziona perché la sua nostalgia non è mai morbosa o autoreferenziale, ma teneramente distruttiva, e perché il confine tra il reale e l’apparente è sempre mantenuto labile, sfuggente. Racconta del tempo che passa, dei solchi che scava nei cuori delle persone, della necessità di afferrarlo per i capelli per riprenderci quel tanto o quel poco d’amore che ci basta per andare avanti. L’esorcismo di cui ci serviamo per raggiungere lo scopo è nobile nelle intenzioni, e nell’esecuzione un tentativo anche un pò egoista  di regolare i conti con noi stessi. Ma, sembra suggerire il film, va bene così.

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