Ask for Jane – La recensione | Gender Bender 2019

In occasione di Gender Bender – festival interdisciplinare che affronta le tematiche della rappresentazione del corpo, dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale – è stata proiettata a Bologna la prima nazionale di Ask for Jane (2019), lungometraggio dalla regia di Rachel Carey.

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Il film è ambientato a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta dello scorso secolo: un periodo di grande fervore sociale, in cui le proteste e le lotte per ottenere i (dovuti) diritti imperversano. 1969, Chicago: l’aborto è illegale, per cui per praticare un’interruzione di gravidanza si ricorre a pratiche discutibili, a medici costosi e/o poco affidabili, o – in ultima istanza – al suicidio. Rose (Cait Cortelyou) è una brillante studentessa universitaria. Trovatasi ad aiutare un’amica nella ricerca di un medico disposto a praticare un aborto, realizza quanto per le donne sia difficile (nonché pericoloso ed incredibilmente costoso) affrontare una situazione di questo tipo senza alcun aiuto. Decide perciò – con il nome fittizio di Jane – di dare inizio a un’attività di sostegno per le donne, iniziando dalle chiamate al telefono del suo dormitorio, fino a formare un collettivo con l’aiuto di diverse volontarie.

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La storia raccontata trae ispirazione dalla vicenda del Collettivo Jane, un gruppo di donne americane che, dal 1969 al 1973, aiutò più di 11.000 donne ad abortire in modo sicuro quando l’aborto era ancora illegale. È una storia senza dubbio significativa, ma d’altra parte poco “chiacchierata”: Ask for Jane è il primo lungometraggio a raccontarne gli eventi. Certi film esistono perché ci sono storie che meritano di essere raccontate.Ask for Jane è uno di quei film che necessitano di essere visti per le tematiche che affrontano, soprattutto in un periodo storico in cui si rischia di dimenticare l’importanza di diritti ottenuti con una lotta estenuante e pericolosa. Oltre che alla possibilità di scelta riguardo il proseguimento di una gravidanza, l’opera rivolge molta attenzione alla contraccezione e all’educazione sessuale, mettendo in evidenza come – in una società che di queste cose proprio non ne vuole sentir parlare – la prevenzione e la conoscenza siano in realtà l’unico modo per diminuire le gravidanze indesiderate.

Il film è stato realizzato con un budget limitato, difatti la maggior parte delle sequenze sono  girate in interni – anche perché, a rigor di logica, ricostruire set esterni relativi a una diversa decade non è certo economico. Che sia forzata o meno però, questa scelta offre una sorta di intimità con i personaggi. Personaggi con i quali entriamo in intimità narrativa “a tratti”, ma non per intero, man mano che il film procede: forse la grande quantità di personaggi poteva essere gestita diversamente, ma ciò che conta in realtà è la presenza di donne con i vissuti più disparati alle spalle, di provenienza sociale diversa, di istruzione differente, tutte unite per un unico obiettivo. E soprattutto è fondamentale l’opportunità di osservare la vicenda dal punto di vista delle donne – sia quello diegetico dei personaggi, sia quello extradiegetico della regista: uno sguardo femminile su un tema che tocca in primo luogo le donne ma che stranamente – nel film come nella realtà – viene discusso da uomini e tra uomini («Women’s body are always in men’s hands»).

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Mi piace, mentre sono in sala, soffermarmi sulle reazioni del pubblico: nella sequenza in cui Rose si reca dal ginecologo per la prescrizione della pillola e l’uomo rifiuta poiché non è sposata (e non ha quindi il consenso del marito), il dialogo è costruito in maniera da risultare quasi comico – per quanto è assurdo – tant’è che in sala si sente qualche risata. Eppure durante la sequenza in cui i medici discutono se praticare o meno un intervento – che presenta il rischio di aborto, ma è necessario per salvare la vita di una donna – e continuano a rivolgersi al marito piuttosto che a lei, non ha riso nessuno. Silenzio tombale.

Più che una comicità nera, qui era in ballo una situazione che sicuramente oggi è diversa, ma non inesistente.

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