La donna nella Trilogia Animerama: tra oggetto del desiderio e soggetto dal potere malefico

Negli anni sessanta, la trilogia Animerama lancia le basi per una nuova corrente, che rompe le regole dell’animazione. Fin lì pensato e concepito unicamente per un pubblico infantile o come strumento di sperimentazione, il cinema di animazione vede apparire al suo interno dei contenuti erotici destinati ad un pubblico adulto. Il genere nasce grazie a Osamu Tezuka, noto mangaka della serie Astro Boy che, con l’aiuto dell’animatore Eiichi Yamamoto, ha realizzato la trilogia Animerama: A Thousand and One Nights (Eiichi Yamamoto, 1969), Cleopatra (Eiichi Yamamoto e Osamu Tezuka, 1970) e Belladonna of Sadness (Eiichi Yamamoto, 1973).

A Thousand and One Nights è un delizioso affresco ispirato alla celebre raccolta di novelle orientali che racconta le vicende amorose del povero venditore d’acqua Aldin, innamorato della bella schiava Miriam. In Cleopatra, il secondo film della trilogia Animerama, i tre crononauti Jiro, Harvey e Mary si trasportano dal futuro alla corte della regina d’Egitto, per fermare una razza aliena che vuole conquistare l’umanità. Il ciclo si chiude con Belladonna of Sadness, liberamente tratto dal romanzo La Sorcière (Jules Michelet, 1862), dove il tono diventa meno comico e più oscuro rispetto ai due film precedenti: l’eroina è Jeanne, una contadina che viene violentata ed accusata di stregoneria, personaggio che, per il suo nome e la sorte che le viene assegnata, ricorda la figura di Giovanna d’Arco.

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Uno dei punti forti di questi film è sicuramente lo stile, all’interno del quale vengono utilizzate più tecniche per dare vita a dei mondi costituiti da disegni fatti a mano, piani con presa dal vivo (A Thousand and One Nights, Cleopatra), ma anche immagini fisse, nelle quali il movimento è affidato ad una voce narrante (Belladonna of Sadness). Con queste opere, i due registi giapponesi ammiccano al pubblico internazionale, come si percepisce non solo dai lineamenti tipicamente occidentali dei visi dei personaggi, ma anche dalle molteplici citazioni artistiche. Cleopatra è un vero e proprio pastiche, Van Gogh, Picasso ed Andy Warhol appaiono all’interno della storia assecondando gli occhi di un pubblico occidentale, che si diverte ad identificare queste importanti personalità.

Il discorso è diverso in Belladonna of Sadness, dove i personaggi, ideati e disegnati dall’artista Kuni Fukai, ricordano le sagome di Egon Schiele e hanno una funzione  maggiore all’interno della storia. Infatti, in questo caso, l’ispirazione non risulta pesante e superflua, al contrario, i tratti delicati dell’acquarello trasformano le forme decadenti dei corpi del pittore austriaco in silhouettes sublimi e delicate, di grande importanza per la storia. La stessa finezza ed attenzione la si può ritrovare nelle scene di sesso per le quali, in contrasto alla nudità rappresentata durante il resto dei film, i registi elaborano una serie di metafore, che permettono di suggerire l’atto sessuale, rendendolo più delicato ed astratto. Unica eccezione la scena di stupro in Belladonna of Sadness, dove l’azione molto diretta e violenta sembra volta a trasmettere una forte sensazione di malessere.

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Altro aspetto interessante può essere considerato l’innovazione del messaggio, trattando la trilogia il tema dell’emancipazione femminile. La cura del disegno per i corpi femminili, la bellezza, l’intelligenza ed il potere assegnati alle donne risultano essere tutte caratteristiche utilizzate per valorizzarne l’importanza. Al contrario, gli uomini sono spesso definiti attraverso la loro debolezza o goffaggine.

All’interno della trilogia inoltre, è sicuramente nell’ultimo film, Belladonna of Sadness, che la figura della donna assume completo potere. La bellissima Jeanne, odiata e sottomessa da tutti, si trasforma in una strega dai capelli composti da serpenti – ricordando la figura mitologica della Medusa – che viene bruciata. Il rogo fa nascere una voglia di ribellione tra la gente che guarda il suo corpo ardere. Difatti i visi del pubblico, indipendentemente dal loro genere, assumono tutti i tratti della protagonista. Il film si conclude dunque annunciando una rivoluzione tutta al femminile, sottolineata anche dalla presenza del quadro La Libertà che guida il popolo (1830) del pittore francese Eugène Delacroix.

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Attraverso questa trilogia, Osamu Tezuka e Eiichi Yamamoto propongono una visione molto aperta della donna anche se, a prima vista, potrebbe sembrare ambigua. Da una parte le donne sono dipinte come oggetto del desiderio, dall’altra sono figure di grande potere. Un messaggio, quello dell’emancipazione femminile, molto attuale e non poco scontato per l’epoca ed il paese all’interno dei quali i film sono stati prodotti: il Giappone degli anni ’60-’70. Non da ultimo, la tematica è trattata attraverso un genere, quello erotico, spesso rivolto ad un pubblico per lo più maschile, utilizzato però al fine di proporre e sostenere una visione originale e al contempo sovversiva della donna, arrivando ad essere apprezzato, potenzialmente, anche da eventuali spettatrici.

 

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