C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino – Recensione

«I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti, sono quelli assurdi: l’ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c’è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato»

Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine

«Chi rifiuta il sogno deve masturbarsi con la realtà»

Ennio Flaiano, Taccuino del Marziano

Bruce Lee, Steve McQueen, Sergio Corbucci, Tora! Tora! Tora!, Marvin Schwartz, Charles Manson e la “famiglia”, Roman Polanski, Cielo Drive… Sharon Tate, soprattutto. O meglio, le loro controfigure, doppi (in inglese controfigura è body double, come il film di Brian De Palma) di un mondo che esiste solo nelle fiabe. C’era una volta appunto. Come a dire «non c’è mai stato». Eppure quel mondo alimenta un immaginario di celluloide (la materia di cui son fatti i sogni di Tarantino) e diventa desiderio collettivo, quello per esempio di veder bruciare Hitler e Goebbels in un cinema parigino (Bastardi senza gloria). Anche in C’era una volta a… Hollywood il cinema di Tarantino continua a riscrivere la Storia, a patto però di esibire la sua natura illusoria, il suo raggomitolarsi in un gioco di doppi. Una fiaba autentica perché capace di emozionare anche se inventata, come la falsa lettera di Abramo Lincoln in The Hateful Eight. Eppure così dolente nella consapevolezza di essere solo una fiaba.

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Non c’è da stupirsi allora se questi doppi animano l’ucronia tarantiniana di C’era una volta a… Hollywood come silhouette, se sono più maschere che personaggi, a volte sottili come veline. Tarantino procede a una ricostruzione filologica scrupolosa ma al tempo stesso predilige l’autenticità del sentimento alla veridicità, l’ideale al reale, l’iconografia dell’immaginario pop alla caratterizzazione. Soprattutto, comunica per assenze. Celebra l’Hollywood di quel fatidico 1969, – una Hollywood addentata, graffiata, solcata dalla ruggente Volkswagen di Cliff Booth (Brad Pitt) spinta a tutto gas dalle colline di Bel-Air, in un amplesso uomo-macchina-città tra i momenti più erotici del film -, e al tempo stesso restituisce la lontananza di un mondo confinato nell’utopia, nel sogno, nella fantasmagoria. La meravigliosa sequenza in cui Margot Robbie/Sharon Tate guarda al cinema la vera Sharon Tate in The Wrecking Crew testimonia di un vuoto struggente, di un’assenza reiterata dal campo-controcampo tra due simulacri: l’immagine idealizzata della Tate interpretata da Robbie e quella dell’attrice sullo schermo nella pellicola autentica. (E quanta grazia dimostra ancora una volta Tarantino nel portare in scena personaggi femminili, quanta commovente sensibilità nel trasmettere con pochi tocchi la gioia negli occhi di una giovane promessa del cinema che si ammira sullo schermo, divertita – con buona pace di chi, fraintendendo, ci ha visto solo la macchietta di una bambolina).

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Corpo simbolico e perno del Tarantino più crepuscolare di sempre, Sharon/Margot fluttua come una cartolina vivente tra Storia e mito, nello stesso universo di quei personaggi di fantasia, tarantiniani dalla punta dei capelli a quella degli stivali: il villain di B-movie e serial televisivi Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e il suo amico e controfigura Cliff. Intorno a loro, una società e un’industria in mutamento che i due faticano a capire (appena due anni prima i semi della Nuova Hollywood gettati da Mike Nichols e Arthur Penn), tra la ricerca di mitologie in cui cristallizzarsi – e non è un caso che il genere che trova più spazio nel film sia proprio il western – e al contempo la necessità di abbracciare il cambiamento per sopravvivere. Come contraltare, in filigrana, l’immaginario di un regista che rifiuta di adeguarsi alla rivoluzione digitale, che ama «tutte le epoche prima dell’invenzione del cellulare», e il suo orgoglioso ripiegamento verso un cinema che non c’è più e forse non è mai esistito, e che pure continua a emozionarci.

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E forse è proprio per il loro essere sospesi tra due epoche che Rick e Cliff – legati da una bellissima amicizia virile  – possono farsi gli strumenti di una rivalsa romantica e disperata da parte non solo del cinema ma di un intero immaginario nei confronti della Storia, del tempo, di chi non avendo la forza di costruire i propri sogni ha distrutto quelli altrui. Ma la violenza, stilizzata come sempre, nell’escalation parossistica denuncia anch’essa la finzione. Ci fa godere nel momento stesso in cui ci ricorda indirettamente com’è andata davvero. O meglio, come non è andata. Il cinema si prende la sua vendetta, ma qui, rispetto ai film precedenti, non può che ricordarci quanto sia effimera questa rivalsa, e dunque ancora più commovente e necessaria. In quella che è forse la sua opera più libera e sottile, la più onestamente sentimentale, Tarantino ci lascia con un finale tra i suoi più belli e toccanti, che ha tutta la fragilità di un sogno sul punto di dissolversi tra le prime luci del giorno. Cala il sipario (l’ultimo?) su un cinema che rivela la sua forza e la sua impotenza, la sua conquista e la sua sconfitta. Un cinema vitalissimo eppure così spettrale, funereo, costellato di fantasmi. Un cinema che, forse inaspettato, si abbandona al suo eterno sognarsi, e ci lascia con la più grande nostalgia: quella per ciò che non è mai accaduto, per ciò che avrebbe potuto essere e non fu mai. I fantasmi scompaiono. Le lacrime no. 

 

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