The King – L’ambizione oltre il testo | #Venezia76

Fuori concorso a Venezia 76

The King di David Michôd si presenta come film doppiamente ambiziosi; la prima ambizione, dichiarata e coraggiosa, è il rappresentare Shakespeare al cinema nel 2019 senza suonare ripetitivi, banali o, peggio, anacronistici. La seconda, più sottile e meno evidente si trova nel titolo: questo film racconta il Re, tanto da suggerire che l’Enrico V, col suo non desiderare il proprio ruolo e lasciandosi trasportare da ambizioni non proprie, possa essere l’archetipo definitivo, assoluto, indeclinabile del termine “re”, andando a contaminare la penna shakespeariana con l’elemento indefinibile e a suo modo metafisico del mito. Come vedremo, entrambi i tentativi tradiscono una troppo grande ambizione, spesso – ma non del tutto – fallimentare.

Innanzitutto Shakespeare; anche non sapendo dell’intenzionale ispirazione degli autori, lo stile del bardo immortale punteggia l’intarsio dell’intera sceneggiatura, mostrandoci sipari comici nel mezzo dei drammi più intensi, portando le virtù alla corruzione estrema che connota il tragico shakespeariano, persino inserendo quell’elemento di iniziale profetico avvertimento che il protagonista fa inconsapevolmente a sé stesso (da ascoltare attentamente il dialogo tra i due fratelli alla fine della prima “battaglia”). Ma questo non basta. Shakespeare non è solo marche stilistiche, ma è un intero linguaggio, fatto di un Inglese ormai scomparso, di elementi funzionali e non estetici, in cui la tragedia non va mischiata al dramma storico perché parlano una lingua diversa; e, soprattutto, manca il teatro: nulla di questo film è teatrale e questo ci viene continuamente rimarcato tanto dall’esplicita violenza (ricordiamo la produzione Netflix) quanto dalla luce, sempre bruciante, sempre proveniente dal retro, in un’esasperazione di un naturalismo impossibile che è quanto di più distante si possa trovare a teatro e, forse, anche in sala.

The King

In secondo luogo, il titolo, così lapidario, si scontra con una sceneggiatura confusa, debole, a tratti incoerente, forse per via del faticoso intento di incastrare lo stile di Shakespeare all’interno della moderna prosa dello schermo. A farne le spese, soprattutto, il personaggio del Re stesso, Enrico V, che, per quanto magistralmente interpretato da un eccezionale Timothée Chalamet, semplicemente non svolge la sua funzione di sostegno al racconto, muovendosi tra cambi di ruolo e di carattere imperdonabili; a rafforzare il tutto, il linguaggio usato, spesso tanto forbito quanto “moderno”, stride con l’epoca raccontata, dandoci scambi di dialogo alienanti e al più anacronistici.

Ma non tutto è perduto. Oltre alla performance di Chalamet, che appare come un uomo elegante con addosso vestiti suo malgrado maltagliati, l’intero apparato attoriale si dimostra più che valido, regalando momenti di sincera risata e intensa tensione. Al contempo, elementi tecnici come fotografia e sound design appaiono superiori al destino di questo film, che troverà spazio prevalentemente su dispositivi mobili. Di marca registica, da sottolineare la cruda bravura con cui viene rappresentato il combattimento, con battaglie dall’onesta concretezza, senza epica, con sporadici guizzi di colore estetizzante.

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Grande pregio di questo film è, in ogni caso, segnare un insieme di nuovi “canoni” stilistici che sembrano ormai regola nelle pellicole in costume ambientate in quell’epoca: riprese rallentate, tempi dilatati, suoni che provengono da oltre la realtà. L’epoca pre-elisabettiana è oggi raccontata come fuori dal tempo e dalla memoria, o, come dicono gli inglesi, time out of mind.

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