Animazione ed estenuazione a Venezia: “No 7 Cherry Lane”

Presentato alla 76esima Mostra dell’arte cinematografica di Venezia, No 7 Cherry Lane del regista hongkongese Yonfan è forse il film, tra quelli in concorso al Leone d’Oro, che più ha destato le perplessità della critica e lo sgomento e l’ilarità del grande pubblico.

Il primo tentativo con i film d’animazione da parte del regista ormai settantunenne è un’opera dalla non facile collocazione, un oggetto misterioso che non si può giudicare con gli eccessi dell’entusiasmo o della stroncatura. Si parta dalla storia che esso ci racconta: siamo nel 1967, i movimenti di protesta imperversano per tutta Hong Kong. L’affascinante e acculturato studente universitario Ziming accetta di dare ripetizioni di inglese alla diciottenne Meiling, la cui bellezza è pareggiata soltanto da quella della madre, la signora Yu. Presso quell’appartamento, al numero 7 di Cherry Lane, la breve esperienza di Ziming prende a correre sul doppio binario della seduzione condotta da entrambe le donne, da cui il ragazzo pure decide di non sottrarsi.

I temi dell’amore e del desiderio sono quelli propri del repertorio del regista, a cui questi però decide di accostarsi, per la prima volta nella sua carriera (come detto poc’anzi), con una tecnica d’animazione dallo stile inusuale: tutto il film è stato dapprima trattato con un procedimento particolarissimo che vede la sua modellazione in 3D, poi s’è provveduto a decorare il risultato coi disegni a mano in 2D. Se l’idea risulta senza dubbio affascinante, la sua realizzazione è, tuttavia, oggetto di qualche perplessità di troppo. Alla tridimensionalità dei corpi in movimento si associa la loro collocazione in una spazialità piatta che, per quanto riprodotta con tratti sopraffini e gustose tinte acquerellate, stride notevolmente nell’affastellamento dei diversi livelli riprodotti sullo schermo. Si aggiunga a questo l’effetto a ralenti di cui tutto il film è “vittima”, senza soluzione di continuità e per oltre due ore. Quel che ne viene fuori è un coacervo di controverse e rivedibili immagini stantie che si trascinano verso una fine estenuata con enorme difficoltà. Le giustificazioni di una resa simile che pare essere volutamente così ricercata e contraddittoria decadono quindi in favore di un’esperienza spettatoriale ostica e per lunghi tratti insofferente, senza dubbio estenuante, un’esperienza che passo dopo passo fiacca le aspettative.

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D’altra parte il trittico dei protagonisti viene fatto interagire secondo modalità curiose. Le conversazioni che Ziming intrattiene prima con la signora Yu e poi con Meiling rivelano l’abilità di Yonfan di coniugare momenti da intellettualismo conviviale sulla letteratura all’inevitabilmente ilare melò kitsch di cui il flirting continuo tra i personaggi è imbevuto. È questo, del resto, frutto di una parte degli intenti sperimentali che Yonfan conduce e direttamente spiega: «Si tratta della storia di un amore disperato, farcito di ingredienti contraddittori: dentro e fuori, alti e bassi, vizio e virtù, guerra e pace, la bella e la bestia, est e ovest, eterodosso e classico, spirituale e fisico» (dal commento del regista rilasciato per labiennale.org). Ma neppure i dialoghi si possono sottrarre all’incedere iper-lento della narrazione e dell’animazione. Seppur portatrici di una poetica colma dell’autobiografismo e della riflessione sulle arti e sull’amore del proprio autore, alle conversazioni è infatti sottratto lo slancio necessario per sganciare la notevole portata qualitativa del film, soprattutto a causa dell’ammorbamento procurato dall’infelice influenza letteraria de Alla ricerca del tempo perduto. Accade cioè che il mastodontico romanzo proustiano venga direttamente e a più riprese chiamato in causa da Ziming, il quale si fa quindi bello agli occhi della signora Yu, inebriata e sempre più desiderosa di essere saziata dalle sue conoscenze letterarie. Quella di Proust si fa però troppo presto presenza ingombrante: il suo corpo finisce per occupare uno spazio centrale e i drammi d’amore di Ziming ne diventano solo le propaggini. L’abilità retorica di Yonfan può al più operare la sutura con la quale le due parti si agganciano efficacemente tra di loro.

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L’inesauribilità del richiamo alla grande opera francese travalica il piano della diegesi per assestarsi anche su quello del voice-over, come elemento chiave delle sue descrizioni e dei suoi slanci poetici. La voce narrante non può esimersi dal farsi fastidiosamente didascalica, intervenendo ad associare reiteratamente – in maniera che dopo poco si fa prevedibilissima – il tempo sospeso della narrazione vera e propria a quello “perduto” e memoriale di Proust.

Se l’ultima parte di No 7 Cherry Lane opera una deriva immaginifica che con ritmo serrato s’avvicina all’agognata conclusione e a più riprese si getta in dimensioni oniriche dagli affascinanti cromatismi saturi, dove la cosa più normale a cui si assiste è un gatto dagli occhi bicolore che lecca i capezzoli di Ziming, pare tuttavia che non sia più possibile bilanciare due ore al limite dello spossamento. Ha quasi del sorprendente la premiazione del film di Yonfan con la Miglior Sceneggiatura a Venezia; non che la Mostra sia nuova a decisioni spiazzanti, tuttavia il confronto con gli esiti di scrittura del film diretto e sceneggiato da Baumbach, Storia di un matrimonio, o ancora con l’ottimo lavoro di Soderbergh, The laundromat, non può che stimolare la riflessione in merito ai discutibili approcci festivalieri adottati rispetto ai film prodotti e distribuiti da Netflix (entrambi i film sopra citati rientrano in questa categoria). Ma questa considerazione meriterebbe uno spazio a sé stante, per le tante e troppe implicazioni che la riguardano.

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Il film di Yonfan è, dunque, un’opera di non facile fruizione, destinata a subire la contraddittorietà della propria natura e della propria forma in fase di distribuzione – che già lo stesso Yonfan ha anticipato essere in via di complicazione in Francia e in altri paesi del Vecchio Continente. Certo è un’opera portatrice di fascino, seppure interdetto, e significativa nelle intenzioni espressive, seppure – anche queste – interdette. E se l’interdizione non dovesse essere un problema, No 7 Cherry Lane potrebbe avere le sue buone ragioni per essere goduto, purché riusciate ad arrivare alla fine. 

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