Shazam!, altissimo, purissimo, Levissimo

Il vero eroe dietro il costume e i poteri di Shazam non è Zachary Levi né tantomeno lo svedese David F. Sandberg, anche lui come il collega James Wan reduce da esperienze di regia horror (Annabelle 2 – Creation, 2017). No, i veri eroi dietro Shazam sono senza dubbio i responsabili della campagna marketing, veri e propri registi fuori dal set, che hanno architettato un piano ingegnoso per farci credere che Shazam! fosse poco più che una barzelletta o una carnevalata allestita in un momento in cui i supereroi sono onnipresenti. Il nostro plauso va quindi prima di tutto agli autori dei vari trailer, poster promozionali e pure delle presunte indiscrezioni fuori dal set che hanno contribuito enormemente all’immagine di un cinecomic sempliciotto e caciarone. Non che Shazam sia un capolavoro di profondità narrativa o di ricercatezza estetica, ma di certo chi è entrato in sala con il timore, non del tutto infondato appunto, di assistere a una parodia di un genere, si è dovuto ricredere di fronte alle non poche sorprese positive che l’ultimo film DC/Warner ha tenuto in serbo per noi.

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Era dai tempi del primo Spider-Man di Sami Raimi che non si assisteva con così tanto piacere a degli adolescenti che scoprono i propri super poteri

Cominciamo col dire che Shazam, noto fino a qualche decennio fa col nome di Capitan Marvel (eh già! Sono usciti due Capitan Marvel rivali nel giro di un mese. Coincidenza?), era certamente l’ultimo supereroe DC che ci si aspettava di vedere al cinema, quantomeno in un film in solitaria. Molto popolare durante la guerra e il periodo immediatamente successivo, la fama del personaggio di Billy Batson ha conosciuto fasi alterne e contrastanti. Persino nei fumetti, benché sia un comprimario molto apprezzato nelle storie corali, è poco presente nelle avventure da solo e, quando lo è, si vede spesso rubata la scena dal suo acerrimo nemico, Black Adam. Evidentemente queste premesse non devono aver spaventato gli sceneggiatori e il regista, anzi forse proprio la mancanza pressocché totale di aspettative del pubblico ha giocato a loro favore. Il più grande merito di Shazam!, oltre alla già elogiata campagna marketing, è senza dubbio la grande cura per una sceneggiatura che, fatto salvo per un antefatto non proprio brevissimo, è meravigliosamente lineare. Nelle sue due ore abbondanti, Shazam ha una gestione dei tempi praticamente perfetta, mai troppo concitata nelle scene d’azione, mai troppo dilatata in quelle più riflessive. I dialoghi sono semplici e immediati, qualche volta forse pure un po’ banali, ma mai al punto da volgarizzare una storia che in certi punti, in particolare dopo la metà, tocca degli apici veramente notevoli.

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Diciamolo, nella parte in cui l’eroe e il suo sidekick, grazie ai poteri, affrontano il mondo reale come una sorta di “paese dei balocchi” si poteva osare un po’ di più. Specialmente in un film dove tra gli antagonisiti spiccano i “sette peccati capitali”.

Il villain, spesso punto debole di queste produzioni, è qui ben studiato e approfondito, almeno se rapportato alla media dei cinecomic prima di Infinity War (e senza contare ovviamente la trilogia del Cavaliere Oscuro). Mark Strong è un convincente Dr. Sivana, magnate industriale letteralmente sedotto nientemeno che dai Sette Peccati Capitali, qui ben raffigurati come creature mostruose grazie a una decente CGI. Il mago Shazam, un riconoscibilissimo eppure adorabilmente grottesco Djimon Hounsou, è costretto a cedere i propri poteri al quindicenne Billy Batson, un ragazzo di strada senza genitori e preso in custodia da una caramellosa famiglia adottiva. Quando non intento a sperimentare irresponsabilmente i propri poteri, Billy Batson, col volto di Asher Angel è, assieme a Jack Dylan Grazer (il Kaspbrak dell’ultimo IT per intenderci), protagonista di divertenti e ben scritti siparietti ora ironici ora inaspettatamente introspettivi, che indagano bene, senza comunque correre il rischio di essere troppo profondi, sulla necessità di questi ragazzi di avere (o crearsi) delle figure di riferimento. Quando invece il protagonista, grazie a una parola magica, si trasforma nella controparte superumana, ecco che il film vola e si rende sorprendentemente leggero. Shazam è altissimo, purissimo e levissimo, dove per “levissimo” si intende sia l’esagerato ma comunque bravo Zachary Levi, sia l’inaspettata leggerezza che il film assume in sua presenza.  È una leggerezza sfacciata e irriverente eppure onesta, che vuole divertire e lo fa con gusto. Sia chiaro, Shazam! non imita maldestramente la rivale Marvel in fatto di umorismo e distensione, ma certamente si rivolge allo stesso pubblico della rivale. È semplicemente un piacere assistere ai vari momenti deliziosamente comici in cui il protagonista scopre i propri poteri sulla pelle di qualche povero ladruncolo oppure di un ingenuo passante col telefono scarico.

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Il segreto della buona riuscita di Shazam! sta tutto nel sapiente accostamento tra “super” e “normal”. Una scelta certamente non inedita ma che è riassunta pienamente nella persona di Zachary Levi.

Verso la fine il film rallenta un poco, ma giusto il tempo di raccogliere tutti i fili aperti e chiuderli dignitosamente con un finale a sorpresa che farà la gioia dei lettori di fumetti più accaniti (non molti quindi a dire il vero). Il tema portante del film è senza dubbio la famiglia, con tutte le sue contradizioni, difficoltà e delusioni. Quella famiglia che durante tutti gli anni ’80 e parte degli anni ’90 è stato il tema ricorrente di molti blockbuster e che qui ritorna con forza. A dire il vero Shazam!, o a questo punto diciamo pure il Capitan Marvel della DC, è un film in stile anni ’90 molto più di quanto non abbia tentato di essere l’ultimo film dei Marvel Studios. Con la sua irresistibile stucchevolezza e saggia ironia, Shazam riesce dignitosamente a ritagliarsi uno spazio tutto suo in un panorama già affollatissimo di super-esseri e governato da un pubblico in trepidante attesa, da più di un anno ormai, della conclusione della saga degli Avengers.

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