“Piccolo Canto di Resurrezione” porta a Pavia il Teatro del Sacro

La leggenda della Loba – che dall’antico veneto significa “Lupa” –  si perde come ogni favola tra meandri antichi: è la storia di una donna raccoglitrice di ossa che, col suo canto, restituisce la vita a ciò che è morto. È proprio l’anziana che le attrici della “Compagnia Piccolo Canto” interpellano nel loro spettacolo portato in scena al Cineteatro Volta di Pavia, giovedì 11 Aprile. Piccolo Canto di Resurrezione è un viaggio attraverso cinque vite diverse, che prendono forma nelle voci di Francesca Cecala, Barbara Mene, Miriam Gotti, Ilaria Pezzera e Swewa Schneider.

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La loro è una performance che intreccia il canto con la recitazione in maniera armoniosa e quasi ipnotica: le donne si muovono sul palco come in una processione a piedi scalzi e ritmicamente connesse l’una all’altra. Non arrivano alla sacralità teatrale solo tramite il tema che tocca il confine con vita, morte e resurrezione, ma è l’intera messa in scena che rende lo spettacolo un vero rito sacrale.

                                  «Il bozzolo era chiuso e qualcosa doveva succedere»

Ingobbite con voci modulate mentre inveiscono o lanciano maledizioni, le donne si presentano come la Loba, impersonandola; a lei, dopo pochi minuti, rivolgono le preghiere più intime.  Ognuna di loro, quasi a turno e con modi diversi, racconta le proprie morti. La parola morte ha a che fare con un momento di ogni vita che viene narrato da chi è stato spezzato; le attrici portano in scena l’esistenza di quattro donne e di un uomo, vulnerabili e esposti alle loro debolezze. Come verrà raccontato solo in un secondo momento, a spettacolo terminato, la prima versione di questa messa in scena non prevedeva la narrazione di un episodio maschile; eppure la sua presenza ora, in quest’atmosfera serafica che si è venuta a creare sul palco, non rappresenta una stonatura. Sono storie di momenti difficili e ciò che le donne fanno, qui, è essere semplici portatrici di morti che non appartengono solo a loro. C’è chi cita la noia e chi, rivangando il passato, racconta del primo schiaffo ricevuto da un genitore. Si continua con episodi di fiducia tradita, dalla prima nudità desiderata o non voluta, sino all’episodio del licenziamento di un uomo che viene reso senza alcuna dissonanza nell’insieme fortemente caratterizzato da personaggi femminili.

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Così, raccontandosi e raccontando queste morti, la preghiera che all’anziana strega viene rivolta è quella di una rinascita che non abbia più il sapore del dolore. Qualcosa di molto vicino ad ogni uomo e donna presenti e che non si esaurisce una semplice favola: come una processione che lentamente si fa sentire nella sua potenza ed unanimità, le voci delle donne crescono d’intensità.

            «I bambini sono maestri di vita e di morte, sanno morire e rinascere ogni giorno.
Questa cosa gli adulti non la sanno più fare.»

Il canto è l’elemento che meglio esemplifica questo bisogno di nuova nascita. Dall’Ave Maria a brani creati per raccontare episodi diversi di ansie e di paure, si citano personaggi leggendari che per primi sono riusciti a morire e poi tornare in vita. Da Euridice a Gandalf, tutti i nomi portati in scena ci dicono qualcosa di importante: non è solamente naturale, ma anche necessario morire nella propria vita per poi rinascere più forti. Attraverso una metafora che ricorda indubbiamente quella della fenice, il canto culla lo spettatore non solo in italiano, ma anche in latino, inglese e basco senza togliere mai importanza alla recitazione. Una competenza, quella della Compagnia del Piccolo Canto, che non ha solo a che fare con un efficace equilibrio sonoro; la loro bravura si misura attraverso l’organo pienamente funzionante che hanno creato, tra note alte e battute composte.

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«Sei tu che sei podalico e non riesci a metterti nella posizione giusta: ti ripartorisci.
   Respiri e spingi.
 Respiri e spingi.
      Respiri e spingi.»

La leggenda dell’anziana donna che restituisce carne e vita a ciò che è morto, è stata per le cinque attrici un punto di partenza per riflettere su ciò che significa vivere e imparare a ricostruirsi. Il loro spettacolo è un inno alla vita ed è questa la cosa più sacra che viene effettivamente portata in scena: l’importanza, imprescindibile, che non si finisce mai di ricomporsi. Il dolore altro non è che il sintomo di qualcosa che si muove, che scalpita e che è impaziente di prendere forma.
La Compagnia del Piccolo Canto ha messo insieme tutto questo con una semplicità e una umanità destabilizzanti. Per questo, quando a fine spettacolo le attrici sono scese dal palco continuando a cantare tra il pubblico mentre le luci si abbassavano sulla scena, che non è parso strano aver perso il luogo deputato di riferimento cui rivolgere lo sguardo: la processione di vita-morte-rinascita non termina ma si ramifica tra chi sta a guardare.

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