Acquasantissima: il Dio dei carnefici e delle vittime

Articolo di Silvia Mazzei e Sara Picello.

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Acquasantissima è un monologo intenso, rovente, capace di corrodere la certezza di dove si trovi il confine tra Bene e Male. I chiaroscuri e contrasti, sia scenici che linguistici, contribuiscono a creare uno spettacolo tanto scarno a livello di scenografia quanto ricco sul piano emotivo.

Diretto e interpretato da Fabrizio Pugliese, Acquasantissima è stato presentato in prima assoluta durante l’ultima edizione de I Teatri del Sacro, ad Ascoli Piceno. Tratta l’ardua tematica della non contraddizione tra la cultura mafiosa e quella cattolica, catapultando lo spettatore nel mondo dell’Onorata Società attraverso le parole dell’unico personaggio in scena, un boss della ‘ndrangheta dipinto con tinte di un personaggio shakespeariano che ci consegna uno sguardo spietato e lucido sul presente. Com’è possibile all’interno della stessa Chiesa la presenza di un Dio dei carnefici e un Dio delle vittime? Questa è una delle tante domande che lo spettatore si pone mentre viene risucchiato nel vortice delle parole di Don Salvatore, accompagnato in questa caduta libera dalle musiche di Remo de Vico. La vertigine introspettiva di ricordi e pensieri ringhiati che investe il pubblico genera un potente meccanismo di riflessione, con l’intento non di condannare, spesso troppo facilmente, ma di far sporgere chi guarda sulla voragine del non detto, del volutamente dimenticato, dell’acquiescente.

Scritto da Pugliese insieme al collaboratore alla regia Francesco Aiello, il testo dello spettacolo – intenso, avvolgente, centripeto – nasce da un lungo lavoro di ricerca sulla ‘ndrangheta per sondarne la natura arcaica, la capacità silenziosa di ramificare le proprie azioni criminali, di creare quei legami che ne fanno una delle mafie più rispettate e “sicure” (la ‘ndrangheta infatti ha un numero assolutamente esiguo di pentiti).
Acquasantissima apre uno spiraglio, da cui ogni spettatore è fatalmente attratto e costretto a sbirciare, nel sipario di un mondo altro ammantato di sacralità e rispetto, modellato nei suoi ideali di giustizia e di etica sulla liturgia della tradizione cattolica: una commistione di rituali e regole di comportamento interne estremamente complesse, quasi fosse una società parallela a quella ufficiale.
Un universo dove prendere l’ostia ogni domenica, o meglio ancora tutti i giorni, è importante: per l’immagine che si dà di sé alla gente, ma anche per l’anima che un giorno Dio tornerà a reclamare.

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Pugliese ferisce e sbalordisce gli spettatori, con le sue parole a volte gridate, a volte quasi rigurgitate, in impeti di rabbia, dolore, ma anche nostalgia: Don Salvatore quando era in prigione prendeva la comunione tutti i giorni, e la sua voce si fa rude, cavernosa, inferocita, ricordando il corpo di Cristo concesso tanto a lui, un uomo rispettabile e d’onore, quanto a pedofili ed assassini; Don Salvatore non riesce ad abituarsi alla morte, alla corruzione della carne che essa comporta, nonostante uccida con gli occhiali per non sbagliare mira; Don Salvatore avrebbe voluto figli, che non sono venuti, ma come un figlio ha amato Santino, un ragazzino orfano di padre, tanto da crescerlo fino a renderlo un uomo vero attraverso il “battesimo” nell’Onorata Società, e proprio come un padre è stato incapace di ucciderlo nel momento dell’inevitabile punizione per gli errori commessi.

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Pugliese conclude la sua storia, una storia che diventa di tutti, e tutti strazia, citando Calvino:

«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

E forse questo è un promemoria che ognuno di noi dovrebbe appendere al frigo, accanto alle calamite riportate dalle vacanze, o incidere nell’anima, quando si chiude il sipario e si riaccendono le luci.

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