Cinque abiti di tela bianca appesi, quasi spettrali, accolgono gli spettatori del Teatro Carcano martedì 11 marzo 2025. Il riferimento della costumista Ilaria Ariemme è proprio alle tele d’artista, su cui le cantanti-attrici della Compagnia Piccolo Canto, con Chiaroscuro, dipingeranno di lì a poco il ritratto canoro di Artemisia Gentileschi e i contorni della sua intricata e scandalosa vita.
Una alla volta, Francesca Cecala, Miriam Gotti, Barbara Menegardo, Ilaria Pezzera e Swewa Schneider vestono i panni della “Pittora”, caratterizzando con le loro tessiture vocali la protagonista della drammaturgia di Gaetano Colella, per la la regia di Andrea Chiodi. «Era un’alba come tante a Roma…». In piedi, davanti a un microfono con le cuffie, quasi come un podcast registrato in sala prove: inizia così il ritratto canoro di Artemisia Gentileschi.
Lo spettacolo si snoda seguendo le vicende della vita della giovane a seguito dello stupro, ricostruite attraverso il ricorso alle fonti, ai verbali e ai documenti dell’epoca. La narrazione cantata intervalla il parlato in endecasillabi della protagonista e le deposizioni dei personaggi chiamati a testimoniare al processo. Si ripercorrono le tappe biografiche e della carriera dell’artista, due filoni che scorrono all’unisono sul piano della finzione scenica. La simmetria risulta evidente quando Artemisia prende parola per raccontare «quella condizione in cui sei preda, vittima, allo sbando», l’incubo di essere stata lei stessa Susanna tra i vecchioni, ammettedo che quella dell’eroina sulla tela fosse proprio la sua «situazione parallela».
All’epoca dello stupro, nel 1611, Artemisia abitava con suo padre, il celebre pittore Orazio Gentileschi, nel Rione degli Artsiti a Roma. Aveva diciassette anni quando fu violentata, con la promessa di sposarla, da Agostino Tassi, pittore e amico di Orazio, di cui frequentava la casa con il pretesto di impartire lezioni di prospettiva alla figlia pittrice. Ne seguirà un processo lungo, da cui Artemisia, dopo non poche vicissitudini e udienze, uscirà vincitrice. Ha diciannove anni, invece, quando scappa dalla sua città alla volta di Firenze in compagnia del neosposo, Piergiorgio Stiattesi, pittore anche lui, di anni ventinove. Scappa dalla sua vergogna. Non uno dei nomi più illustri del panorama pittorico italiano e internazionale, quello che ci viene presentato, ma semplicemente Artemisia, in fuga come vittima, come donna. Una storia di violenza, di genere, di vergogna, di rabbia, di riscatto e trasgressione. Una storia di sconcertante attualità.
L’assoluta padronanza della voce consente alle artiste in scena di trasformarla in personaggio a sé: un coro tragico, in grado di animare armonie, contrasti, strappi e raccordi nella narrazione, di ricreare ambienti, circostanze, situazioni e personalità. Così, al frenetico, ritmato, quasi ansimante, sottofondo canoro che accompagna le deposizioni di un Orazio Gentileschi distrutto dal disonore e dalla rabbia, fa da contraltare il silenzio assordante che avvolge le parole quiete e distanti dell’imputato Agostino Tassi.
Susanna e i vecchioni, Artemisia Gentleschi
L’agghiacciante attualità dei passaggi delle udienze accosta nell’arco di pochi scambi di battute le orecchie degli uditori del 1612 a quelle degli spettatori del 2025. «Perché non avete gridato? […] Perché non avete denunciato subito?» si dice nel testo: parole lontane nel tempo, che tuttavia non suonano nuove nemmeno oggi. Prestandole corpo e voce sulla scena, le attrici restituiscono all’artista i sentimenti e le azioni cercati nella tela, alla quale lei stessa si è donata «anima e corpo». I passaggi sono netti, chiari, sostengono la narrazione a ritmo incalzante, anche se talvolta (come nella scena di nudo) l’accompagnamento mimico al canto appare didascalico. La narrazione, che si arresta bruscamente, scaraventa lo spettatore indietro nello studio di registrazione. La cornice narrativa della sala prove ha un effetto spaesante e non trova giustificazione ai fini dell’evoluzione del filone biografico della pittrice, rispetto al quale resta irrisolta.
La ricerca sperimentale nell’impiego delle attrezzature tecniche rappresenta una dimensione importante dello spettacolo, in continuo e aperto dialogo con i personaggi e con il pubblico. Da un lato, il felice espediente delle quattro aste dei microfoni poste agli angoli di un quadrato sembrano racchiudere Artemisia al centro di un ring. Da quegli angoli provengono le voci accusatorie degli altri teste al processo: Cosimo Quorli, Agostino Tassi, la signora Tuzia, i garzoni di bottega. Dall’altro, la presenza in scena di un computer portatile collegato al proiettore al solo fine di far roteare l’immagine della Giuditta e Oloferne in sala, al di là del palco, sui corpi degli spettatori, risulta forzata. L’impiego del proiettore non accentua l’enfasi sull’opera ma rischia, semmai, di far passare in secondo piano l’intensa e già icastica descrizione dei sentimenti che ispirarono la pittrice nella realizzazione della tela.
foto presa da Prima il Levante
Chiaroscuro è l’andamento dell’intera vicenda, con le sue tinte fosche e luminose, con le opere mostrate o solo evocate di Artemisia, i suoi momenti difficili e le sue rivincite. Alla fine ce la fa, ottiene il suo riscatto, contro tutti gli uomini che hanno fatto parte della sua vita: il padre, il carnefice e il marito. Nel 1616 è la prima “pittora” a entrare a far parte dell’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze. La sua vita continua in Inghilterra e altrove, nelle prestigiose corti europee, dove incontrerà nuove forme d’amore, ma tutto questo lo spettatore non lo sa. Il sipario cala qui, sull’immagine chiara di lei nei panni della sua Allegoria della pittura, sul suo ultimo trionfo. Si compie così la sua catarsi, la sovrapposizione con l’opera è chiara. Si spengono i fari, tutto si fa scuro.
Autoritratto come allegoria della Pittura, Artemisia Gentileschi
Laureata in Arti Visive e Performative, i suoi studi spaziano dal teatro alle danze rituali africane. Il suo approccio antropologico le impone il contatto diretto con le pratiche performative che studia e lunghi soggiorni di ricerca sul campo. Onnivora del performativo, cambia sempre prospettiva e detesta sedersi composta. Crede nel corpo come linguaggio per superare ogni barriera.
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