Trifirò mangia Testori, Testori mangia Trifirò. “Edipus” al Teatro Out Off

C’è una scia di sangue che percorre una certa storia del teatro, imbevuta di riti e di ripetizioni sciamaniche, una storia del teatro che si snoda sul palco dell’Out Off fin dalla sua inaugurazione, avvenuta fra i fumi trucidi di una performance di Hermann Nitsch.

È dove questa scia si impasta di muco e residui e liquidi seminali, dove l’aura sacrale del teatro decade nella messa in scena del suo rimpianto, che si incunea l’Edipus di Giovanni Testori. Ultimo, disperato atto della Trilogia degli Scarrozzanti, porta con sé la fine degli affetti, la fine della lingua, la fine della scena e degli ordini conosciuti (e non promette rigenerazioni).

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Sulla splendida scenografia di Gianni Carluccio, che è un po’ teatrino per fantasmi di marionette e un po’ incanto da lanterna magica, si muove l’ultimo degli Scarrozzanti, che immaginiamo come attori di qualche compagnia scalcagnata, pigiati in una carovana simile a un circo. Ultimo – dicevamo – non per stirpe o eroica resistenza, ma perché abbandonato da tutti, perfino dall’amante Giocasta che alla carriera da disperata prima donna ha preferito la solida esistenza da moglie di un mobiliere:

«Me ‘scolti, ragazzo che hai da tirar le corde e combinar un po’ de luse? E ‘lora, derva, su, derva ‘sti strasci fatti domà de camise, de gipponini, de sottane, de calzette, de pezze, de reggitette, de mudande smangiate su tutte dai vermeni, dalle camole e dalle piattole de ‘sta vagina de coiti e de morte che ha da essere e sarà in eternis la latrina teatralica!»

A incarnare questo soliloquio delirante che per un’ora sfonda e ricuce la quarta parete, ci sputa sopra e si rotola per terra, è un magistrale Roberto Trifirò. Annegato nella lingua di Testori che impasta senza priorità dialetto, latino in un assurdo rigurgito comunicativo, Trifirò è Laio e poi attore e poi Iocasta e poi Edipus e tutto senza mai perdere – forse questo fa davvero la qualità della produzione – la forza unificante di un’unica voce, chiave di lettura in questo collasso di cortocircuiti.

Se già Edipo è di per sé una delle più potenti riflessioni che abbiamo ricevuto in eredità dal mondo greco sul pericolo insito nello sfaldarsi dei ruoli sociali – mettendo in scena la catastrofe dell’uomo inconsapevolmente padre e figlio che è la rovina della città che credeva di aver salvato – l’Edipus di Testori è un collasso ancora più disperato. Lo scarrozzante, abbandonato, deve prendere il posto di tutti gli attori in scena, la sua rabbia e il suo sgomento non possono che essere rivolti contro se stesso e anche quando parla ad altri sa di essere il suo unico interlocutore.

1-Edipus-di-G.Testori-nella-foto-R.-Trifirò-foto-G.Carluccio

C’è qualcosa di tremendamente vitale in quel Trifirò che si agita per terra, che si dimena vestito da donna urlando parole che da sole stentano a trovare un senso, ma risultano paurosamente comprensibili, quasi profetiche, nel momento in cui la voce e il gesto si fanno di carne. C’è qualcosa di tremendamente vitale nello schiantarsi di ogni morale, nelle pareti che crollano, nell’infrangersi di ogni impianto di senso in una drammatica assenza di prospettive e, così, di conseguenze:

«Vegnite giù, in le strade¸ impienite i trottuari; impienie le piazze, le piazzette, i vicoli, i bulvardi, i corsi, i Nevigli, le circumvallazioni, le tangenti et le tangianziali! ‘Scoltate la vose del Dionisus che ve parla per la lengua de l’Edipus: el giorno che va dietro a encomenciare est quello della vostra lebertà! Vegnite!»

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