La plaza – Teatro letterario in seconda persona

La plaza è uno spettacolo della compagnia El Conde de Torrefiel, rappresentato per la prima volta in Italia il 29 e 30 marzo 2019  alla Triennale dell’Arte di Milano.

Più che di una pièce si tratta di una vera e propria esperienza personale. La scena si apre con un coloratissimo tappeto di fiori e candele, sconfinato altare commemorativo, riempito dalle note di una musica abissale, senza voci né corpi di attori. In questa atmosfera lo spettatore comincia pian piano a scalpitare: “Succederà qualcosa?”, “Quanto andrà avanti?”, “Ho chiuso la macchina?”. Proprio nel momento in cui la decisione di lasciare il teatro appare la più sensata, sul fondale appaiono delle parole. Le frasi proiettate cominciano a susseguirsi e ti raccontano cosa sta accadendo dentro e fuori di te: sei ad uno spettacolo che da un anno va in scena contemporaneamente in tutto il mondo e stai per assistere al gran finale.

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L’espediente, non privo di un pizzico di presunzione, ambisce ad annullare il tempo esteriore e a quel punto tu spettatore devi scegliere se stare al gioco. Non è una scelta facile e probabilmente neanche del tutto consapevole, ma se ci stai diventi tu il protagonista assoluto. Le parole proiettate ti raccontano il momento in cui alla fine dello spettacolo lasci il teatro e percorri la strada che ti separa da casa: il sipario si chiude e si riapre su di una piazza inondata di persone senza volto. Cominciano a fluire sulla scena immagini sospese tra incubo e realtà, in cui i corpi degli attori animano scene di quotidiana indifferenza, dalla passeggiata postprandiale alla visita al museo, dal festeggiamento alcolico all’abuso. Si tratta di tableaux vivants, quadri in movimento, agiti con naturalezza inquietante e senza nessuna parola.

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La comunicazione verbale è sempre affidata al testo sovratitolato, che, dopo averti condotto per strade pullulanti di famiglie e barboni, di turisti e disabili, ti accompagna fino al momento in cui entri in casa, dove ti costringe a fare i conti con tutto quello che hai visto, alla luce di una memoria che sembra andare molto in più in là dell’ora e mezza trascorsa in platea. Tutto a questo punto fa parte di te, è fatto della tua stessa sostanza, eppure, proprio come il tuo io più profondo, è distante, alieno; e allora meglio spararsi un porno nella speranza che il sonno arrivi presto.

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Tre sono gli elementi peculiari de La plaza: testo, musica, immagini. Lo spettacolo funziona nella misura in cui l’interconnessione tra questi abbandona ogni didascalismo, che pure qualche volta fa capolino, e ricrea quel miscuglio attivo in ciascuno di noi quando passeggiamo in strada: tutti i giorni assistiamo a scene di cui non c’importa niente, orrende o meravigliose che siano, ci assordiamo con le cuffie e cominciamo a ripiegarci su noi stessi, sul nostro io che è l’unico veramente reale. Nella nostra testa queste interferenze sembrano casuali, ma in realtà un filo sottile le tiene insieme. Ecco, quando in questo spettacolo il filo resta sottile, l’effetto è dirompente e quello che accade in scena corrisponde: sei davvero tu quello di cui si sta raccontando la storia e la frase “per fortuna c’è il sonno a separare i giorni” risuonerà in ogni tua cellula. Viceversa, se il gioco, talvolta troppo intellettualistico, viene scoperto, il rischio è di percepire un’interminabile precettazione, in cui, novello Pinocchio, non vedrai l’ora di schiacciare il Grillo Parlante.

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