“Il primo Re”: un film in proto-latino (?) per Rovere

Con un budget di circa otto milioni di euro (co-produzione italiana Rai e belga) Il primo Re di Matteo Rovere porta con sé alte se non altissime aspettative, con Remo interpretato dall’ormai famoso Alessandro Borghi – mentre per Romolo un giovanissimo Alessio Lapice (già nella seconda stagione di Gomorra e in un episodio di Don Matteo). In molte sale italiane, per O1 Distribution, sarà disponibile dal 31 gennaio.

Lo vedremo anche noi alla fine del mese. Qualche elemento è però fin da ora interessante. Il regista ha parlato di “rivisitazione emotiva e realistica” della leggenda fondativa della città di Roma. Cioè focus sull’ambiente (si parla di un utilizzo esclusivo di luce naturale e pochi pochissimi set) e pure – si immagina – sul costume, inteso anche nella declinazione culturale, quindi pre-cittadina delle campagne del Lazio: dalle immagini del trailer si intravedono riti e rituali apparentemente “tribali”, combattimenti privi di armatura (e sporchi), villaggi scarni, rarissimi cenni di “civiltà” (non si indulge sulla specifica antropologica), eccetera.

Ma a parte il realismo – forse “immaginifico” di Rovere, nel senso di un realismo più nell’approccio al reale ripreso che a quello alluso, cioè la realtà storica della fondazione di Roma – l’elemento più interessante risulta essere la recitazione interamente in “latino arcaico” o “proto-latino” secondo la stampa italiana, che pure significano cose diverse: e infatti anche per Wikipedia si tratta di un «proto-latino antecedente a quello arcaico». Forse possiamo fare ancora qualche precisazione: non può parlarsi di una lingua in particolare, perché all’interno del concetto “linguistico” di latino rientra al massimo l’etichetta di “latino preletterario“, collocato temporalmente fino al principio del III secolo a. C., «attestato da scarse iscrizioni e da qualche frammento indiretto, ma ricostruibile in parte col metodo storico-comparativo» [1]. Segue il già citato latino arcaico che va da Livio Andronico all’inizio del I sec. a C. Sarà, probabilmente, come risulta più evidente dal successivo paragrafo, una lingua intermedia ricostruita sulla base delle varianti locali dell’indoeuropeo.

Accettiamo dunque il Proto-latino, per il «Corriere» ricreato attraverso la collaborazione di alcuni semiologi della Sapienza di Roma. La lingua è certamente lacunosa, perciò gli studiosi l’avrebbero ricostruita o completata sulla base di alcuni ceppi indo-europei (della questione vorremmo saperne davvero di più, per ciò stiamo cercando di contattare i diretti interessati). Rassicura, in generale per la complessità di una simile operazione, il fatto che siano pochi i dialoghi annunciati, che il film insomma sia soprattutto un film di movimento, senza dubbio di violenza. Una curiosità: a memoria sono solo due i film di rilevanza internazionale girati interamente o con grande utilizzo del latino: La passione di Cristo (Mel Gibson, 2004 – anche in aramaico) e Sebastiane, primo lungometraggio di Derek Jarman, del 1976, incentrato sulla vicenda omoerotica tra (San) Sebastiano, centurione romano, e un ufficiale (proprio così), durante una spedizione che in realtà dava dimostrazione dell’ampia pratica omosessuale nell’antica Roma (e il film fece scandalo per la frequente nudità a scopo ricreativo degli attori). Interessante anche l’utilizzo di un testo dannunziano congiuntamente alla leggenda apocrifa del santo per l’elaborazione del soggetto. Non si citano per brevità esempi “simili”, cioè di utilizzo di lingue antiche ricostruite (Apocalypto di Mel Gibson – 2006) o addirittura inventate come l’elfico di The Lord of the Rings.

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Tornando indietro: la scelta del proto-latino non è solo velleità registica (di adesione o meno al reale immaginato) ma pensata per il pubblico e infatti, a quanto pare, il film verrà distribuito in lingua “originale” sottotitolata, nella maggior parte dei cinema.

Non volendo avanzare critiche (non ce n’è motivo) a film ancora non disponibile, emergono solo due domande diversissime tra loro: in primo luogo, perché utilizzare il “proto-latino” se la lingua deve essere ricreata ad hoc, e perché non un latino “letterario” (meglio: attestato) se per certo la circolazione nonché l’invenzione della leggenda risale a un periodo più recente? Quale sarà la reazione del pubblico in sala, abituato all’italiano o al massimo all’inglese (americano o british), di fronte a una lingua così estranea?

Non ci resta che aspettare il 31 gennaio per scoprirlo.


[E una domanda ulteriore per i più curiosi: cosa ne è stato dell’anima vocis, dell’accento, nella recitazione? I più attenti sapranno del dibattito attorno alla natura dell’accento latino, se intensivo (come nell’italiano) o melodico (come in alcune lingue orientali, per le quali conta la variazione di altezza – allo stesso modo della variazione che si produce in frasi interrogative, per es.). Ebbene, se l’intento realistico è stato eseguito, c’è stata attenzione alla resa di un accento del tipo ibrido o spostato da una parte o dall’altra?]


[1] Alfonso Traina e Giorgio Bernardi Perini, Propedeutica al latino universitario, Pàtron Editore, 2014, p. 23.

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