Come urinare in codice morse – Il metodo Kominsky di Chuck Lorre

Dell’arbitrario il titolo ha poco o pochissimo, nel senso che l’intermittenza dell’atto di urinare è uno degli elementi portanti della serie, il tipo di costante atta a stringere le fila quando queste per varissimi motivi vengono tirate da più parti, si spezzano, s’allentano.

Il metodo Kominsky di Chuck Lorre – autore, tra le tante cose, della popolarissima The Big Bang Theory (citata nella prima puntata) – è una serie recentemente resa disponibile da Netflix (co-produttore con la Warner Bros), di otto puntate da circa venti minuti ciascuna, cioè il formato sit-com, conoscendo anche i lavori precedenti di Lorre. Ma dalla sit-com in senso stretto si distacca, nonostante l’istanza comica sia primaria, perché banalmente non ci sono voiceover né risate registrate; perché la regia non si realizza in n. camere fisse che s’alternano quasi algoritmicamente per la resa massima del dialogo comico; per la fotografia equilibrata (non “luminosa”, ergo smarmellata); e infine perché i luoghi (gli ambienti) non sono percepiti come necessari, unici, nella selezione, atti alla presentazione degli eventi, ma sono luoghi ricorrenti perché servili alla storia, di un vissuto quotidiano – in sostanza si tratta del racconto del rapporto fra Sandy Kominsky, interpretato da Michael Douglas, e Norman NewlanderAlan Arkin (sarebbe sufficiente la menzione dei due attori a convincere). Sandy è un attore reinventatosi insegnante di recitazione; Norman l’agente di lui, che non gli procura un lavoro da una vita, un agente di successo, con una compagnia milionaria.

Scrive bene Lucy Mangan sul Guardian: “come ritratto di invecchiamento maschile e amicizia, è una serie magnifica”. Le dinamiche tra orgoglio calante e reciproco intendimento sono minuziose, precise, nonostante si distendano all’interno di una temporalità ristretta. La comedy è controbilanciata dal dramma fin dalla prima puntata, [SPOILER] quando il dolore in Norman si emancipa nella perdita della moglie Eileen [Fine Spoiler], e nel dolore il “comico” riemerge quando è chiaro che il motivo principale di sofferenza di Sandy è un problema alla prostata, che insomma intacca anche un certo suo senso di mascolinità, incrinando poco e niente il rapporto che va costruendo con una studentessa vent’anni più giovane di lui. Un tiro alla fune concentrico, come se le emersioni e gli sprofondamenti di queste due tensioni (comicità e drammaticità) fossero incontrollabili, incomprensibili per origine e intensità.

Una breve precisazione: la consapevolezza dell’invecchiamento si realizza unicamente a livello fisiologico, comportamentale e relazionale, insomma medico e sociale. Nulla sembra concernere l’ontologico, finché a conclusione Norman, chiudendo circolarmente visivamente e verbalmente la serie, [miniSPOILER], si scopre convinto di voler impegnare la vita nella ricerca del senso, dunque nella ricerca metafisica perché niente, né l’amore (e il sesso) né i soldi giocano più un ruolo. E sembra che questo sia l’indizio più evidente di una possibile seconda stagione, sommato al carattere inconclusivo del racconto.

Se lo scioglimento di questi due nodi, della morte e della malattia, è il nucleo centrale, non si può dire esista un esterno, una perifericità nella serie. Sebbene la figlia di Norman, Phoebe, sia Lisa Edelstein, la Caddy di Dr. House, il suo ruolo è minimo, assolutamente ancillare, occasionalmente utile per qualche escursione del duetto comico-tragico. E così le altre due figure femminili, veri e propri satelliti artificiali: Lisa (Nancy Travis) e Mindy Kominsky (Sarah Baker) hanno funzioni correttive nei confronti dei protagonisti, al massimo sono anche qui piccoli congegni narrativi, che con poche parole, una rivelazione, un gesto, piegano la monotonia (la ripetitività e la quotidianità) della trama. Non è certo questione di una separazione netta tra personaggi maschili e personaggi femminili, come scrive (ma sembra un’illazione) la Mangan nell’articolo citato; perché difatti tutti i personaggi “secondari” hanno atroci difficoltà nel permeare l’universo binario dei due protagonisti in invecchiamento. Mi sembra sia il caso della classe di recitazione, con anche ottimi attori (Emily Osment – direttamente da Hannah Montana – in Theresa). Se la Mangan esagera (“Tutti i giovani studenti di Sandy sono intercambiabilmente idioti [dolts] bisognosi di lodi che potrebbero essere citati nei credits semplicemente come “fioccodineve millenial #1/#2/#3…”), ha l’occhio per accorgersi del fatto che anche l’insieme di studenti sono una estensione di Sandy, utilmente posta a convalida di un metodo, il metodo Kominsky, cioè specchiarsi nell’altro, come più volte è ribadito, imitare come atto d’immedesimazione e umanità. Ma lo specchio è naturalmente infedele, oppure opaco; e anche – ma qui siamo all’ipersemantizzazione – è esso stesso l’immagine riflessa creata nell’altro (ricordandoci di Pirandello).

Un dramma ulteriore è quello della mancanza. Ma qui si accenna soltanto: Norman soffre una mancanza traumatica ([SPOILER] evoca il fantasma della moglie, ci parla e riconosce razionalmente che questa non vive, ma la donna assente porta con sé altri fantasmi, popolando l’irrealtà fino a un episodio di parziale e interrotta follia [Fine Spoiler]); Sandy una mancanza ormai normata (che tenta di colmare, spingendo la compagna, l’amante, a penetrare nel suo mondo in modo brusco, improvviso, senza che in realtà spesso possa comprendere). Il riconoscimento sta nel completarsi reciprocamente.

Ed è tutto nel dialogo finale:

Norman: Cosa ho?
Sandy: Me, coglione! … Mi riesci a vedere? Sono proprio qui, di fronte a te.
[lo saluta con la mano destra] Hey, c’è nessuno? Io ti vedo. Tu mi vedi?
[N. risponde al saluto]
S: Puoi tenere un segreto?
N: Certo.
S: Questo è il metodo Kominsky.

TMK.png

Personaggi secondari quindi utilizzati anche come specula di Sandy e Norman, superfici di incremento del loro malessere e del loro metodo, nato separatamente e destinato a congiungersi a fine stagione.

Non un difetto ma una risorsa autoriale, sebbene possa modificarsi tutto con il seguito, perché quello che permea il racconto di due traumi dell’aging (morte e malattia) non sembra di certo esaurito in toto ma solo narrativamente, e sarà di Lorre la scelta, se continuare a mantenere questo tipo di distacco fra nucleo e il resto, o confondere le carte.

Un’ultima cosa, la serie va vista in lingua originale, assolutamente. 

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